Le Montagne Russe. Galizia, Volynia, Podolia.

Piccola storia della Volynia e della Galizia


Essay, 2013
52 Pages

Excerpt

Indice dei capitoli

Introduzione

Capitolo I Un po' di geografia e un po' di storia

Capitolo II Non si può accecare un nobile principe riurikide

Capitolo III Capitani di ventura, preti, boiari e ribelli d'ogni specie

Capitolo IV Il cambio della guardia

Capitolo V La catastrofe tataro-mongola

Capitolo VI Arrivano i Lituani

Capitolo VII I rimestatori Mindaugas, Danilo e Alessandro Nevskii

Capitolo VIII La fine

Bibliografia selezionata e consigliata per ulteriore studio

Introduzione

Questa piccola storia della Galizia-Volynia ha lo scopo di offrire al lettore italiano una visione sommaria, ma rigorosamente organizzata e vagliata dal punto di vista storico, degli eventi che travagliarono questa marca di confine della Pianura Russa fra il IX e il XIV sec. d.C. affinché il curioso si renda conto dell'importanza che questa “terra di passaggio” ha avuto nella formazione dell'Europa.

Il mio lettore si meraviglierà nel rendersi conto dei numerosi legami che questa regione ha avuto con Roma papale o con la Germania o con la steppa e come si sia battuta per mantenere le tradizioni consolidate fra gli slavo-russi ortodossi della Pianura Russa pur essendo sollecitata da tutti i lati a cambiare di campo religioso, ma più sarà estasiato dal fatto che in questa regione è anche cresciuto lo stato della Grande Lituania che nel XV sec. era stimato uno dei più grandi stati europei governato dai lituani Jagelloni.

Io qui ho seguito un mio schema in cui, dopo aver raccontato qualche evento più notevole, mi sono soffermato ogni tanto a fare delle considerazioni sulle condizioni politiche e economiche dei territori vicini che in qualche modo condizionavano la vita della gente locale per poi riprendere il racconto. Infatti non ho voluto compilare un lungo elenco di eventi che non avrebbe interessato nessuno, se non li avesse sentiti come parte del Medioevo Europeo più generale e ho fatto quella scelta. Ho anche tenuto presente la questione dei nomi di luogo e di persone che sono sempre nuovi per i lettori e perciò difficili da memorizzare. Un gran lavoro è stato quello di individuare i personaggi da raccontare nella congerie dei nomi di famiglia che si ripetono nel tempo nelle grandi famiglie slave e lituane e mi sono affidato ai lavori fatti nel passato sulle diverse genealogie di principi russi e lituani, a volte decidendo di sottacere un nome perché omonimo di un altro e a volte usando il semplice soprannome. Spero che così facendo il discorso sia riuscito più chiaro e il racconto più facilmente assimilabile e partecipabile.

Alcuni dei testi da me consultati mi hanno segnato il sentiero lungo il quale viaggiare e ne ringrazio gli autori di qui, ma spesso le fonti primarie sono contraddittorie e non verificabili e quindi ho annotato tale complicazione presente nei casi incerti, pur non trascurando di abbracciare un'ipotesi piuttosto che un'altra, confortato dalla serietà e dalla competenza dello storico che ho seguito.

Insomma, a mio parere mancava uno scritto sulla Galizia-Volynia e son contento che ora c'è.

Faccio notare inoltre che la carta qui riprodotta (un sincero ringraziamento va al prof. N. F. Kotliar dell'Accademia Ucraina delle Scienze) della regione di cui parlo in questo saggio ha i toponimi in russo, ma è l'unica dettagliata da me trovata benché richieda la conoscenza dell'alfabeto cirillico per poter esser letta. Comunque ho limitato le menzioni delle città e dunque il mio lettore potrà trovare le corrispondenze con le lettere latine in moltissimi siti in Internet senza grandi sforzi... Buon lavoro!

Per quanto invece riguarda le parole russe in generale, non ne ho immesse molte nel testo, ma avverto che ho evitato stavolta il cirillico che avrebbe causato confusione e le ho riportate in alfabeto latino, talvolta con aggiustamenti che dovrebbero rendere la lettura più facile.

Ecco qui di seguito delle chiavi per una lettura adeguata dei nomi stranieri.

Č suona invece come la c di c ena (in ungherese lo stesso suono è dato dal digramma CS)

Ch è da pronunciare come il tedesco ch

G è sempre duro come gh ianda

H è come in inglese

J è l'italiano di i ena e (quasi) mai l'inglese di j ob

S è sempre quella di pa ss o e mai quella di ro s a

Š è sc di sc ena e, quando la si trova insieme a č, è da pronunciare con il lombardo ma sc-c ett (maschietto)

Sz nei nomi polacchi è la sc di sc ena come sopra ed è s aspra in ungherese

Y è una i russa molto speciale difficile da riprodurre senza averla ascoltata e perciò la si legga pure i. La si trova spesso come desinenza dei plurali e insieme con la i

Z è la s di ro s a e talvolta la z di pe zz o

Ž è j del francese j our

' è il segno di una palatalizzazione che si può benissimo trascurare

Per il resto si leggano le mie trascrizioni come se fossero (naturalmente approssimando!) parole italiane.

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(© Ediz. Aleteija, San Pietroburgo 2005)

Capitolo I Un po' di geografia e un po' di storia

Non è nostra intenzione scendere in troppi particolari, ma dobbiamo di primo acchito dire che la regione contemplata nella presente ricerca ci è apparsa come un vero e proprio ponte teso a nordovest dell'Ucraina odierna fra la Grande Pianura Russa e il resto dell'Europa e tale impressione ci è stata suggerita non solamente dai suoi tratti paesaggistici peculiari, ma riaffermata anche dalla sua storia pregressa e dall'archeologia. Orbene, affinché il nostro lettore possa trarre dalla carta geografica (che raccomandiamo di aver costantemente sottocchio) quante più possibili informazioni utili per seguirci lungo il percorso conoscitivo da noi scelto, cercheremo di collegare i dati forniti dalle varie cronache sui personaggi – l'unica storia scritta disponibile strapiena delle loro imprese di guerra – con l'aspetto fisico dei luoghi – nella geografia del passato – in modo da ricostruire uno scenario verosimile su cui osservare le genti mentre si muovono e agiscono nel nostro racconto.

La “regione-ponte” non è molto estesa né ha avuto mai a lungo un nome unico, ma è notevole per la sua posizione nelle vicinanze immediate della Mitteleuropa, cuore dell'europeità moderna e di un'immaginata patria slava. Passare da queste parti nel Medioevo quando le diverse etnie non avevano ancora una loro identità nazionale riconosciuta ha sicuramente significato varcare un limite culturale di grande importanza. Si pensi ad esempio alla contrapposta realtà della cattolica Ungheria di cultura steppica che proprio nella Mitteleuropa si andava formando nel X sec. d.C. a sud al di là dei monti di fronte all'ortodossa Galizia, al di qua e a nord, di cultura contadina. Si ricordino pure le lotte più tarde nel costituirsi dello stato lituano con la sua élite baltica indoeuropea nel XIV sec. d.C. o ancora ci si riferisca ai variegati tentativi del clero latino-austriaco (il vescovado di Salisburgo soprattutto!) di attrarre i capetti slavi nella propria sfera religiosa, economica e culturale creando nuovi principi e nuovi re con la relative dinastie.

C'è un punto centrale da non trascurare nell'investigare quegli eventi passati: Quali interessi economici erano coinvolti, sapendo degli intensi traffici che questa parte d'Europa sopportava? La regione in questione permetteva infatti l'accesso alla fonte europea più importante delle materie prime usate nel Medioevo ed è pure chiaro per di più che i monti Carpazi e i vicini Tatra con i loro passi abbiano non soltanto non impedito il commercio, ma anche consentito l'osmosi antropica ininterrotta fra ambienti diversissimi fra di loro. Quando pensiamo ai nomadi delle steppe ucraine che decidevano di venire ad abitare qui nelle grandi foreste gelide del nord, logicamente non soltanto occorre tener conto delle fatiche fisiche nell'attraversare un territorio sconosciuto per salire dalla pianura verso il monte, ma occorre pure cogliere quali possenti spinte si siano verificate per far decidere di affrontare dei climi e dei suoli di natura assolutamente nuova.

E questi sono solo alcuni degli aspetti davvero distintivi della storia subcarpatica.

D'altronde la regione costituì soltanto nominalmente un unicum politico nel periodo fra il V e il XV sec. d.C. (più o meno i limiti cronologici che abbiamo posto alla nostra ricerca), ma già per le circostanze appena dette ciò richiese agli eventuali capetti migranti che tentarono di sottoporla a un dominio esclusivo, delle modifiche di adattamento radicali nella loro vita giacché ci si immergeva in un crogiolo di persone che alla fine, come oggi constatiamo, si trasformarono in nuovi popoli con nuove lingue. Probabilmente il sincretismo culturale è possibile intravvederlo già prima del XIV sec. d.C. (!) quando il territorio fu incorporato nel Granducato di Lituania e, se ancora oggi etnie diverse vivono qui come gruppi residuali minori, ma piccoli nel numero di membri componenti, vuol dire che il processo non è ancora finito.

E allora, visto che le nazioni di oggi sono le eredi di quelle di ieri e che proprio in questo angolo geografico particolare confinano l'una con l'altra, è qui forse che dobbiamo cercare l'elemento “travolgente” o “coinvolgente”? Quali uomini/élites dettero inizio alla storia che ci interessa?

Dalle poche testimonianze scritte a disposizione sappiamo che in questi luoghi le etnie slave ebbero la maggiore frequentazione in epoca molto antica, in confronto ai Germani o ai Magiari-Ungheresi o ai Celti previamente scomparsi. Certe cronache, tardive e raccogliticce, parlano persino degli Slavi quali unici abitanti della regione già nel VI sec. d.C., ma sarà poi vero?

Gli scavi ci dicono che i Carpazi e dintorni erano abitati già dal Neolitico senza soluzione di continuità fino all'Età del Ferro da immigrati dal sudest e, se aggiungiamo alcuni indizi linguistici della toponomastica locale e l'esistenza di culture archeologiche estese dal Mar Nero fino a questo nord, possiamo dedurre che genti di stirpi affini, indoeuropee nella stragrande maggioranza, si erano ormai ambientate in questa zona già nel I millennio a.C.

Arriviamo così alla cosiddetta Cultura di Praga-Korčak, per quanto riguarda la ceramica, e alla Cultura Penkovka-Desnà, coi suoi tratti caratteristici di case semiinterrate (poluzemliànki) con forno-stufa negli angoli nord degli ambienti e della cremazione dei cadaveri, che ci confermano l'intenso movimento di popoli in corso. Addirittura alcuni dei costumi e degli oggetti evidenziati negli scavi esistevano ancora al tempo del Battesimo della Rus' di Kiev verso la fine del X sec. d.C., suggerendoci così numerose e strette corrispondenze fra gli Slavi e i reperti archeologici riscontrati finora sul vastissimo territorio dal Mar Baltico al Mar Nero in cui la regione che c'interessa è pure compresa. Se allora una slavizzazione dei residenti c'è stata, tuttavia essa non risale a prima del V sec. d.C., epoca di Avari e Unni e delle loro scorrerie lungo i Carpazi e il Danubio. Persino l'apparizione di toponimi “puri” slavi locali non è molto antica, benché ci imbarazzi il fatto che Plinio (I sec. d.C.) nomini in un'altra zona d'Europa un toponimo tipicamente slavo: Tergeste (o mercato e oggi il nome della città Trieste). E' un'evidente prova di una presenza “veneto-slava” nel nordest d'Italia che tuttavia resta un rebus irrisolto per i collegamenti di quei tempi della regione carpatica col più vicino porto naturale sull'Adriatico.

Rimane invece il problema di riconoscere gli Slavi come ethnos vero e proprio e definire una loro propria autocoscienza nel differenziarsi dai vicini Germani, Baltici e Illiri. Malgrado le ricerche fatte in molti ambiti disciplinari negli ultimi anni in pratica la questione non è stata ancora pienamente sceverata e degli Slavi non ne sappiamo granché prima del VI sec. d.C. almeno per le vicende tramandateci dagli storiografi del passato. Spesse volte li troviamo confusi con gli Avari o soggetti agli Unni o ancora nemici o alleati dei Germani... Insomma, è giusto affidarci all'ipotesi che Slavi, a contatto con i Germani e con i loro affini Baltici indoeuropei, possano considerarsi gli abitanti autoctoni della nostra regione? Se così fosse, sarebbe possibile pensare che di qui si irradiassero in seguito a nord e a est dell'Europa? Seppur costretti a confessare che c'è ancora tanta incertezza, cerchiamo aiuto dando una breve scorsa alle fonti scritte a disposizione.

Per primo parla di Slavi Procopio di Cesarea (fine V sec. d.C.) nelle sue Guerre Gotiche da segretario e uomo di fiducia di Belisario, famoso generale al servizio dell'Imperatore Romano d'Oriente Giustiniano contro Persiani, Vandali e appunto i Goti. Dopo Procopio altri due autori riferiscono notizie sugli Slavi: Jordanes e uno scrittore a cui è stato attribuito il nome di Pseudo-Maurizio perché sembra scrivere con le stesse idee e conoscenze dell'Imperatore omonimo che regnò a Costantinopoli dal 582 al 602 d.C.

Jordanes (ca. 550 d.C.), vescovo goto di Crotone, ricalca l'opera precedente di Cassiodoro sui Goti e dice nella sua Gethica che gli Slavi, alleati dei Geti/Goti, sono sparsi in un territorio che va dalla Vistola al Dnestr (lat. Danastrum) e al Dnepr (lat. Danaprum) e consistono in tre grandi leghe di tribù: I Vendi a nord, gli Sclaveni nella cosiddetta Mitteleuropa (questa denominazione moderna si capisce che è al momento per noi la più conveniente) e gli Anti più a sud ai confini con le steppe e sottolinea che, a parte il diverso nome attribuito dai Germani a tali loro alleati, le leghe slave differiscono fra loro di pochissimo e per la lingua e per i costumi. Lo Pseudo-Maurizio dal canto suo si occupa delle consuetudini militari e considera gli Slavi dei saccheggiatori male armati, pur non molto pericolosi per Roma d'Oriente, localizzandoli a nord del Danubio, sulla sua riva sinistra.

Aggiunge ancora Procopio: “Gli Sclaveni (rimarrà il nome greco degli Slavi) e gli Anti non si fanno dirigere da un solo uomo, ma vivono in democrazia da tempi immemorabili. Per questa ragione pensano che la fortuna o la sfortuna che capitano durante la vita (ad una persona) non sia un affare personale, ma di tutti i componenti della comunità.” e ciò spiegherebbe l'assenza di uno stato “slavo” unitario, almeno fino al IX sec. d.C. oltre al loro (come lamentano le autorità cristiane slavo-russe e occidentali europee del XII sec. d.C.) testardo modo di vivere pagano.

Combinando le ricerche archeologiche condotte nell'area rispondente a quella descritta da Jordanes in particolare con le notizie dei contemporanei si giunge alla conclusione che gli Slavi fossero fondamentalmente degli agricoltori e che vivessero in villaggi isolati nelle radure delle vaste foreste gelosi delle proprie consuetudini di autogoverno e della loro religione naturalistico-olistica.

Lasciamo passare del tempo e vediamo che con la costituzione dell'Impero Russo (XV-XVI sec. d.C.) occupato soprattutto a espandersi verso est e per la posizione della sua capitale – Mosca – quasi al centro della Pianura Russa, la parte più o meno ad ovest di Kiev venne semplicemente trattata come uno degli spazi frontalieri da tenere sotto costante osservazione giacché, al di là delle alture carpatiche, si era consolidata la Chiesa Cattolica Romana e cioè la rivale religiosa “eretica” che cercava di fagocitare il chiuso mondo cristiano-ortodosso moscovita di Giovanni IV (Ivan il Terribile), sedicente sacro romano imperatore slavo-russo. L'area era chiamata Rus' Piccola (Màlaia Rus') o genericamente Marca di frontiera (cioè in russo Ucraìna)...

Un altro stato “slavo-russo” era tuttavia già esistito al tempo in cui Mosca non c'era ancora e la cui capitale, la città di Kiev, era stata scelta per la posizione assolutamente strategica sia riguardo alle comunicazioni e ai traffici sia perché ben difesa da eventuali attacchi nemici dalla natura. Evidentemente, per le ragioni che esporremo più avanti, per “ondate” successive il baricentro economico-politico si era a poco a poco spostato verso nordest, verso Mosca, nell'ambito del teatro vastissimo prevalentemente pianeggiante chiamata Pianura Russa.

Tornando alla regione che oggi fa parte più o meno della provincia di Cracovia (Polonia) e di Lviv/Lvov (Ucraina), essa, pur risultando elevata rispetto al livello del mare soltanto di qualche centinaia di metri rispetto al resto della Pianura Russa che anch'essa si eleva in due o tre punti al massimo a 400 m (sempre s.l.m.), resta comunque un alto e grande pianoro per chi vive a Kiev lungo i declivi dei Carpazi e dei Tatra. Fra questi monti, i Carpazi hanno picchi anche oltre i 1800 m, nasce la corrente della Vistola il cui bacino è orientato tutto verso nord giacché il fiume sfocia nel Mar Baltico e è il sito più importante della storia polacca...

E non c'è solo questo fiume che sgorga dai Carpazi. Quasi adiacenti l'una all'altra ci sono le sorgenti dei due fiumi Bug che nel passato si credevano persino scaturire insieme dalle stesse alture per poi dividersi: un Bug scorrere verso nord e diventare un affluente della detta Vistola, mentre l'altro scorrere verso il Mar Nero e diventare il grosso Bug Meridionale. Quest'ultimo fiume sbocca in una specie di laguna (liman in russo) dove incontra le acque del parallelo e possente Dnepr ad est, pur con tutt'altro percorso dal nordest della Pianura Russa. Ad ovest di questo Bug scorre ancora il Dnestr, altro possente fiume che nasce vicinissimo alle sorgenti della Vistola e che a monte attraversa Halič, una delle residenze più prestigiose subcarpatiche. Halič in particolare era ben conosciuta nel passato per i suoi giacimenti di salgemma data l'origine geologica dell'altopiano da un antichissimo fondo del mare sollevatosi in millenni di millenni dopo la ritirata dei ghiacci. E, a proposito di miniere sotterranee di salgemma, rammentiamo che quella di Wieliczka (non lontano da qui, a Cracovia) è monumento nazionale perché fra nel sale vi si è scavata una chiesa cattolica.

In più è da notare la scarsa pendenza che costringe i fiumi che l'attraversano a scorrere con lentezza (talvolta ciò si riflette nell'idronimica slava locale) arricchendo il terreno col loro limo e permettendo di sviluppare un'agricoltura di resa spesso conveniente per le esigenze del contadino slavo medievale.

Questo è in breve l'altopiano (podol in russo da cui il denominativo regionale Podolia) che le cronache locali ripartiscono in tre zone: la Volynia, la Terra di Peremyšl e la Galizia.

Kiev dista solo qualche centinaia di km e sorge su delle pseudo-colline alte una quarantina di metri al di sopra delle acque del Dnepr alla confluenza dei suoi affluenti maggiori, Desnà e Pripiat, dove si forma la cosiddetta Grande Ansa. La grossa Desnà che affluisce dalla riva sinistra è facile riconoscerla giacché la sua riva sinistra costituisce il confine settentrionale della steppa mentre a destra il bacino del lungo Pripiat rappresenta la palude più grande d'Europa. Il Pripiat nasce non molto lontano dalle altre città importanti della regione subcarpatica: Holm, Vladimir, Volyn, Cerven', e ha un ruolo rimarchevole in quanto le sue paludi rendono la zona praticamente non attraversabile né facilmente vivibile. La si aggirava da nord fra Pinsk e Turov per quei mercanti che “scendevano” dall'odierna Bielorussia (Belarus) verso Praga come si deduce dall'esistenza di un antico itinerario medievale che attraversava la dogana di Raffelstetten in Turingia.

Chiudiamo il discorso sulla Palude del Pripriat dicendo che è una barriera naturale possente ove gli abitati sono possibili e convenienti solo lungo i suoi limiti poiché sul terreno è la fittissima foresta a dominare (di qui il toponimo russo Poliesie). Aggiungiamo che quindi l'agricoltura risulta molto precaria, se non addirittura impraticabile, benché già ai principi del XIV sec. d.C. a causa della pressione turco-tatara dalle steppe dal sud o dei Cavalieri Teutonici dal nord molti contadini slavi e lituani (ma anche turcofoni!) migrarono in questi luoghi...

Lasciando le paludi e dirigendoci a sud lungo i corsi dei grandi fiumi Bug, Prut (un affluente del Danubio), Dnestr (a parte il Dnepr) e dopo aver superato le cateratte intravvediamo all'orizzonte meridionale la steppa ucraina. Il clima ora diventa meno rigido e meno piovoso dell'altopiano appena lasciato alle spalle e entriamo nel bacino climatico del Mar Nero, nella zona cioè che ha trasformato la storia di tutta la Pianura Russa e del resto d'Europa.

Le situazioni qui appena descritte sono abbastanza ben documentate, ma che ne sapevano al contrario gli osservatori ancora più antichi in generale delle zone subcarpatiche? E degli Slavi?

Occorre partire dal “padre della storia” Erodoto che nel IV sec. a.C. incontra gli Sciti delle steppe ucraine e accenna agli Iperborei favolosi che abitavano in qualche regione più settentrionale ed erano raggiungibili risalendo il corso del Dnepr, da lui chiamato Borysthenes, facendo base di partenza nella città greca di Olbia, oggi presso la foce del detto fiume.

Segue Strabone (ca. 65 a.C.) che dà qualche descrizione di popoli e paesaggi dell'Europa di nordest e dopo di lui è più o meno il silenzio.

Scendiamo allora (nel tempo) più o meno al I sec. d.C. e Plinio e Tacito ci parlano del commercio dell'ambra e della zona baltica fornitrice. Plinio nomina la Vistola e i Venedi e Tacito gli Aestii sul Mar Baltico di lingua somigliante, secondo lui, a quella dei Celti e oggi riconoscibile come più probabilmente baltoslava. Anche Tacito nomina i Veneti. D'altronde Claudio Tolomeo di Alessandria (II sec. d.C.) chiamava il mare davanti alla foce della Vistola Golfo Venedico ! Dunque, se è sicura la presenza dei Baltici indoeuropei nell'attuale Bielorussia e, con l'aiuto della toponomastica, li possiamo riconoscere oltre fino ai confini con la steppa, nulla sappiamo invece sulla localizzazione degli Slavi nello stesso periodo e dagli stessi autori qui nominati.

Nel IV sec. d.C. ha luogo la grande migrazione dei Goti dalla Svezia sudorientale. Passano dal Baltico fin in Crimea sotto la guida di Ermanarico che “entra” nel bacino della Vistola e poi “svolta” a est, evitando le paludi e montagne, per poi “scendere” verso sud con meta Costantinopoli. Incontrerà nel suo tragitto vari popoli fra cui gli Ugro-finni dell'estremo nord, ma non ci dà notizie sicure né sugli Slavi né sulla regione subcarpatica che evidentemente aggirò.

A questo punto gli unici riferimenti certi restano di nuovo Jordanes e Procopio di Cesarea, se vogliamo seguire il fil rouge slavo, e dobbiamo così pensare ad una colonizzazione “originaria” fra Praga, Lublino e l'altopiano galiziano-volyniano.

Le condizioni geografico-ambientali dovevano essere favorevoli verso la fine del IV sec. d.C. per gente che veniva dal sud, dalle steppe. Non solo! La geografia suggerisce che in definitiva questo altopiano era relativamente più protetto dalle scorrerie e che poteva diventare per i popoli sedentari “disturbati” un rifugio alle campagne militari devastanti che avevano origine nelle steppe. Gli slavi Tiverzi e più a sud gli Ulici giustificano con il loro documentato spostamento geografico (fino al X sec. d.C.) verso la regione in questione questo modo di vedere giacché molte influenze linguistiche e culturali che si notano nelle lingue slave odierne, sono state mediate da loro giusto dagli iranofoni e dai turcofoni della steppa.

Una volta stabilitisi sull'altopiano molto probabilmente quelle genti slave sciamarono poi in direzione Kiev e in seguito per altre vie continuarono la risalita verso il nordest della Pianura Russa fino a giungere sotto Grande Novgorod nei dintorni del Lago Ilmen (IX sec. d.C. ?) o ancora sul corso medio del Volga (XII-XIII sec. ?). Le sponde baltiche invece saranno raggiunte intorno al VIII sec. d.C. a spese dei Baltici indoeuropei (Prussiani etc.) e in concorrenza coi Germani rivieraschi.

Naturalmente circostanze differenti si realizzarono in altre zone dei Balcani e del Mar Nero, che spinsero gli Slavi verso mete più lontane ancora (Turchia continentale!).

A cosa erano dovute tali migrazioni? Le cause che abbiamo raccolto sin qui sono molteplici. Da un lato troviamo gli Slavi trascinati in guerre e campagne di saccheggio dal Danubio fino al Mar Egeo quando li vediamo alleati degli Avari nel VI sec. d.C. nell'attacco di Tessalonica, oggi Salonicco e allora seconda città dell'Impero Romano d'Oriente. Dall'altro lato, e questa è la stragrande maggioranza dei casi nelle aree settentrionali europee, le migrazioni slave erano dovute alla loro tecnica agricola “mista” che li costringeva dopo un relativamente breve (6-8 anni) periodo di sfruttamento di un pezzo di terra comune ad abbandonare l'insediamento esaurito e cercarne un altro fra le radure nella foresta disponibili oppure creandone nuove col metodo del taglia-e-brucia.

E' un aspetto fondamentale della cultura slava: il passaggio lento e ininterrotto da un'economia nomade allevatrice di cavalli nella steppa all'agricoltura “a tutti i costi”. Avere nella propria armata guerrieri di “secondo grado” non volentieri disposti a perdere tempo e vita in campagne militari che però fossero esperti contadini, appare il vantaggio maggiore per tirarsi dietro gli Slavi. La loro l'agricoltura “mista”, sebbene oggi la consideriamo arretrata tecnologicamente, ha pur generato il successo dell'espansione slava in zone europee tipicamente differenti per clima e terreno. La facoltà di trarre la sussistenza sapendosi adattare a coltivare svariati tipi di terreni, sfruttando persino quelli incolti e devastati da continui scontri armati o quelli paludosi, è fondamentale contro le società guerriere come quelle germaniche o àvare che al contrario dovevano saccheggiare per vivere.

Tenendo presente che nell'odierna Cechia (Praga) al di là dei Carpazi fra il VII e il IX sec. d.C. si ebbero molti eventi regolarmente collegati con i passaggi e gli insediamenti nei Balcani di turcofoni e germanici e specialmente dei Magiari/Ungheresi (prima decade del IX sec. d.C.) provenienti anch'essi dalle steppe ucraine (dopo una lunga migrazione dalle terre ugro-finniche dell'alto Volga), è importante sottolineare che la politica imperiale romana d'oriente intesa a creare contadini sedentari col metodo di propagare il Cristianesimo e i suoi schemi di statalità “stabili” ebbe una pronta “risposta” presso le genti slave. Una volta cristianizzate e alleate dell'Impero in maniera, forse più “entusiastica” di altre si sentirono legate alle politiche imperiali e scaricarono i loro impeti contro i congeneri ancora pagani facendo da diga alle invasioni.

Ed è in un tale quadro che la Cronaca di Fredegario (VII sec. d.C.) narra del primo stato slavo sotto il mercante franco a nome Samo, la cui sedentarietà è quasi provata dal fatto che avesse ben 12 mogli e da queste 22 figli maschi e 15 figlie femmine.

Successivamente, caduto il Regno di Samo, c'è una nuova riunificazione delle genti slave nello stato della Grande Moravia (IX sec. d.C.) in cui, secondo i documenti dell'episcopato praghese, la giurisdizione sui traffici della regione subcarpatica giungeva fino in Turingia, come abbiamo già ricordato del passaggio doganale di Raffelstetten. Più tardi ancora, i Polani riusciranno ad acquisire il ruolo leader con i loro primi sovrani della casata dei Piasti e cercheranno di rafforzare anch'essi un'influenza nella regione di cui ci occupiamo. Attraversando infatti da est il fiume Bug, affluente della Vistola e oggi al confine fra Polonia e Bielorussia, entriamo nella foresta polacca e ci accorgiamo che nell’ambito delle genti slave già da qualche tempo qui sorgono staterelli in guerra l’uno contro l’altro. Anzi! Il Geografo Bavarese, una delle fonti più antiche che parla più spesso dei Polacchi, indica un territorio chiamato Polonia Maior (lat. per Grande Polonia), in cui sono presenti le tribù slave dei Gopleani e dei Lendini. I Lendini o Lenziani sono certamente la tribù dominante nel bacino della Vistola perché con questo nome i Polacchi erano conosciuti dagli Ungheresi (Lendy o Lengyel) e dai Cechi. Nelle Cronache Russe si parla di Liakhi che è di certo una variante linguistica di Lendy e costoro sono addirittura considerati gli antenati delle genti slave fra il Dnepr e il Volga, i Viàtici e i Radimici della Pianura Russa!

Come abbiamo detto però sono poi i Polani (dallo slavo * polie la gente dei campi) situati un po’ più a nordovest che avranno i contatti più intensi con l’Occidente e col Cristianesimo e da loro la Polonia riceverà il nome ufficiale dato dalla Chiesa Cattolica Romana che ancor oggi conserva. E così lungo la riva destra della Vistola si forma il nucleo politico polacco il cui centro maggiore è Cracovia (Kraków) fondata da un leggendario personaggio a nome Krak di cui si indicava il tumulo tombale dove addirittura giaceva insieme a sua figlia Wanda (leggi Vanda).

Cracovia avrà la pretesa di un proprio riservato dominio sull'altipiano di cui stiamo parlando, ma non sarà da sola giacché l'Ungheria, ultima arrivata da queste parti, dopo la sua cristianizzazione con re Stefano I (ungh. Istvan e prima del battesimo noto col nome Vajk, figlio del capetto Géza) avrà le stesse pretese e tutt'e due in eterna contesa con l'élite al potere di Kiev dove, nel X sec. d.C., appare lo stato slavo-russo più documentato detto la Rus' di Kiev... sebbene le cronache russe ne pretendano una nascita di gran lunga anteriore nelle prime decadi del IX sec. d.C.

Capitolo II Non si può accecare un nobile principe riurikide

Partiremo dalle cronache locali soprattutto russe, giacché le polacche sono alquanto più tarde, che a detta di Nikolai F. Kotliar (nostro autore di riferimento per questo argomento) rappresentano dal punto di vista storico fonti ricche di notizie sui personaggi e sugli eventi e povere sul mondo in cui il monaco cronachista viveva mentre scriveva raccogliendo memorie e ricordi. Esistono infatti delle cronache della Galizia e della Volynia stese nel XIII sec. d.C. e persino una vita di Danilo di Halič, la figura storica più eminente che conosceremo in seguito, scritta dopo che i Tataro-mongoli ebbero distrutto Kiev nel 1240. Il modello per tutte restano tuttavia le Cronache Russe dette Primarie scritte a Kiev verso il XII sec. d.C. Queste ultime, le più antiche e le più numerose benché molto manipolate (russo Povest' Vremmennyh Let o Cronache del Tempo Passato), le abbrevieremo CTP e le useremo, allorché qui e là si occupano della regione subcarpatica.

Le prime domande che ci suscitano dopo averle scorse sono: 1. Che relazioni c'erano fra l'élite al potere nella regione e quella della Rus' di Kiev? 2. Come mai le dinastie della Galizia-Volynia si dichiararono eredi di Kiev cercando di coinvolgere quel che restava della Rus' nelle loro personali vicende? 3. Specialmente nelle posizioni politico-culturali fra lo stato tataro-mongolo della cosiddetta Orda d'Oro e l'Occidente cristiano europeo, fra Papa e Impero Romano d'Oriente, fra Tatari e nuovi Russi che ruolo ebbero le élites subcarpatiche?

Abbiamo detto “qui e là” poiché le CTP in effetti non contengono una storia molto antica della Galizia-Volynia e ricordano soltanto delle tribù slave “dipendenti” da quella dei Poliani-Rus', la vera tribù slavo-russa che le CTP considerano detentrice del potere a Kiev. Si nominano prima di altre i Dulebi e poi i Bužani, gli Slavi del Bug Meridionale, e poi i Tiverzi, lungo il Dnestr e il Prut, e in Galizia gli Ulici con i Croati detti Bianchi o di Montagna.

Lasciamo allora le genericità e guardiamoci attorno. E qui non si può ignorare che l’espansione più naturale della Polonia medievale non poteva che essere verso questo sudest e infatti la nostra storia comincia col re polacco Mieszko I che nel 967 riesce a mettere per primo le mani sulla Volynia. Nel 972 costui riesce a stipulare un trattato di pace e di collaborazione con l’Imperatore Romano d’Occidente, Ottone I, e verso la fine del secolo, unisce in un unico stato Cracovia alla Piccola Polonia (lat. Polonia Minor con capitale Gniezno) che ha come territori di influenza la regione subcarpatica tutta. Gli succede Boleslao l’Ardito, suo figlio, che pone le prime basi di un futuro grande stato polacco. Purtroppo la dignità di sovrano di tutti i Polacchi non esisteva ancora quale carica ereditaria e l’ansia di agganciarsi completamente all’Occidente a sostegno del programma di consolidamento statale urtava contro gli interessi della nascente Rus' di Kiev che tendeva agli stessi esiti. In tali circostanze Boleslao rinuncerà a qualche vecchia conquista di suo padre nella Volynia sulla cosiddetta Terra di Peremy š l e Cerven' accordandosi con Vladimiro di Kiev nel 981 il quale ultimo, come segno del suo potere personale, fonda pure la città di Vladimir-di-Volynia. Boleslao si ritira dalla stessa Kiev occupata per conto del genero Svjatopolk, fratellastro di Vladimiro, e d'ora in avanti manterrà le sue relazioni col vicino con dignità e accortezza quando, facendo ricorso specialmente ai matrimoni dinastici nel 1003, riesce a raccogliere nelle sue mani il controllo di parte della Moravia e dei Carpazi settentrionali.

In tutta l’Europa del Nord intanto è un’epoca di ribellioni contro l’ordine feudale occidentale cattolico che sta penetrando da queste parti perché la gente slava si rifiuta di rinunciare alle proprie costumanze e alle proprie antiche libertà per adottarne di nuove senza capirne lo scopo. La stessa Polonia finora unita ne risente e, sotto le nuove spinte centrifughe dei signorotti locali, si smembra. Soltanto da Casimiro l’Innovatore, il figlio di un altro Mieszko (Lamberto), con l’aiuto del suocero Jaroslav di Kiev, figlio di Vladimiro, una parte del mosaico di signorie slavo-polacche nel frattempo formatesi ritornano insieme all’unità del vecchio regno di Mieszko I.

Saltiamo intanto alla fine del XI sec. quando sul trono polacco siede un altro Boleslao, detto Boccastorta. Dopo varie vicende leggiamo che, fra i disordini nelle terre polacche per il potere, Jaroslav di Kiev occupa la città di Belz e un anno dopo (1031) con l'aiuto del fratello che siede a Cernìgov conduce una campagna che porta alla definitiva annessione della Volynia. L'autorità di Kiev in quegli anni diviene talmente importante in tutta la zona da riuscire ad immischiarsi anche nelle lotte interne della Polonia. Alla fine, onde dividere meglio le rispettive sfere d'influenza, Jaroslav lascia ai Polacchi le terre dei Baltici Jatviaghi a nord pur assicurandosi la fortezza di Brest, oggi in Belarus, insieme con alcune città subcarpatiche . L'accordo è sigillato inoltre dalle nozze di sua figlia con Casimiro l'Innovatore mentre la figlia di Mieszko (Lamberto) è già la moglie di suo figlio Iziaslav.

Precedentemente cioè prima che Vladimiro s'insediasse sul trono di Kiev, la Rus' di Kiev aveva mantenuto buone relazioni con l'Impero Romano d'Occidente degli Ottoni. E' sicuro che dopo la morte di Vladimiro (1015 e diventato il Santo-quasi-apostolo) l'Imperatore Enrico III continuasse a guardare con grande attenzione alla Rus' di Kiev in vista di una prossima ricristianizzazione in ambito cattolico romano e così, con una Polonia già attratta nell'Impero, poter allargare verso est la sfera degli interessi tedeschi. Per questi motivi è possibile che Enrico coprisse Jaroslav contro il detto Boleslao e che rendesse la conquista della Volynia ormai legittimamente “russa”. Jaroslav tuttavia non cambia chiesa e mantiene Battesimo di Kiev costantinopolitano deciso da suo padre nel 988-989 d.C. pur sapendo che il contenzioso subcarpatico con i Polacchi sarebbe ripreso anche in termini religiosi dopo lo scisma del 1054. Non solo! Man mano che l'importanza economica della Galizia-Volynia aumentò per il commercio del sale (e di altri minerali “strategici”), la regione diventò un vero pomo della discordia fra le due nazioni slave.

Vediamo allora di capire come l'élite al potere a Kiev e i suoi principi – i Riurikidi della storiografia russa – gestivano al meglio i territori e gli abitanti.

Innanzitutto diciamo che allorché era stato messo in piedi lo stato kievano, si era consolidata la prassi di concedere le “città” e il territorio intorno a ciascuna di esse da parte del Riurikide più anziano o Gran Principe, quando questi moriva, non ai figli quale appannaggio (in russo udel e considerato sotto il dominio formale del principe che risiedeva a Kiev), ma ai suoi fratelli minori in vita. In tal modo i posti di potere facevano il giro nel tempo fra i fratelli in una specie di carosello giacché ogni posto liberato veniva occupato di regola dal famigliare immediatamente più giovane che, magari, già risiedeva in altro udel che veniva lasciato ad un altro famigliare e così via. Poteva capitare quindi di dover abbandonare un luogo dove si era stati per anni o che era stimato migliore del nuovo udel, a questo punto percepito come peggiore. Possiamo dire che alla morte di un Gran Principe tutta la Rus' di Kiev si metteva in agitazione e cominciassero i litigi fra cugini tirando fuori risentimenti, ambizioni e cupidigie per tutte le varie circostanze personali createsi in antecedenza e in attesa dell'avvicendamento che il nuovo Gran Principe avrebbe sfruttato per sistemare nuovi rampolli o per spezzettare gli appannaggi con decisione suprema.

Ciò detto, il primogenito di Jaroslav, anche lui di nome Vladimiro in onore del santo nonno, era premorto al padre e aveva lasciato due figli: Rostislav Michele e Jaropolk. A Rostislav Michele dopo varie vicende non molto chiare era toccata la lontana Tmutarakan sul Mar d'Azov mentre Jaropolk era restato privo di appannaggio. Era poi successo che nel 1067 a Tmutorokan in occasione di un convito con il rappresentante imperiale costantinopolitano di Chersoneso in Tauride, Rostislav Michele fosse avvelenato e morisse lasciando vedova la moglie Lanka con i figli maschi ancor giovanetti, rispettivamente Riurik, Volodar e Vasilko, e una figlia.

A Lanka, figlia del re d'Ungheria Bela I, adesso non restava che tornarsene presso suo padre non prima però di aver assicurato ai figli maschi degli appannaggi degni e l'eventuale protezione del nonno ungherese. Forse quest'ultima circostanza fu la ragione che ebbe più peso affinché prima a Riurik toccasse Peremyšl e al minore Vasilko Terebovl (vicino a Halič sul fiume Seret). Volodar invece restò sul Mare d'Azov finché non prese il posto di suo fratello Riurik, defunto intorno al 1092. L'unica figlia invece andò in sposa ad un altro riurikide di minor conto, Davide figlio di Igor.

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Excerpt out of 52 pages

Details

Title
Le Montagne Russe. Galizia, Volynia, Podolia.
Subtitle
Piccola storia della Volynia e della Galizia
Author
Year
2013
Pages
52
Catalog Number
V215807
ISBN (eBook)
9783656457619
ISBN (Book)
9783656457541
File size
1545 KB
Language
Italian
Notes
Il saggio appartiene alla serie di saggi concernenti il Medioevo Russo che l'autore ricerca da anni. Mette in rilievo il ruolo di questa regione compresa fra la Pianura Russa e la Mitteleuropa. Un ruolo che, finché la situazione delle comunicazioni col sud fu sotto controllo, riuscì a mantenere in piedi uno stato abbastanza conteso fra Ungheria, Polonia, Lituania e Kiev. Poi con l'arrivo dei Tatari a poco a poco si estinse per rinascere come Grande Lituania nel XIV sec. d.C.
Tags
Medioevo Russo, Volynia, Galizia, Mitteleuropa, Lituania, Cavalieri Teutonici, Riga, Kiev, Steppe, Ungheria, Polonia, Ghedimino, Mar Baltico
Quote paper
Historiker des russischen Mittelalters Aldo C. Marturano (Author), 2013, Le Montagne Russe. Galizia, Volynia, Podolia., Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/215807

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