L’antifascismo di Eugenio Montale

Analisi e commento della lirica „La primavera hitleriana“


Seminar Paper, 2000
15 Pages, Grade: Keine

Excerpt

Indice

1 La vita

2 La bufera e altro

3 La primavera hitleriana

Bibliografia

1 La vita

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896. È l’ultimo di cinque figli di una famiglia della borghesia locale. Il padre è titolare di una ditta importatrice di prodotti chimici e la madre è figlia di un notaio. Studia presso le scuole tecniche dei padri Barnabiti che abbandona per motivi di salute. Della sua formazione si occuperà soprattutto la sorella Marianna, studentessa di materie letterarie. Allo scoppio del primo conflitto mondiale viene assegnato a un reggimento di fanteria dal quale verrà congedato due anni più tardi. Tornato a Genova frequenta i circoli letterari della città stringendo amicizie con personaggi della cultura quali Camillo Sbarbaro, Angelo Barile, Roberto Bazlen, Carlo Linati e altri. Svolge anche un’attività di critico letterario per le riviste “L’Esame”, “Il Quindicinale”, “Il Baretti”, “L’Ambrosiano”. Sono gli anni degli Ossi di seppia che usciranno nel 1925, anno in cui Montale firma il manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce. Successivamente si reca a Milano dove conosce Italo Svevo. Dal 1927 è a Firenze dove lavora per l’editore Bemporad. Due anni più tardi diventa direttore del Gabinetto Vieusseux dal quale verrà allontanato nel 1938. A Firenze frequenta il caffè Giubbe Rosse dove si ritrovano artisti, scrittori, ma anche critici letterari quali Giuseppe De Robertis, Gianfranco Contini, Mario Praz. Nell’orbita della rivista Solaria Montale si avvicina alle esperienze della poesia francese e inglese del primo Novecento, scoprendo poeti quali Paul Valérie e Thomas Stearns Eliot. Il 1939 è l’anno delle Occasioni. Il 10 giungo 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Germania nazista. Costretto ad arruolarsi, viene congedato dall’Ospedale Militare di Firenze nel 1941. Sono gli anni delle liriche di Finisterre che usciranno per la prima volta a Lugano nel 1943. L’11 agosto 1944 Firenze è liberata. Montale si iscrive al Partito d’Azione e l’anno successivo, assieme ad altri personaggi della cultura, fonda il quindicinale Il Mondo. Dal 1948 lavora regolarmente per il Corriere della Sera. È un periodo, questo, di intensi viaggi all’estero: Inghilterra, Siria, Svizzera, Francia. I suoi reportages verranno raccolti più tardi nel volume Fuori di casa. Nel 1956 esce la sua terza raccolta La bufera e altro. Seguono, una dopo l’altra, Satura, Diario del ’71 e ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977). Il suo successo è all’apice, ma la sua salute comincia a deteriorarsi. Muore in una clinica a Milano il 12 settembre 1981. Al suo funerale lo accompagnano quarantamila persone.

2 La bufera e altro.

La prima edizione risale al 1956. Le altre escono rispettivamente nel 1957, 1977 e 1980. Il libro contiene liriche scritte fra il 1940 e il 1954 ed è diviso in sette parti: Finisterre (1), Dopo (II), Intermezzo (III), Flashes e dediche (IV), Silvae (V), Madrigali privati (VI), Conclusioni provvisorie (VII). Definito dallo stesso Montale come “il suo libro migliore” (prefazione alla traduzione svedese delle sue poesie), La Bufera e altro rappresenta, come è stato sottolineato da alcuni critici letterari, l’irruzione della realtà entro l’astratto mondo poetico delle Occasioni. L’esperienza della guerra e il successivo confronto ideologico incrinano quello splendido mondo artificiale che Montale si era creato nel periodo fra le due guerre. Il motivo della guerra, che occupa le prime liriche di Finisterre, lascia lentamente il posto alla riflessione sulla poesia quale strumento di espressione della realtà. La tematica, già sviluppata negli Ossi di seppia, finisce qui per approdare a delle conclusioni diametralmente opposte: mentre prima si negava alla parola la possibilità di far rivivere l’esistente, adesso le si nega la possibilità di estraniarsi da esso. Alle forme chiuse tipiche degli Ossi di seppia e delle Occasioni si alternano adesso delle forme aperte dai lunghi periodi e dalle strofe irregolari. Il tempo viene recuperato e torna a far parte del quotidiano a cui il poeta tenta di aderire, facendo confluire l’arte nell’esistente. La guerra, “cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione”, irrompe con tutta la sua violenza nel verso poetico fino a farlo scendere a patti con il reale: la poesia assume i contorni della vita. Le liriche che compongono Finisterre sono - a detta dell’autore – la sua “esperienza più petrarchesca” ed erano state concepite come appendice alle Occasioni. Quest’ultime – racconta Montale – “erano un’arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima, ma in quello del pedale, della musica profonda e della contemplazione.” (cit. in M. Martelli, 1982, p. 79). Eppure – fin da Finisterre – il presentimento che Clizia non sopravviva alla fine della guerra è già presente nelle liriche del poeta: “Oh ch’io non oda / nulla i te, ch’io fugga dal bagliore / de tuoi cigli. Ben altro è sulla terra”; presentimento che trova una riconferma in ‘Flashes’ e dediche quando Montale scrive: “ho amato il sole, / il colore del miele, or chiedo il bruno, / chiedo il fuoco che cova, questa tomba / che non vola, il tuo sguardo che la sfida”. In Silvae Clizia è ormai partita ma non è ancora la morte della poesia che continua a vivere nell’opera d’arte: “Ma se ritorni non sei tu, è mutata / la tua storia eterna, non attendi / al traghetto la prua, / non hai sguardi, né ieri né domani; / perché l’opera Sua (che nella tua / si trasforma) dev’essere continuata.” Di fronte alla partenza di Clizia il poeta si sente “un piccione” incapace di seguirla, “una tomba che non vola”, eppure in questo tiro al bersaglio anche il destino ha la sua parte: “Se la forza / che guida il disco di già inciso fosse / un’altra, certo il tuo destino al mio / congiunto mostrerebbe un solco solo”.

3 La primavera hitleriana

Né quella ch’a veder lo sol si gira…

Dante (?) a Giovanni Quirini

1 Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
2 turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
3 stende a terra una coltre su cui scricchia
4 come su zucchero il piede; l’estate immanente sprigiona
5 ora il gelo notturno che capiva
6 nelle cave segrete della stagione morta,
7 negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.
8 Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
9 tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
10 e pavesato di croci a uncino l’a preso e inghiottito,
11 si sono chiuse le vetrine, povere
12 e inoffensive benché armate anch’esse
13 di cannoni e giocattoli di guerra,
14 ha sprangato il beccaio che infiorava
15 di bacche il muso dei capretti uccisi,
16 la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
17 s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
18 di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
19 le sponde e più nessuno è colpevole.
20 Tutto per nulla dunque? – e le candele
21 romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
22 l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
23 forti come un battesimo nella lugubre attesa
24 dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando
25 sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
26 gli angeli di Tobia, i sette, la semina
27 dell’avvenire) e gli eliotropi nati
28 dalle tue mani – tutto arso e succhiato
29 da un polline che stride come il fuoco
30 e ha punte di sinibbio…
31 Oh la piagata
32 primavera è pur festa se raggela
33 in morte questa morte! Guarda ancora
34 in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
35 che il non mutato amor mutata serbi,
36 fino a che il cieco sole che in te porti
37 si abbacini nell’Altro e si distrugga
38 in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
39 che salutano i mostri nella sera
40 della loro tregenda, si confondono già
41 col suono che slegato dal cielo, scende, vince –
42 col respiro di un’alba che domani per tutti
43 si riaffacci, bianca ma senz’ali
44 di raccapriccio, ai greti del sud…

La lirica si trova nella quinta sezione della raccolta La Bufera e altro il cui titolo, Silvae, rimanda alla letteratura classica, greca e latina. Lo ritroviamo nelle raccolte di Papinio Stazio e nelle opere di alcuni umanisti del Quattrocento quali Poggio Bracciolini e Poliziano. Le Silvae descrivevano dei luoghi, degli aspetti della vita quotidiana: città, bagni, opere d’arte, nascite, matrimoni. Per i filosofi greci la “selva” (hylen) indicava la materia grezza non ancora “informata” da un principio ordinatore.

Dal punto di vista metrico abbiamo tre strofe di versi liberi di vari lunghezza (7 versi la prima strofa, 12 la seconda, 25 per la terza). Il verso 30 è un perfetto endecasillabo “a gradino”. Frequente l’uso di questa lunghezza metrica (vv. 13, 15, 19, 25, ecc.) come anche di versi doppi, soprattutto nella prima parte della lirica (vv. 4, 8, 16, 17). Sul versante retorico notiamo le allitterazioni del suono S ai versi 2, 3 e 4 (sulle, spallette, stende, scricchia). Si noti anche la consonanza beccaio/bacche ai versi 14 e 15, l’assonanza cave/scavalcano ai versi 6 e 7, la rima interna morte/sorte ai versi 33 e 34. Interessante è anche l’ossimoro al verso 16 (miti carnefici), l’antitesi ai versi 4 e 5 (estate/gelo), il bisticcio del verso 35 (che il non mutato amor mutata serbi).[1] Presenti anche forme onomatopeiche ai versi 3 (scricchia) e 29 (stride). Sublime la metafora delle candele che sbiancano l’orizzonte ai versi 21 e 22, come anche quella della gemma che riga l’aria al verso 24, o quella del polline che stride al verso 29. Si noti inoltre i latinismi “capiva” al verso 5 (da capio, capere = contentere) e “messo” al verso 8 (da mitto, mittere = inviare), nonché il grecismo “eliotropi” al verso 27 (helios=sole/trepo=volgo). Frequente l’uso dell’enjambement: vv. 4 e 5, 11 e 12, 31 e 32. Si noti anche il climax del verso 41 (scende-vince), l’anafora dei versi 41 e 42 (col-col), l’iperbato dei versi 3 e 4 (su cui scricchia come su zucchero il piede), la sinestesia del verso 29 (stride come il fuoco) e la domanda retorica con cui inizia la terza strofa (Tutto per nulla, dunque?). La lirica non disdegna neppure l’uso di parole poco comuni e ricercate (falene, scherani, trescone, golena, sinibbio, ecc.) continuando così a riproporre alcuni dei motivi principali della precedente tradizione ermetica.

[...]


[1] Montale riprende questi versi, come anche l’epigrafe iniziale e lo stesso mito di Clizia, dalle Rime di Dante pubblicate nel 1939 da Gianfranco Contini (cfr. G. Contini, 1939, pp. 198-199),

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Details

Title
L’antifascismo di Eugenio Montale
Subtitle
Analisi e commento della lirica „La primavera hitleriana“
College
University of Zurich
Grade
Keine
Author
Year
2000
Pages
15
Catalog Number
V118171
ISBN (eBook)
9783640207381
ISBN (Book)
9783640207541
File size
494 KB
Language
Italian
Tags
Eugenio Montale, Fascismo, Nazismo, Poesia, Letteratura italiana
Quote paper
Giacomo Francini (Author), 2000, L’antifascismo di Eugenio Montale, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/118171

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