INHALTSVERZEICHNIS
I. EINLEITUNG S.3
II. DAS MÄRCHEN 4
III. ANALYSE DES MÄRCHENS 10
1. Der Problemkomplex 10
2. Beurteilung der Symbole 1. Teil 11
a) Der tote Esel 11
b) Der Topf 12
c) Die Flasche 12
d) Der Geist 13
e) Der See und die Fische 16
3. Beurteilung der Symbole und Motive 2. Teil 18
a) Der Palast 19
b) Der König und die vier Fische 19
c) Die Küche 20
d) Die unbekannte Landschaft 21
e) Der Schwur des Königs 21
4. Die Entstehungsgeschichte des Konflikts 22
f) Die Versteinerung des Prinzen 23
5. Die Lösung des Konflikts 24
IV. SCHLUSSBEMERKUNG 29
V. BIBLIOGRAPHIE 30
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I. EINLEITUNG
Ich habe der Seminararbeit den Titel „Psychoanalytische Deutung des Symbolgehalts in Il pescatore e il jinn“ gegeben, weil ich mich gezielt auf eine bestimmte Deutungsrichtung der Symbole spezialisieren möchte. Basis meiner Untersuchung ist ein ausgewähltes Märchen aus 1001 Nacht, welches ich nach kurzer Präsentation in Form einer Zusammenfassung in italienischer Sprache- um den Bezug zur Romania nicht zu verlieren-zu analysieren versuche. Ich werde dabei einzelne Personen, Objekte und Motive des Märchens in Anlehnung an die Untersuchung von Hans Dieckmann 1 in ihrer Sinnbedeutung zu erfassen suchen. Ich möchte bemerken, daß es sich hier um einen sehr weitreichenden Komplex handelt, weshalb ich mich bei meiner Analyse ganz gezielt auf bestimmte Personen und ausgewählte Motive und Symbole beschränken werde. Ich werde mich nur auf die Symbole beziehen, welche in der Hauptgeschichte vorkommen, mit Ausnahme der Geschichte „Il re delle isole nere“. Die Untergeschichten behandle ich nicht auf ihren Symbolgehalt hin, da es einerseits den Rahmen dieser Arbeit sprengen würde und andererseits die Zusammenhänge innerhalb der Rahmengeschichte weniger deutlich erkennen ließe.
Da meine gesamte Arbeit auf psychologischen bzw. psychoanlaytischen Ansätzen beruht, werde ich auch den letzten Teil meiner Arbeit aus dem psychologischen Blickwinkel betrachten, nämlich die Entstehungsgeschichte des Konflikts, um den es schließlich hintergründig in dem Märchen geht, und dessen Lösung.
1 Hans Dieckmann: Märchen und Symbole. Tiefenpsychologische Deutung orientalischer Märchen.-Stuttgart 1977. S.12-117.
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II. DAS MÄRCHEN
IL PESCATORE E IL JINN 2
Un vecchio pescatore molto povero aveva una moglie, un figlio e due figlie da nutrire. Ogni volta che andava a pescare in mare aveva l’abitudine di lanciare la rete non più di quattro volte. Un giorno che uscì a pescare lanciò la rete, però non riuscì a riprenderla perchè le maglie dovevano essersi impigliate; dunque piantò un palo nel terreno e vi attaccò l’estremità della corda e riuscì così a riportarla a riva. Nella rete però trovò un asino morto e rimpianse la sua sfortuna. Dopo aver lanciato la rete per la seconda volta e volle ritirarla, fu ancora più pesante della prima volta. Riuscì lo stesso a ritirarla però trovò solo un grande orcio pieno di sabbia e di limo. Allora non gli restava altro che lanciare un’altra volta la rete, ma non trovò altro che qualche coccio, qualche boccetta di vetro, qualche ciottolo, qualche resto di ossa e diversi detriti dello stesso genere. Apparve l’aurora e subito dopo la luce.”O Dio, Dio nostro!” esclamò l’uomo” tu sai che non getterò la rete più di quattro volte. O Dio, rendi il mare rispettoso verso di me, come lo hai reso rispettoso verso Mosè.” Il pescatore lanciò la rete un’ultima volta, la fece arrivare sul fondo e tirò. La rete restava di nuovo impigliata. Questa volta essa conteneva un oggetto molto pesante: un vaso di rame giallo la cui imboccatura era stata chiusa con piombo fuso, e sul sigillo era impresso un anello del re Salomone. Niente indicava quale poteva essere il contenuto. Agitò il vaso in tutti i sensi. ”La cosa migliore è aprire questo vaso, se voglio poterlo trasportare.” pensò il pescatore. Allora aprì il tappo con un coltello e scosse il vaso, però con sua grande sorpresa non ne uscì nulla tranne un fumo denso che s‘innalzò verso il cielo formando una colonna, la quale di colpo cominciò a spostarsi lateralmente. Il fumo si sparse sul mare e s’innalzò fino al cielo. La nuvolaglia si condensò e formò una massa compatta, agitata da violente turbolenze, dalle quali da ultimo emerse la figura di un ´ifrît i cui piedi calpestavano la terra mentre il capo si perdeva tra le nuvole; i suoi canini ornavano una bocca grande come una caverna, nella quale gli altri denti si potevano paragonare a una sorta di macine; sopra si aprivano due narici come proboscidi scolpite in corna, incorniciate da orecchie larghe come scudi di cuoio e il collo aveva la larghezza di una strada e i due occhi scintillavano come le luci di una lampada. ”Che ti è successo e che facevi in quel vaso?” chiese il pescatore. ”Giorno fortunato! Ricevi la bella notizia della tua morte imminente” esclamò l’altro. ”Perchè vuoi uccidermi, mentre ti ho salvato, ti ho liberato dalle profondità del mare e ti ho riportato sulla superficie della terra?” replicò il pescatore. ”Ascolta la mia storia, pescatore” disse l‘‘irfît, e gli raccontò che appartiene al gruppo dei jinn indocili, ostili a qualsiasi ubbidienza.
Un giorno si è ribellato al profeta di Dio Salomone il quale gli mandò contro Asaf che s‘impossessò della sua persona e che lo condannò e lo condusse davanti al profeta Salomone in persona. Egli gli propose di entrare nella schiera degli ubbidienti però il jinn rifiutò. Allora fu imprigonato nel vaso e gettato in mare. Il jinn decise che chiunque lo salverà prima di duecento anni lo farà ricco. Dopodichè il jinn non fu liberato neanche dopo 500 anni prese decisione di far morire di malamorte chiunque lo salverà concedendogli il solo favore di poter scegliere il modo in cui gli piacerà lasciare questa vita.
Udito questo il pescatore disse: ”Non mi uccidere, perchè Dio non trascurerà di far nascere qualcuno che ti farà subire la stessa sorte.” Però l‘‘ifrît non gli concesse la libertà. Rendendosi
2 Liberamente riassunto secondo Renè Khawam: Le mille e una notte, Milano 1997. S.127-206.
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conto che la sua morte era sicura riflettesse: ”Questo individuo è sucuramente un jinn, ma io sono un essere umano! Dio mi ha dotato di intelligenza e mi ha preferito agli stessi jinn. Devo trovare presto uno stratagemma in cui la sua mente ottusa non riesca a scorgere l’astuzia” e il pescatore si rivolse al jinn: ”Dimmi se veramente stavi tutto in questo vaso che ho tirato fuori dal mare. Non ti credo.” Per far vedere al pescatore che pure era vero l‘‘ifrît si trasformò in fumo, si condensò e si contrasse così bene che in breve riuscì a collocarsi tutto nel vaso. Il pescatore prese quest‘ opportunità e infilò il tappo di piombo solidamente nell’imboccatura. Il jinn fece mille sforzi per uscire dal vaso e supplicò al pescatore ”Non mi trattare così, perchè avevo solo scherzato con te.” ”Non ti avevo detto: ”Lasciami vivere, che Dio ti conservi a lungo in buona salute?” „Tu hai rifiutato, pensando solo a tradirmi e a uccidermi. Beh, adesso sono io che ti ho raggirato! La nostra storia corrisponde esattamente a quella del re dei greci e di Duban il saggio, te la racconto.” gli rispose il pescatore. STORIA DEL RE DEI GRECI E DEL MEDICO DÛBÂN
Viveva nella città dei persiani un re che regnava su certi greci. Questo re aveva su tutto il corpo i segni della lebbra. I dottori e i saggi si erano stancati di curarlo senza risultato. Un giorno, un saggio di nome Dûbân si fermò nella città e ovviamente sentì parlare del re malato e decise di presentarsi dal re. Gli disse: ”Maestà volevo farLe esaminare una terapia che prescrivo di solito, con molto successo, ai miei ammalati. Non Le darò da bere pozioni, e non La ungerò con il minimo unguento. La guarirò dall‘ esterno.” Il re si stupì e provò nel suo cuore un grande affetto e un grande rispetto per quell’uomo. Dûbân si congedò dal re, scese in città e radunò farmacisti e gente comune da cui ricavò essenze medicinali. Foggiò una specie di paletta, la incavò con cura, le diede un manico, anche questo incavato con cura, e mise a bagno l’arnese in un liquido composto da diversi unguenti, finchè fu ben impregnato. Aggiunse al utensile una palla che fece lui stesso. Allora aspettò l’indomani, si presentò al re e tirò fuori lo strumento che aveva preparato e lo porse al re dicendogli: ”Stringa bene il manico e colpisca questa palla con tutte le sue forze, inseguendola senza fermarsi ovunque vada, fino a che il palmo della tua mano e tutto il tuo corpo sono coperti di sudore. La sostanza di cui questo arnese è impregnato passerà dal manico nella sua mano, poi dalla mano nel braccio, prima di essere assorbita da tutto il suo corpo. Quando avrà sudato abbastanza si immerga in un buon bagno, si lavi e si addormenti. Al suo risveglio sarà guarito.” Il re dunque fece tutto quello che gli fu detto e infatti il giorno dopo il monarca aveva esaminato tutto il suo corpo senza trovare alcuna traccia di lebbra. Il re donò al pescatore mille cose e lo fece molto felice. Il re aveva un visir, un uomo avaro, invidioso e geloso. Anche il medico era entrato a far parte della sua gelosia e quindi gli voleva nuocere. Così egli andò dal re e gli disse: ”Temo fortemente che le macchinazioni di quell’uomo in definitiva danneggino gravemente il re. Mi ricordo di una storia....”
Il geloso e la cocorita
C’era una volta un uomo terribilmente geloso, sposato con una donna molto bella e di mille perfezioni. Queste qualità impedivano all’uomo di partire per un viaggio come avrebbe voluto. Così un giorno andò al mercato degli uccelli e comprò una cocorita, alla quale diede incarico di osservare in sua assenza tutto quello che sarebbe accaduto in casa e di fargliene un fedele
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resoconto al ritorno. Così l’uomo potè andare lontano e al suo ritorno la cocorita gli rivelò a quali giochi si abbandonava la donzella con il suo amico, senza nascondergli nulla. Quando l’uomo si precipitò dalla moglie e le chiese spiegazioni la donna credette di essere stata vittima dell’indiscrezione di una delle serve di casa, le quali diedero la colpa alla cocorita che aveva riferito tutto.
La donna decise di ricorrere a uno stratagemma e ordinò a una delle ancelle di coprire con una stoffa nera la gabbia dell’uccello, poi girare sopra ad essa la manovella di una macina a mano, mentre un’altra ancella innaffiava d’acqua la gabbia e una terza si dava da fare a rovesciare rumorosamente a destra e a sinistra svariati oggetti di ferro, e una quarta provvedeva a manovrare uno specchio davanti al lume... Al sorgere del giorno il marito interrogò la cocorita che gli raccontò: ”scusa se non posso dirti niente, ma per tutta la notte non ho potuto vedere ne e udire nulla, tanto ero accecata dalle tenebre e assordata dalla violenza della pioggia e dall‘ insistenza dei tuoni, misti a lampi che si sono succeduti senza interruzione fino al mattino.” Il marito, udito ciò, si convinse che la cocorita aveva l’abitudine di mentire perchè in effetti non era il periodo della pioggia, e la uccise. In seguito l‘uomo seppe dai vicini che tutto ciò che l’uccello gli aveva detto era vero e si pentì di aver fatto scomparire un così prezioso informatore.
Il re ugualmente non dava ascolto al visir. Quello però replicò: ”Se constaterai la falsità di quanto affermo, fammi morire come in passato è morto quel visir che si era servito di un’astuzia per provocare la rovina di un certo figlio di re...”
Il principe e la ghûl
Si narra che un certo sovrano avesse un figlio appassionato di caccia. Un giorno il figlio del re partì per la caccia e giunse a stanare un animale selvatico inseguendolo a forte velocità, tanto che i suoi accompagnatori persero le sue tracce. In cima a un sentiero in salita apparve una donna in lacrime che disse: ”Sono la figlia del re dell’India e mentre cavalcavo mi sono addomentata e devo essere caduta da cavallo perdendo i sensi.” Il figlio del re prese allora in groppa la donna e contiunuò per la sua strada finchè arrivò ad una casa dove la donna entrò senza il ragazzo. Egli, seguendola di nascosto in casa, rimase molto sorpreso scoprendo che la donna aveva assunto la forma di una ghûl. Accorgendosi che i piccoli della ghûl lo volevano per cena, fu colto da un terribile spavento ed esclamò:”O Dio, fa‘ che io trionfi sul nemico, tu che hai potere su tutte le cose!” A tale invocazione la ghûl se ne andò senza fiatare e il giovane potè riprendere la sua strada. Quando il principe ritornò al palazzo riferì a suo padre che per insistenza del visir si era lanciato sulle tracce di quell’animale che l’aveva portato fin dalla ghûl. Allora il re mandò a chiamare il visir e lo fece condannare a morte. CONTINUAZIONE DELLA STORIA DEL RE DEI GRECI E DEL MEDICO DÛBÂN
Avendo finito di raccontare la storia il visir continuò a convincere il re che Dûbân fosse solo una spia agli ordini di una potenza straniera la quale cercherebbe solamente di sbarazzarsi di lui. Allora disse: ”Non vedi quali soni i suoi poteri? È riuscito a guarirti facendoti semplicemente toccare con la mano un oggetto, può altrettanto bene farti passare dalla vita alla
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morte facendoti soltanto aspirare un profumo! Ti consiglio di fargli tagliare la testa per la tua sicurezza e il tuo bene.”
Il re acconsentì e fece chiamare il medico e gli disse che doveva morire. Il medico capì benissimo che fosse vittima di un inganno di qualche geloso e rimpiangeva di aver fatto del bene a uno che non apparteneva al mondo del bene. Un‘ ultima volta lanciava il suo avvertimento: ”Non mi uccidere, perchè Dio ucciderà te!”. Visto che non c‘era più vita d’uscita si rivolse al dicendo: ”O re, voglio darti una ragione per rimandare la mia esecuzione... Mi lasci almeno tornare a casa mia, il tempo necessario per dare alcune istruzioni per la mia sepoltura, liberarmi degli ultimi obblighi che mi legano, effettuare diverse elemosine e lasciare a chi lo merita i libri in cui sono conservati i miei segreti di guarigione, la mia arte. Fra questi libri ne possiedo uno che voglio regalarle, nel quale troverà un segreto: se mi farà tagliare la testa deve aprire quel libro alla sesta pagiana, le basterà leggere tre righe che vedrà sulla parte sinsitra della pagina dopo di che potrà rivolgermi la parola... e allora vedrai la mia testa mettersi a parlare e rispondere alle tue domande.” Il re era curioso e gli permetteva di sistemare le sue cose. L’indomani Dûbân ritornò al palazzo e tutto succedette come annunciato il giorno prima. Dûbân fu decapitato, la testa volò direttamente sul vassoio sul quale il medico prima aveva rovesciato una polvere, e in effetti cominciò a parlare quando fù a contatto con la sostanza: ”Re, adesso puoi consultare il libro!” Il re sfoglió le prime pagine che erano incollate le une alle altre e impregnate con veleno e dovette inumidirsi il dito con la saliva per poter girarle. Così il veleno mortale entrò rapidamente in circolazione nel sangue e il rè crollò a terra.
Terminata la sua storia il pescatore concluse: ”Se poco fa aveva acconsentito a risparmiarmi, non avrebbe in nessun modo da soffrirne, ma lei non ha voluto risparmiarmi la vita e mi hai indotto ad ucciderla.” L‘‘ifrît però, sentite queste parole, gli giurò non solo di non nuocergli più ma di rendergli un servigio che lo arricchirà. Il pescatore allora liberò il jinn e lo doveva seguire finchè si ritrovarono in una grande pianura, al centro della quale si vedeva uno stagno circondato da quattro colline e l‘‘ifrît invitò il pescatore a lanciarvi la sua rete. Egli vide pesci di tutti colori e infine ne prese quattro: un pesce rosso, uno bianco, uno giallo e uno blu. Il jinn gli disse di portare questi pesci al sultano e di offrirglieli in dono.
Il pescatore lo fece e venne pagato molto bene. Il sultano a sua volta fece friggere i pesci dalla sua cuoca. Però mentre friggeva si aprì la parete della cucina e una fanciulla disse ai pesci: ”Pesci, o pesci, ricordatevi del patto al quale dovete tener fede!” e i pesci risposero:” Sì, sì, abbiamo sentito.” e la fanciulla rovesciò la padella e i pesci furono bruciati. Questa scena si ripetè altre due volte. E altre due volte il pescatore dovette portare al re i quattro pesci. La seconda volta c’era pure il visir che stupitosi andò subito dal re a raccontargli le strane vicende della cucina, il quale subitò si recò in cucina e vide il mistero, solo che la terza volta invece della fanciulla apparve un uomo.
Il re voleva sapere la ragione di questa vicenda e chiese al pescatore di portarlo allo stagno dove aveva pescato i pesci speciali. Nessuno conobbe ne la strada ne lo stagno dove il pescatore portava il gruppetto che accompagnava il re. Deciso di non tornare prima in città che avesse saputo il segreto di quei pesci multicolori diede ai soldati l’ordine di smontare da cavallo e di montare le tende. Chiamò il suo visir e gli disse:” Ho deciso di partire, da solo, per mettere io stesso in chiaro il mistero di questi pesci e dello stagno, ma esigo che tu non ne faccia parola con nessuno, devi dire a tutti che sono ammalato.” Il sultano fece come aveva detto. Camminò tutta la notte e al mattino vedeva scorgere in lontananza una sagoma nera che,
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avvicinandosi, prendeva sempre più la forma di un palazzo tutto costruito di pietre nere tenute insieme da grappe di ferro. Vi entrò e non vi vide nessuno, tranne bellissime sale con dei mobili molto preziosi. Gli parve di sentire una specie di gemito che fu seguito da un grido lamentoso e un singhiozzo. Cercò il luogo da dove venivano questi rumori e arrivò a una porta nascosta dietro una grande tenda. In fondo un adolescente era seduto su un seggio appena più alto del pavimento. Era un bel giovane e il sultano lo salutò e gli chiese: ”Sei in grado di darmi qualche informazione sul mistero di quello stagno che si trova non lontano dalla mia città, e sui pesci multicolori che lo popolano? Puoi anche darmi dei lumi sul motivo della tua presenza in queto strano palazzo, dove nessuno ti fa compagnia, e dirmi la causa del tuo pianto?” Allora il giovanotto allungò la mano verso l’orlo della veste, la sollevò fino alla cintura e il re vide che tutta la parte inferiore del corpo del disgraziato giovane era un unico blocco di pietra nera, dall’ombelico fino alla punta dei piedi. Il ragazzo disse: ”Sappi che la storia di quei pesci e la mia storia personale scaturiscono da una stessa fonte singolare e meravigliosa. IL RE DELLE ISOLE NERE
Il padre del giovane fu re delle Isole Nere che non sono altro che quelle quattro colline presso lo stagno. Quando morì il re Mahmûd il figlio gli succedette sul trono e prese in sposa la figlia di suo zio paterno. Dopo cinque anni di felice matrimonio, una giorno diede ordine al cuoco di preparare un pranzo sontuoso e andò a stendersi in una sala del suo palazzo, però il sonno tardava a venire. Fu allora che udì l’ancella, che stava accanto alla mia testa, mormorare a quella sistemata ai suoi piedi: ”Che infelicità vedere la sua giovinezza trattata in questo modo. Non sai forse che la nostra padrona finge di lasciarlo ogni sera nelle sue piene facoltà? Fa in modo di versargli un sonnifero nel bicchiere che il padrone beve prima di andare a dormire Appena glielo ha fatto bere, lui si addormenta e lei ne approfitta per lasciare il palazzo, dove nessuno la vede mai rientrare prima dell’alba.” La conversazione suscitò in lui un profondo rancore. Quando fu servita la cena e finalmente arrivò il momento di andare a dormire sua moglie gli aveva portato un bicchiere, però senza che lei lo notasse lo versò indiscretamente il contenuto a terra. Finse di addormentarsi mentre sua moglie si alzò, si vestì e si profumò con cura, si cinse della sua spada e se ne andò. Il marito si alzò e la seguì fino a una capanna. Aspettò che la donna entrasse e la osservò guardando dalla finestra. Vide lei in piedi davanti a un servo moro. Ella si spogliò davanti a lui di ciò che indossava, arrivando ben presto ad alleggerirsi uno alla volta degli indumenti più intimi. Scivolò tutta nuda accanto a lui... Il principe allora entrò silenziosamente nella capanna e, deciso ad ucciderli tutti e due, colpì per primo il moro che prese sul collo e non ebbe dubbi di averlo ucciso sul momento. Non si era reso conto di non aver raggiunto le vene giugulari, perchè in effetti era riuscito solo ad intaccare la carne della gola. Si rivolse a sua cugina che però riuscì con un movimento tempestivo a schivarlo. Allora rimise a posto la spada e se ne andò verso la città. Quando sua moglie tornò si era tagliata i capelli e indossava abiti da lutto. Si giustifico: ”Ho appena saputo che mia madre è morta e che mio padre è rimasto ucciso nella lotta contro i nemici della Fede.” Per un anno si abbandonò ai pianti. Arrivò da suo marito col seguente desiderio: ”Voglio che tu faccia costruire per me nel tuo palazzo una dimora funebre nella quale io possa isolarmi per dedicarmi completamente al mio lutto” e incominciò a impartire gli ordini necessari affinchè la costruzione fosse eseguita. Fece trasportare là il suo amante, lo schiavo ferito, che sopravviveva senza più esserle di nessuna utilità. Ma rimaneva attaccato alla vita perche lei si
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Verena Huber, 2000, Psychoanalytische Deutung des Symbolgehalts in "Il pescatore e il jinn", München, GRIN Verlag GmbH
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