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Subtitle: L'insegnamento originale del Buddha e lo sviluppo della quarta personalità
Bachelor Thesis, 2007, 66 Pages
Author: Dott. Matteo Andreozzi
Subject: Philosophy - Philosophy Beyond Occidental Tradition
Details
Institution/College: Università degli Studi di Milano (Facoltà di Lettere e Filosofia)
Tags: Buddhismo, Psicologia, Giulio Cesare Giacobbe, Filosofia, Terapia Evolutiva, Filosofia Orientale, Matteo Andreozzi, Buddhismo e Psicologia, Psicologia e Buddhismo
Year: 2007
Pages: 66
Grade: 110 e lode
Language: Italian
ISBN (E-book): 978-3-640-34190-0
ISBN (Book): 978-3-640-34207-5
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Abstract
Gli uomini si sono storicamente interrogati circa il problema esistenziale e ciò si è mostrato strettamente connesso alla ricerca di un equilibrio psichico, nonché determinante nella formulazione degli aspetti soteriologici, spesso fondamentali, di religioni, sistemi metafisici e discipline morali. È proprio nelle sue caratteristiche di soteriologia gnostica che il buddhismo originale, volendo condurre l’uomo, attraverso una forma maggiormente adeguata di conoscenza, alla liberazione dall’insieme di esperienze negative (sofferenza, insoddisfazione e imperfezione) racchiuse dal termine duhkha, si mostra come l’approccio orientale più vicino agli intenti occidentali della scienza psicologica novecentesca. Lo stesso Dalai Lama ha recentemente (1993) definito il buddhismo «a science of mind», una scienza della mente. Uscendo da categorie prettamente occidentali (europee soprattutto), quali “religione” e “filosofia”, può essere maggiormente comprensibile come tali concetti siano inapplicabili alla cultura orientale, dove la religione, la metafisica e la morale si compenetrano, differenziandosi solamente per il tipo di salvezza promesso, generalmente intesa come liberazione da uno stato o da una condizione non desiderata, e per le modalità del suo conseguimento. Sia il buddhismo originale che la psicologia rappresentano una teoria sulla natura dell’uomo, e al contempo una prassi finalizzata al conseguimento del suo benessere, inteso, nelle parole di Erich Fromm, come un «essere in armonia con la propria natura». Il primo è un’espressione caratteristica del pensiero orientale, mentre la seconda del pensiero occidentale. Il buddhismo fonde la razionalità e la capacità di astrazione proprie della cultura indiana, mentre la psicologia ha le sue basi nella sapienza greca e nell’etica ebraica.
Excerpt (computer-generated)
BUDDHISMO
E PSICOLOGIA
EVOLUTIVA
Matteo Andreozzi
A tutte le configurazioni spazio-temporali che mi permettono continuamente
di vivere istanti di "amore universale".
2
INDICE
3
PREMESSA
pag. 05
INTRODUZIONE
pag. 10
CAPITOLO 1
BUDDHISMO ORIGINALE COME DISCIPLINA PRATICA
pag. 13
1.1 INFORMAZIONI PRELIMINARI
pag. 15
1.2 IL BUDDHA "STORICO" COME MEDICO
pag. 18
1.3 L′INSEGNAMENTO ORIGINALE
pag. 21
CAPITOLO 2
IL VERO MODO IN CUI LE COSE SONO
pag. 24
2.1 I VELENI RADICALI
pag. 26
2.2 ORIGINAZIONE DIPENDENTE, IMPERMANENZA E "NON-SÉ"
pag. 29
2.3 LA VACUITÀ
pag. 32
CAPITOLO 3
IL PENSIERO DI GIULIO CESARE GIACOBBE
pag. 34
3.1 LE SEGHE MENTALI
pag. 36
3.2 LE COCCOLE
pag. 44
3.3 LA QUARTA PERSONALITÀ: LO STATO DI BUDDHA
pag. 50
APPENDICE
pag. 57
RINGRAZIAMENTI
pag. 60
BIGLIOGRAFIA
pag. 62
4
PREMESSA
5
Gli uomini si sono storicamente interrogati circa il problema esistenziale e ciò
si è mostrato strettamente connesso alla ricerca di un equilibrio psichico,
nonché determinante nella formulazione degli aspetti soteriologici - spesso
fondamentali - di religioni, sistemi metafisici e discipline morali.
È proprio nelle sue caratteristiche di soteriologia gnostica1 che il buddhismo
originale, volendo condurre l′uomo, attraverso una forma maggiormente
adeguata di conoscenza, alla liberazione dall′insieme di esperienze negative
(sofferenza, insoddisfazione e imperfezione) racchiuse dal termine
duhkha
2, si
mostra come l′approccio orientale più vicino agli intenti occidentali della
scienza psicologica novecentesca. Lo stesso Dalai Lama ha recentemente (1993)
definito il buddhismo «a science of mind»3, una scienza della mente.
Uscendo da categorie prettamente occidentali (europee soprattutto), quali
"religione" e "filosofia", può essere maggiormente comprensibile come tali
concetti siano inapplicabili alla cultura orientale, dove la religione, la
metafisica e la morale si compenetrano, differenziandosi solamente per il tipo
di salvezza promesso generalmente intesa come liberazione da uno stato o da
una condizione non desiderata e per le modalità del suo conseguimento4.
Sia il buddhismo originale che la psicologia rappresentano una teoria sulla
natura dell′uomo, e al contempo una prassi finalizzata al conseguimento del
suo benessere, inteso nelle parole di Erich Fromm - come un «essere in
armonia con la propria natura»5. Il primo è un′espressione caratteristica del
pensiero orientale, mentre la seconda del pensiero occidentale. Il buddhismo
fonde la razionalità e la capacità di astrazione proprie della cultura indiana,
mentre la psicologia ha le sue basi nella sapienza greca e nell′etica ebraica6.
La vita pone quindi un problema esistenziale nei confronti del quale l′uomo,
gettato nel mondo e poi strappato da questo non per sua volontà, è tenuto a
1 P. Williams e A. Tribe,
Il buddhismo dell′India
(2000), trad. it. di G. Fiorentini, Ubaldini
Editore, Roma 2002, pp. 11-15.
2 Ivi, p. 12.
3 Gyatso Tenzin (Dalai Lama), H. Benson, R. Thurman, H. Gardner, D. Goleman,
La scienza della
mente. Un dialogo oriente-occidente
(1993), trad. it. di E. Peyretti, Chiara Luce Edizioni, Pomaia
1993, pp. 39-41.
4 Gyatso Tenzin (Dalai Lama),
Salvare il domani. Conversazioni sul Buddhismo e sulla vita
(2006),
Mondadori, trad. it. di L. Taddeo, Milano 2006, pp. 41-52.
5 E. Fromm,
Psicoanalisi e buddhismo zen
(1960), trad. it. di E. Alverà, Oscar Saggi Mondatori,
Milano 2004, p. 25.
6 Ivi, p. 7.
6
dare una qualche risposta. Secondo Fromm7 le soluzioni che si possono dare agli
interrogativi esistenziali sono diverse, ma fondamentalmente riconducibili a
due. Una consiste nella scelta di una regressione allo stato di armonia
primordiale esistente prima che affiorasse la consapevolezza (prima della
nascita), e conduce alla nevrosi, nelle sue svariate forme. L′altra consiste nella
decisione di nascere completamente, potenziando la propria consapevolezza, la
propria ragione e la propria capacità di amare fino a giungere ad una nuova
armonia e comunione con il mondo.
Fromm non fu l′unico a sottolineare che «la nascita non è un atto unico, ma un
processo»8. Per l′autore, «vivere significa nascere in ogni istante, e lo scopo
della vita è nascere completamente, anche se la sua tragedia risiede nel fatto
che la maggior parte degli uomini muore prima di nascere davvero»9.
Per riuscire a capire qualsiasi essere umano è necessario sapere qual è la sua
risposta all′interrogativo dell′esistenza10, e quindi scoprire qual è l′oggetto di
tutti i suoi sforzi e di tutte le sue passioni. Come sottolineato anche da F.W.J.
Schelling nelle sue lezioni del 1854, «se l′uomo è privo di senso, ogni altro
essere cade nell′abisso di un nulla senza fondo» 11.
Per comprendere il paziente ed al contempo aiutarlo nel suo processo di
nascita continua, la psicoterapia novecentesca con la psicoanalisi - si pone
l′obiettivo di rendere conscio l′inconscio12. Il contenuto della nostra esperienza
non può però divenire conscio se non a condizione di poter essere percepito,
correlato e ordinato nei termini di un sistema di concetti e delle sue categorie.
Tale sistema è un prodotto dell′evoluzione sociale e opera come un filtro
socialmente condizionato (diverso per ogni società), da elementi quali il
linguaggio, la logica e i tabù13. Le esperienze che non possono esser filtrate
restano esterne alla consapevolezza, cioè rimangono inconsce.
L′uomo è consapevole della realtà solo nella misura in cui gli obiettivi istintuali
della sopravvivenza e della riproduzione rendono tale consapevolezza
7 Ivi, p. 26-28.
8 Ibidem.
9 Ibidem.
10 Ivi, p. 32.
11 F.W.J. Schelling,
Filosofia della rivelazione
(1856), trad. it. di A. Bausola, Milano, Bompiani
2002, p. 13.
12 E. Fromm,
op. cit.
, p. 41.
13 Ivi, p. 55.
7
necessaria14. Divenire consci di ciò che è inconscio significa quindi ampliare la
propria coscienza ed entrare in contatto con la realtà, sia dal punto di vista
teoretico che da quello affettivo. Nelle parole di Fromm15, «rendere l′inconscio
conscio trasforma la pura idea dell′universalità dell′uomo nell′esperienza
vivente di questa universalità». Chi vive in uno stato di rimozione è un
"alienato"16, in quanto proietta i propri sentimenti e le proprie idee sugli
oggetti, non sperimenta se stesso quale soggetto dei propri sentimenti, ma si
lascia soggiogare dagli oggetti gravati dei suoi sentimenti.
Finché il paziente mantiene l′atteggiamento di un osservatore distaccato,
facendosi oggetto della propria indagine, egli non è mai a contatto con il
proprio inconscio, se non nel senso che lo pensa, senza però sperimentare la
realtà più vasta e più profonda che è in lui. Lo stesso Freud17 dovette fare
propria l′affermazione di Spinoza secondo cui una conoscenza intellettuale in
quanto tale non produce alcun mutamento, se non nella misura in cui sia anche
una conoscenza affettiva18.
Scoprire il proprio inconscio non è un atto intellettuale, bensì un′esperienza
affettiva e totale, che difficilmente può essere espressa a parole. L′importanza
di questo genere di conoscenza esperienziale risiede nel fatto che essa supera
la concezione razionalistica occidentale del conoscere19. E in cosa consiste tale
tipo di esperienza, che trasforma la non-coscienza in coscienza, se non in una
sorta di "risveglio" o "illuminazione"?
Buddhismo e psicoanalisi non tendono affatto a far sì che un uomo conduca una
vita virtuosa, sopprimendo ogni desiderio "malvagio", bensì si attendono che
questi possano dissolversi e sparire alla luce (teoretica) ed al calore (affettivo)
di un allargamento della "coscienza". Il mutamento di un tratto nevrotico del
carattere non è possibile senza perseguire il fine ben più radicale di una
completa trasformazione della persona, e tale è anche la condizione essenziale
della soteriologia buddhista20.
14 Ivi, p. 62.
15 Ivi, p. 60.
16 Ivi, pp. 41-70.
17 Ivi, p. 65.
18 B. Spinoza,
Etica
(1677), a cura di R. Cantoni e F. Fergnani, UTET Libreria, Torino 2005, p. 340.
19 E. Fromm,
op. cit.
, p. 66.
20 Ivi, pp. 112-116.
8
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