Charles Baudelaire's "Les fleurs du mal". Il viaggio come evasione dalla realtà


Swiss Diploma Thesis, 2011
42 Pages

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INDICE

Introduzione

Cap. 1. Baudelaire e il decadentismo

Cap. 2. Il viaggio reale e quello immaginario

Cap. 3. Il grande viaggio della morte come unica possibilità di fuga

Conclusione

Bibliografia

INTRODUZIONE

Dalle Fleurs du mal di Charles Baudelaire, ho voluto mettere in evidenza quello che mi pare essere un tema rilevante all’interno dell’opera, ossia il viaggio come mezzo di evasione dalla realtà.

Se all’interno dell’opera il poeta ci propone viaggi verso mondi lontani ed esotici per fuggire da una realtà che lo disgusta, la mia intenzione è quella di partire dal viaggio reale che il poeta ha compiuto nella sua giovinezza per poi affrontare un altro tipo di viaggio, quello dell’immaginazione.

Per spiegare questa necessità di fuga dalla realtà ho voluto illustrare nel primo capitolo il buio periodo che precede il Decadentismo, descrivendo lo stato di malinconia e tristezza che in quegli anni il poeta e molti altri uomini provavano nei confronti della vita.

Nel secondo capitolo affronterò il tema del viaggio reale e quello dell’immaginazione analizzando le poesie Bohémiens en voyage, L’invitation au voyage e Un voyage à Cythère, nelle quali il poeta sembra evocare rispettivamente il seducente paesaggio dell’Olanda e quello dell’isola della dea Venere, simbolo della bellezza.

Proprio come Icaro nella poesia Les plaintes d’un Icare, l’obiettivo del poeta è di volare alto, di andare oltre per raggiungere l’Ideale, ma la terra lo trattiene, costringendolo ad una vita alla quale egli si sente inadeguato.

Nel terzo ed ultimo capitolo affronterò quindi, attraverso il commento della poesia Le voyage, il tema del grande e ultimo viaggio della morte, ritenuto da Baudelaire l’unico vero modo per fuggire dalla realtà e raggiungere l’Ideale.

CAPITOLO 1
BAUDELAIRE E IL DECADENTISMO

Agli inizi degli anni ’80 e ’90 del XIX secolo, con la crisi del positivismo e le nuove scoperte nell’ambito scientifico si aprì un nuovo periodo di profonda crisi e incertezza che prese il nome di decadentismo.

Paul Verlaine (1844-1896), il quale seguì la corrente decadentista leggendo le opere dei poeti contemporanei quali Baudelaire, Gautier e Banville, pubblicò nel 1883 il sonetto “Langueur” in cui scrisse: «Je suis l'Empire à la fin de la décadence, / Qui regarde passer les grands Barbares blancs / En composant des acrostiches indolents / D'un style d'or où la langueur du soleil danse.»

Quest’idea di decadenza di una civiltà e la denominazione di decadente, piacque tanto ai poeti appartenenti a questo movimento, che intitolarono “Le décadent” anche una rivista che essi fondarono e che divenne il loro organo ufficiale. Sempre Verlaine nel 1883 pubblicò anche una raccolta di poesie che intitolò “Poètes maudits” dedicate ai suoi amici Tristan Corbière, Stéphane Mallarmé, e Arthur Rimbaud. Con la loro concezione simbolista della poesia, questi poeti decadenti finirono così con l’essere conosciuti come i “poeti maledetti”.

Ma la poetica di questi artisti cominciò a precisarsi proprio con il poeta C. Baudelaire e le sue “Corrispondenze” dove leggiamo:

« La nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L'homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l'observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.»

Sotto il titolo Les fleurs du mal, Baudelaire riunì quindi poesie che hanno l’obbiettivo di cogliere, mediante misteriose “corrispondenze”, l isteriosa realtà delle cose che le apparenze celano.

Il poeta, trovandosi prigioniero nel carcere che è il mondo, esprime così la sua disperazione, le sue ossessioni e le sue lacerazioni di angelo decaduto, attratto dall’inferno ma anche dal cielo.

Se nel romanticismo si sviluppa la figura del poeta-vate, colui che cerca di interpretare e guidare i sentimenti delle masse, nel decadentismo invece troviamo in un certo senso un poeta-veggente, che giunge all’ignoto attraverso uno «sregolamento di tutti i sensi» come dirà più tardi Rimbaud.

Per lui non c’è più da una parte la realtà e dall’altra il sogno, ma tutta la vita si presenta in forma simbolica. Ne possiamo ricavare che i simbolisti muovevano dall’idea che la realtà non fosse quella che l’esperienza poteva percepire, quella che poteva essere conosciuta dalla scienza, ma un qualcosa di profondo, di misterioso che sfuggiva alla ragione. La poesia decadente nacque pertanto da una particolare condizione di spirito.

Ancora una volta ci chiarisce il senso di questa condizione C. Baudelaire nelle sue poesie dedicate allo “Spleen”.

Questo termine inglese significa propriamente "milza": le concezioni mediche antiche, infatti, consideravano vano quell’organo sede della malinconia.

Con questa parola Baudelaire indica la noia, la malinconia senza nome, la tristezza senza cause specifiche che gli antichi chiamano taedium vitae[1].

I due opposti sentimenti del poeta sono da un lato il disgusto per la vita distrutta dalla noia, da una tormentosa inquietudine, e dall’altro l’aspirazione verso l’infinito e l’assoluta purezza.

Il poeta si sente oggetto di un conflitto tra Cielo e Inferno: per lui nell’uomo vi è un bisogno di purezza, di spiritualità, di elevazione a Dio, dall’altro invece vi è una cupa attrazione per il vizio, il male, la degradazione.

In questo conflitto il poeta tenta di sfuggire allo spleen protendendosi verso l’ideale, la bellezza, la purezza; anche se la tensione è vana perché egli ripiomba in basso per una sorta di voluttà della degradazione e della colpa.

Baudelaire si rivolge allora a mezzi di evasione come l’immaginazione, l’amore, i paradisi artificiali, e infine a Satana ("Satana, abbi pietà della miseria mia”, Les Litanies de Satan, Révolte). Esaurite tutte le possibilità terrestri, si rivolge al gran viaggio verso un altro mondo, la morte, vista come possibilità di esplorare l'ignoto («Al fondo dell'ignoto per trovare del nuovo!», Le voyage, La Mort).

In questo periodo i poeti vissero quindi un disagio interiore che li portò a disprezzare la realtà e la società borghese, manifestando lo smarrimento della coscienza e la crisi dei valori di fine Ottocento che erano stati sconvolti dalla rivoluzione industriale e dalle incessanti lotte di classe.

In loro nacque quindi il desiderio di fuga da una realtà ostile e insopportabile per trovare rifugio in un mondo di piena libertà e autenticità.

Il desiderio di fuga dalla realtà circostante fu un elemento comune a tutti gli intellettuali ma avvenne in modi diversi da autore ad autore.

Al centro delle Fleurs du Mal di Charles Baudelaire vi è il tema del viaggio, che diventa la chiave per affrontare il problema dell’esistenza attraverso l’evasione nell’immaginazione e non solo, in un altrove, in un virtuale spazio dell’anima prima che del corpo.

Secondo Walter Benjamin «Pensare per lui vuol dire: alzare le vele». L’immagine di Benjamin ritrae la natura del pensiero di Baudelaire, pensiero che muove verso l’estremo e verso l’ignoto. Quest’immagine di Benjamin è per il critico e traduttore Antonio Prete: «immagine stessa baudelairiana e rinvia a quell’iconografia del viaggio che ha un ventaglio di splendenti raffigurazioni nell’odissea dei Fiori del male.»[2]

In molte poesie di quest’opera appare spesso infatti il tema del viaggio verso gli spazi aperti del mare, metafora della libertà.

Ma ben presto il mare diviene lo specchio dell’animo turbato, il mare è «plainte indomptable et sauvage»[3] in cui si riflettono i turbamenti dell’io. Il mare non è dunque in Baudelaire paesaggio, ma specchio simbolico dell’anima.

Bisogna però non dimenticare che questi riferimenti marini sono legati anche all’esperienza giovanile del poeta, ovvero il lungo viaggio per mare.

All’età di vent’anni fu costretto dal patrigno ad imbarcarsi per le Indie. Nonostante egli non fosse giunto a destinazione, tutte quelle immagini di mondi lontani e foreste esotiche si tramuteranno in poesia e permetteranno al poeta di evadere attraverso il sogno e l’immaginazione da quelle fredde città industriali dove domina la noia:

« Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
II nous verse un jour noir plus triste que les nuits;»[4]

Prendendo ispirazione da quel viaggio per mare verso mondi lontani, Baudelaire scrisse l’ Albatros.

L’albatro, un uccello marino, è come il poeta, libero di sollevarsi da terra e volare in alto, ma allo stesso tempo impedito al suolo fra gli uomini che lo catturano per puro divertimento.

Il poeta quindi, come l’uccello, è capace di volare con la mente e l’immaginazione distinguendosi dagli altri uomini, ma in realtà è un essere solitario, costretto a vivere in un mondo al quale non si sente di appartenere.

Il tema in realtà è il contrasto tra il poeta e la società. Il poeta quindi, prigioniero della società in cui vive, è costretto a vivere in un mondo nel quale si sente un estraneo e messo da parte per la sua diversità.

Da questa sua condizione, accresce quindi in Baudelaire il sogno di fuga, il quale è però un sogno letterario.

Il vero viaggio è puro desiderio, immaginazione di vagare mete senza forma e senza nome poiché l’intento del poeta è “voyager sans vapeur et sans voile!”.[5]

L’esperienza del suo viaggio è per Baudelaire fondamentale, e come afferma Antonio Prete:

«Le ire, i sorrisi, le estasi di tutti i viventi, dei viventi di tutti i tempi, anche futuri, sono nella voce del mare. La stessa idea della bellezza, nella polifonia dei suoi registri, è detta dal mare. Un appunto-progetto di Mon coeur mis à nu spiega la centralità dell’idea baudelairiana del viaggio. Dice l’appunto: “Étude de la grande Maladie de l’horreur du Domicile”. Frase che Auden pose a esergo del suo bellissimo studio sull’iconografia romantica del mare. Eppure il viaggio baudelairiano, se si oppone all’“orrore del Domicilio”, si svolge in un suo tempo per dir così immobile. Una straordinaria esperienza dei sensi e dell’immaginazione. La lontananza, con le sue iridescenze, è dischiusa spesso dal profumo del corpo femminile, dal lampo di uno sguardo, dal ricordo di una carezza. La lontananza è l’apertura d’ali della sensazione presente. Il porto, per questo, è la figura più propria del viaggio baudelairiano: partenza e approdo, avventura e naufragio, meraviglia e quiete sono osservati al di qua del loro dispiegarsi, immersi nella luce occidua che tra i pennoni e gli alberi dei navigli combatte con le ombre della sera. Il porto, con i velieri giunti “du bout du monde”, sigilla una tra le più dolci fantasmagorie dell’amore, L’invitation au voyage.»[6]

CAPITOLO 2
IL VIAGGIO REALE E QUELLO IMMAGINARIO

Il primo vero e proprio viaggio che compì Baudelaire fu all’età di vent’anni, quando fu costretto dal patrigno ad imbarcarsi sulla nave mercantile Paquebot des Mers du Sud, che faceva rotta verso le Indie. Nonostante egli non fosse giunto a destinazione (forse non arrivò neanche a Calcutta), dal suo viaggio (durato dal 9 Giugno 1841 al marzo 1842) e dai suoi soggiorni nelle isole Mauritius e Bourbon, ricavò impressioni indimenticabili.

Il viaggio reale, e in questo caso il viaggio verso l’India compiuto da Baudelaire, non è altro che la prima tappa di un lungo percorso tracciato dal poeta per evadere dalla realtà.

A questo punto ritengo sia importante analizzare un sonetto il quale descrive esattamente la condizione del viaggiatore. Si tratta di Bohémiens en voyage, appartenente a Les fleurs du mal e inserito nella sezione Spleen et idéal. Proprio come accade al poeta, anche il gruppo di nomadi descritti in questa poesia sono esiliati dal mondo e sono in perenne viaggio alla ricerca dell’Ideale.

Quello degli zingari è un modo di vivere senza regole e senza progetti, che li porta a condurre una vita disordinata, esattamente come quella di un artista.

[...]


[1] Termine filosofico studiato già ai tempi diSeneca, ovvero l'espressione dell oi del disgusto che si hanno per la vita per un'esistenza che appare all'individuo priva di significato.

[2] Charles Baudelaire, I fiori del male, cit., p. 8.

[3] Ivi, p. 56.

[4] Quando il cielo discende greve come un coperchio / sull’anima che geme stretta da noia amara, / e dell’ultimo orizzonte stringendo tutto il cerchio / ci versa un giorno cupo più della notte nera . Charles Baudelaire, LXXVIII Spleen, I fiori del male, cit., p. 162.

[5] Ivi, Le voyage, p. 274.

[6] Charles Baudelaire, I fiori del male, cit., p. 9.

Excerpt out of 42 pages

Details

Title
Charles Baudelaire's "Les fleurs du mal". Il viaggio come evasione dalla realtà
College
Universtity of Salento
Author
Year
2011
Pages
42
Catalog Number
V230807
ISBN (eBook)
9783656472353
ISBN (Book)
9783656472544
File size
942 KB
Language
Italian
Tags
charles, baudelaire
Quote paper
Lisa Guido (Author), 2011, Charles Baudelaire's "Les fleurs du mal". Il viaggio come evasione dalla realtà, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/230807

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