Le canzoni leopardiane


Term Paper, 2001
20 Pages

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1. Introduzione

Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno del 1798 a Recanati (Macerata) Suo padre, il giovane conte Monaldo, aveva gusti letterari e artistici ed era riuscito ad organizzare una bella biblioteca domestica con libri di letteratura ed erudizione. In quella biblioteca cresce Leopardi, appassionato di lettere italiane e latine fin dall’infanzia. Ma Leopardi intrista nel fisico, felice nell’anima per la speranza di una gloria eccezionale in forza della precocissima dottrina filologica. A diciotto anni scrive odi greche facendole credere antiche, e comincia a pubblicare opere d’erudizione storica e filologica. Nel 1817 e negli anni seguenti soffre di una deformazione alla colonna vertebrale e di disturbi nervosi. In questo periodo comincia ad annotare i primi pensieri per lo Zibaldone e scrive alcuni sonetti. Finalmente nel febbraio del 1823 Leopardi può realizzare, col permesso paterno, il sogno di uscire da Recanati dove si sentiva prigioniero. Ma arrivato a Roma presso lo zio materno, rimane profondamente deluso dalla città, troppo frivola e poco ospitale. Ritornato a Recanati, vi rimane due anni. Prende poi dimora a Milano (1825). Bologna (1826), Firenze (1827) dove conosce Manzoni, e Pisa (1827-28).

Quando Leopardi decide di riprendere a tempo pieno la sua attività di poeta a Pisa nell’aprile del 1828, risulta chiaro che qualcosa è cambiato nel suo modo di scrivere e fare poesia. Questo mutamento risulta ancora più evidente quando, tornato a Recanati, continua, sulla stessa linea, a comporre tra il 1828 e il 1830 quelli che verranno ribattezzati Canti pisano- recanatesi.

La sintassi e la metrica del Leopardi mutano vistosamente, abbandonando l’iniziale osservanza alle regole tradizionali. La strofa libera leopardiana è, prima di tutto, il risultato di un’evoluzione interna che comincia fin dalle prime due canzoni patriottiche, e che, prendendo come punto di partenza la canzone petrarchesca. Leopardi tende progressivamente a discioglierla dalle antiche leggi per assoggettarla ad altre, nuove leggi. Non sceglie il sonetto o l’ode neoclassica, ma la canzone come proprio metro, purché più ampia e più libera; il metro petrarchesco, nella regolata successione delle parti, nella simmetrica architettura, è stato da lui continuamente tradito.

2. Le canzoni leopardiane

2.1 Prospetto delle canzoni

Canzoni civili

(All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo mai)

Le canzoni giovanili affrontano temi vari, muovendo talora da spunti occasionali, ma complessivamente emergono motivi come l’impegno civile e patriottico, la rievocazione storica e la riflessione esistenziale. Sono poesie civilmente impegnate e classicamente eloquenti in cui il giovane Leopardi riversa, con animo commosso, le generose illusioni coltivate nella consuetudine, con la parola e gli esempi degli antichi.

Canzoni del suicidio

(Bruto Minore, Ultimo canto di Saffo)

La riflessione esistenziale, assieme alla rievocazione storico-mitica, si pone decisamente in primo piano in queste due canzoni. Il componimento viene dominato da un senso d’incomprensibilità di un destino nefasto che nulla concede alle speranze.

Idilli

(La sera del dì di festa, L’infinito, Alla luna)

Se nelle canzoni il Leopardi sperimentava una poesia retoricamente sostenuta e d’impianto e concezione classicistica, negli idilli egli inaugura una nuova maniera di espressione poetica. Il temine idilli deriva dagli “Idilli” di Mosco, un poeta greco che egli aveva precedentemente tradotto, ma diversa e non direttamente ispirata a modelli classici è la sostanza di questi componimenti del periodo 1819-1820. Il Leopardi stesso li definiva situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo. Abbandona, per ora sperimentalmente, visto che lavora anche sul versante delle canzoni classicistiche, i modelli antichi e la poesia d’immaginazione, per dedicarsi ormai senza mediazioni al lirismo puro.

Canti pisano-recanatesi

(Il passero solitario, A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)

Con il soggiorno pisano del 1827-1828, coincide il ritorno alla poesia, dopo quasi sei anni di silenzio poetico interrotto da due isolati componimenti (Alla sua donna, 1823, e Al conte Carlo Pepoli, 1826).

Vige ancora, in questa fase della poesia leopardiana, la poetica dell’indefinito e del vago. Si parla per questi canti semplicemente di poetica della ricordanza, che comunque non è da intendersi se non come una variante di quella dell’indefinito e del vago, giacché riposa sugli stessi principi. Tra contenuto “filosofico” e poetico si crea una sorta di antinomia o perlomeno di sfasatura: si parla dell’acerbità del vero, attenuandone però l’evidenza mediante il ricorso alle fascinazioni del linguaggio o al dolce-amaro della ricordanza. La poesia, almeno a livello linguistico-stilistico, mantiene ancora qualcosa della sua funzione consolatoria.

Ciclo di Aspasia

(Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso)

Queste liriche, databili tra il 1833 e il 1835 sono ispirate alla passione per Fanny Targioni Tozzetti, in cui da un lato emerge con un vigore non ancora sperimentato dalla poesia leopardiana il tema della passione amorosa, non più di idealizzazioni dell’amore, come nel passato, e dall’altro la disillusione, il disprezzo per il proprio cuore che ancora una volta si è lasciato ingannare.

Ultimi canti

(Il tramonto della luna, La ginestra)

Nell’ultima sezione di canti il poeta si accende di sdegno contro quanti per superbia o viltà rifiutano di guardare in faccia la verità o per compiacere al proprio tempo fingono di non vederla, ed ora si lasciano prendere da un sentimento di profonda pietà per l’uomo. Muovendosi da questo sentimento, oltre che dalle più generali convinzioni filosofiche, il Leopardi giunge a formulare quel progetto o quell’utopia solidaristica che sostituisce forse il momento più significativo e alto della lirica e del pensiero leopardiano.

2.2 Appoggi al modello petrarchesco

L’opera di Leopardi viene suddivisa in due periodi. Il primo periodo contiene le sue opere giovanili e le canzoni fino al 1823, il secondo periodo le canzoni dopo il 1828. I cinque anni tra i due periodi Leopardi non ha scritto poesie, ma si è dedicato ad altri lavori. Nelle sue

poesie giovanili dal 1816 al 1818 preferisce la terzina, nei canti degli anni 1818 a 1822 la forma rigida della canzone, della quale anche Petrarca ne faceva uso. Sono strofe lunghe dai 13 ai 20 versi, scritti in endecasillabi e settenari, suddivise in fronte e sirma. Leopardi si appoggia in primo luogo strettamente al modello di Petrarca. Ma poi diminuisce progressivamente il numero delle rime, non divide più tra fronte e sirma, e così arriva finalmente ad una strofa di endecasillabi sciolti con una chiusura rimata con un endecasillabo e un settenario.

Non soltanto sul punto di vista metrico ma anche su quello retorico si ritrovano ancora tracce delle canzoni petrarchesche. Ci sono quattro punti molto importanti che sono esemplarmente visibili nella poesia All’Italia 1, composta a Recanati nel 1818 e facente parte delle canzoni civili. Questa poesia mostra molte parallele retoriche con le canzoni politiche di Petrarca. Secondo Blasucci2sono i seguenti quattro fenomeni grammaticali e sintattici:

2.2.1 La frequenza dei movimenti in prima persona, autorizzati certo dal modello lirico trecentesco, ma fortemente incrementati, quasi sottoposti a un processo di accelerazione (versi 1-5), e culminanti, rispettivamente, nell’affondo agonistico dei versi 37/38.

1 O patria mia, vedo le mura e gli archi E le colonne e i simulacri e l’erme Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

5 Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

37 Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo

38 Combatterò, procomberò sol io.

2.2.2 La frequenza altrettanto cospicua dei movimenti allocutivi, anch’essi autorizzati dal modello petrarchesco, ma anch’essi largamente incrementati nel confronto; ed è significativo a questo proposito che Leopardi nella stampa bolognese ha cambiato il titolo di questa canzone, Sull’Italia, in All’Italia, volendo così sottolineare il regime allocutivo dell’intera canzone.

1 O patria mia, vedo le mura e gli archi

10 Formosissima donna! Io chiedo al cielo

11 E al mondo: dite dite;

18 Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

[...]


1 Leopardi, Canti, p. 43. ‘All’Italia’ si trova nell’appendice a p.18.

2 Blasucci, Morfologia delle canzoni, p. 21.

20 of 20 pages

Details

Title
Le canzoni leopardiane
Author
Year
2001
Pages
20
Catalog Number
V101528
File size
375 KB
Language
Italian
Quote paper
Daniela Zacheo (Author), 2001, Le canzoni leopardiane, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/101528

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