Il concetto della visibilità presso Italo Calvino nel romanzo "Il cavaliere inesistente"


Term Paper, 2012

16 Pages, Grade: 1,0


Excerpt

Indice

1. Introduzione

2. I concetti teorici
2.1 Il concetto della visibilità in Italo Calvino
2.2 La percezione
2.3 La definizione della ‘Gestalt’
2.4 I parametri della categorizzazione classica secondo Aristotele
2.5 La prototipicità

3. Visibilità mediante i concetti cognitivi
3.1 Visibilità tramite la percezione il contrasto ‘figura-fondo’
3.2 Visibilità tramite la categorizzazione e la prototipicità

4. Conclusione

5. Bibliografia

1. Introduzione

Per cominciare questo lavoro vorrei citare un passaggio dal testo di Calvino sulla visibilità[1]:

“La fantasia dell’artista è un mondo di potenzialità che nessuna opera riuscirà a mettere in atto; quello di cui facciamo esperienza vivendo è un altro mondo, che risponde ad altre forme d’ordine e di disordine; gli strati di parole che s’accumulano sulle pagine come gli strati di colore

sulla tela sono un altro mondo ancora, anch’esso infinito, ma più governabile, meno refrattario a una forma. Il rapporto tra i tre mondi è quell’ indefinibile di cui parlava Balzac: o meglio, noi lo diremmo indecidibile, come il paradosso d’un insieme infinito che contiene altri insiemi infiniti.”

Calvino presenta tre mondi inseparabili che s’influenzano reciprocamente: (1) Il mondo concreto e fisico senza il quale non possiamo esistere. (2) La nostra fantasia senza la quale saremmo poveri e non in grado di sviluppare prodotti culturali. E (3) il mondo linguistico senza cui non saremmo mai capaci di comunicare le nostre visioni e idee in maniera comprensibile a un’altra persona. Ma come si riesce a creare un’immagine dalle parole oppure come riescono le parole a creare un’immagine?

Nel corso di questo breve lavoro vorrei dimostrare che sia il concetto della visibilità sia i processi mentali espressi nelle teorie della percezione, della psicologia della ‘Gestalt’, della categorizzazione e della prototipicità fanno parte della creazione del protagonista Agilulfo nel romanzo Il cavaliere inesistente di Italo Calvino del 1959.

La presente ricerca si suddivide in due parti, delle quali la prima si occupa della concezione della visibilità secondo Italo Calvino nel suo libro Lezioni americane e delle teorie della percezione, della psicologia della ‘Gestalt’, della categorizzazione e della prototipicità, che a mio parere formano le basi di ogni creazione di un’immagine mentale. Cioè la visibilità d’una figura narrativa dipende dalla capacità dello scrittore di formare un corpo e un carattere immaginabili dal lettore. Nel caso di un personaggio invisibile è quasi impossibile ricorrere a una forma conosciuta o preesistente perché farebbe molta fatica a immaginarsi qualcosa (oppure qualcuno) che non è mai stata visto. A causa di tale difficoltà, Calvino escogita diversi stratagemmi per resuscitare un’immagine di una figura ossimorica “che non c’è” oppure “che c’è senza esserci”.[2] La seconda parte di questo breve saggio, quindi, mostrerà dove si trovano i concetti suddetti nel romanzo e quanto siano serviti a creare un personaggio di fantasia che esiste grazie solo alla “forza della volontà”[3] schopenhaueriana dello scrittore.

Innanzitutto spiegherò il concetto della visibilità, prima di presentare brevemente le teorie della percezione, della ‘Gestalt’, della categorizzazione e della prototipicità.

2. I concetti teorici

2.1 Il concetto della visibilità da Italo Calvino

La visibilità non è solo un termine astratto che potrebbe spiegare con sufficiente chiarezza il processo del far vedere. Consiste, in realtà, di altre componenti come l’immaginazione o la visione, che fanno riferimento ai processi interni e mentali da cui scaturiscono. Secondo Calvino l’immaginazione è un processo sconosciuto perché non si può capire “da dove provengono i messaggi visivi [...] quando essi non sono formati da sensazioni depositate nella memoria” mentre le visioni sono “quasi come proiezioni cinematografiche o ricezioni televisive su uno schermo”. [4] Nella letteratura religiosa si trovano numerose figure interessate da visioni divine, come Mosè che ricevette i Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, per menzionarne solo uno dei tanti. Non a caso la comunicazione visiva è stata e ancora è un veicolo fondamentale delle politiche di evangelizzazione della Chiesa. Il fedele, messo di fronte alle suggestioni emotive dell’arte sacra, “doveva risalire ai significati secondo l’insegnamento orale della Chiesa. Ma si trattava di partire sempre da un’immagine data, proposta dalla Chiesa stessa, non ‘immaginata’ dal fedele.”[5]

È ovvio che la Chiesa conosceva il potere enorme delle immagini, le cui origini sono considerate naturalmente divine. Una spiegazione che può magari bastare per un fedele, ma chiunque credesse nella spiegabilità dei fenomeni visivi su un piano oggettivo e razionale potrebbe trovare le risposte altrove.

Jean Starobinski, citato da Calvino, contrappone due teorie dell’immaginazione: (1) Il Neoplatonismo che venne poi ripreso dal Romaticismo/Surrealismo considerò l’immaginazione “come comunicazione con l’anima del mondo” che (2) contrastò con l’idea dell’immaginazione “come strumento di conoscenza”, ma distinta dalla conoscenza scientifica con la quale, però, può coesistere e ”anche coadiuvarla, anzi essere per lo scienziato un momento necessario per la formulazione delle sue ipotesi.”[6]

Nel Novecento la psicologia ha sviluppato altre nozioni per capire da dove vengano le immagini fantastiche: l’inconscio individuale e collettivo i quali “esorbitano dalle nostre intenzioni e dal nostro controllo, assumendo rispetto all’individuo una sorta di trascendenza”.[7]

La parte conoscibile, invece, è stata separata in due sfere: il mondo esterno che è determinato dalla scienza e il mondo interno nell’interiorità individuale, dove si trova la

conoscenza immaginativa. Quel mondo interno deriva da due origini: dalla psicoanalisi

freudiana, che considera l’immaginazione “come partecipazione alla verità del mondo”; mentre Jung “dà agli archetipi e all’inconscio collettivo validità universale”.[8] Dell’inconscio, però, “[la] maggior parte della sua fonte, come un iceberg, è immersa profondamente sott’acqua, non visibile [...].”[9] Per quanto riguarda l’immaginazione nella letteratura, Calvino presenta due tipi di processi immaginativi: (1) “quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva”. Il quale di solito si può trovare nella lettura, quando “leggiamo per esempio una scena di romanzo o il reportage d’un avvenimento sul giornale, e [...] siamo portati a vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri occhi”. (2) E “quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale”.[10] Il primo tipo assomiglia pure a un cinema mentale dove vediamo le immagini su uno schermo, ma dimentichiamo che queste immagini derivano pure da un testo scritto. Il regista doveva già vedere mentalmente le immagini che poi venivano proiettate sullo schermo.[11]

Il secondo tipo è chiaramente il processo più importante di ogni scrittore che cerca di fotografare mentalmente le cose che trova nel mondo esterno. Queste foto vengono tradotte poi a parole utilizzandole per creare un mondo immaginativo interno nel lettore. Inoltre, Calvino, con una grande esperienza di scrittore di narrazioni fantastiche, conferma che “all’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale” come “un’armatura vuota che si muove e parla come ci fosse dentro qualcuno.”[12] Tuttavia, Calvino aggiunge che non solo le immagini funzionano come stimoli ma anche nei libri più tecnici o nei più astratti libri di filosofia “si può incontrare una frase che inaspettatamente fa da stimolo alla fantasia figurale.”[13] Per egli l’immaginazione è “come repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere”.[14] Inoltre, la fantasia oppure lo spiritus phantasticus, com’era chiamata da Giordano Bruno è “un mondo o un golfo, mai saturabile, di forme e d’immagini” oppure un “golfo della molteplicità potenziale sia indispensabile per ogni forma di conoscenza.” Però, accanto al golfo fantastico, esiste sempre “l’immaginario indiretto, ossia le immagini che ci vengono fornite dalla cultura, sia essa cultura di massa o altra forma di tradizione.”[15]

[...]


[1] I. Calvino. Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2002, p. 99.

[2] Cfr. I. Calvino. Il cavaliere inesistente. Mondadori, Milano, 2002, p. 15.

[3] Ivi, p. 6.

[4] I. Calvino. Lezioni americane. p. 84.

[5] Ivi, p. 87.

[6] Ivi, p. 89.

[7] Ivi, p. 88.

[8] I. Calvino. Lezioni americane. p. 90.

[9] Ivi, p. 89; presso Douglas Hofstadter citato da Calvino.

[10] Ivi, p. 85.

[11] Cfr. ivi, p. 85.

[12] Cfr. ivi, p. 90.

[13] Cfr. ivi, p. 91.

[14] Ivi, p. 92.

[15] Cfr. ivi, p. 93.

Excerpt out of 16 pages

Details

Title
Il concetto della visibilità presso Italo Calvino nel romanzo "Il cavaliere inesistente"
College
LMU Munich
Grade
1,0
Author
Year
2012
Pages
16
Catalog Number
V191948
ISBN (eBook)
9783656167136
ISBN (Book)
9783656167433
File size
572 KB
Language
Italian
Tags
italo, calvino
Quote paper
Giuseppe Stein (Author), 2012, Il concetto della visibilità presso Italo Calvino nel romanzo "Il cavaliere inesistente", Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/191948

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