Gli Iperborei Ebrei

Plaidoyer per i Cazari, popolo dimenticato


Essay, 2014

70 Pages, Grade: 7


Excerpt

Indice

E' incominciata così

1. Il fatidico anno 70 d.C

2. La diaspora più antica

3. Daghestan, paese càzaro

4. La steppa al tempo dei Càzari

5. Turchi, Càzari e Giudaismo

6. Mutamenti di vita cittadina

7. Nuove relazioni e nuove frontiere

8. La Cazària Nuova e il suo apogeo

9. L'epoca di Giuseppe

Appendice

Bibliografia scelta e ragionata

E' cominciata così

Nel 1974 il mio primo suocero, Werner Ramm, mi regalò mentre ero ad Amburgo con moglie e figli un libro di un famoso storico volgarizzatore tedesco, Werner Keller, dal titolo Und werden zerstreut unter alle Völker. L'autore, riferendosi al Deuteronomio, cap. IV, vers. 27 quando il dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe dice ai figli d'Israele: “.. .e vi spargerò fra le nazioni e rimarrete in pochi fra i pagani...”, ne aveva tratto il titolo per una storia del fenomeno ebraico detto Diaspora (ebr. Galut) nel cui ambito erano nate le comunità fuori dalla Terra d'Israele che avevano poi contribuito alla storia universale tutta speciale di questo popolo.

Successivamente in una Festa dell'Unità, nel padiglione della libreria, l'amico e compagno di partito, l'editore Nicola Teti, presentava i primi volumi della monumentale Storia Universale dell'Accademia delle Scienze dell'URSS tradotta in italiano che rappresentava un'opera davvero pionieristica per un'Italia uscente dalla sua provincialità fascista, avendo da qualche decennio, nel 1953, già plaudito alla messa al bando dell'indecente Index Librorum Prohibitorum della Chiesa Cattolica. L'intrusione cattolico-fascista nella diffusione del sapere continuava comunque ad imperversare e contribuiva (lo fa tuttora con l'autocensura indotta nell'editoria italiana e con i cattolici inseriti a tutti i livelli del sapere nazionale) all'ignoranza della storia della mia generazione (1938) imponendo una filtrazione illecita su quanto si stampava per i testi scolastici e scientifici specialmente se provenissero dai paesi detti dell'Est (Feltrinelli docet!).

Così scelsi il periodo che più m'interessava e comprai (a rate) il III volume sul Medioevo. Sfogliandolo a casa, ad un certo punto incollata fra le pagine fuori testo c'era una bella e colorata carta geografica dell'Europa Orientale con i popoli e gli stati fra il IX e il X sec. d.C. e fra il Volga e il Mare d'Azov compariva una strana didascalia: Khaganato Ciassaride ! E chi erano i Ciassaridi ? Mistero! Nel testo lo stato non si trovava e al contrario si parlava di Càzari. Insomma fra gli errori di stampa il Kaghanato Ciassaride altro non era che il Kaghanato Càzaro e allorché in seguito seppi della lettera del kaghan càzaro Giuseppe a Hasdai ibn-Shaprut, ne fui talmente incuriosito che decisi di approfondire l'argomento nei miei viaggi alla ricerca nelle librerie sovietiche di lavori sui Càzari. A Minsk mi riuscì di trovare il libro Otkritie Khazarii (La scoperta della Cazària) di L.N. Gumiliov e non trovai invece il lavoro di M. I. Artamonov e io, con la limitatissima documentazione pubblicata sull'argomento qui in Italia e con la poca trovata in URSS, nel 2004 decisi con molta ingenuità e altrettanta arditezza di scrivere un piccolo saggio sui Càzari che intitolai: Mescekh, Il paese degli ebrei dimenticati. Gli anni son passati da allora e oggi quel mio lavoro va rivisto e riscritto, giusto come ha fatto l'amico Kevin A. Brook con la seconda edizione del suo The Jews of Khazaria del 2006, perché il quadro storico è più chiaro e gli studi in particolare si sono approfonditi e ampliati.

E' proprio ciò che mi accingo a fare qui, sempre per il lettorato italiano che su questa parte di storia europea vaga ancora nella nebbia più fitta. Persino in sinagoga a Milano dei Càzari non sanno nulla...

Per quanto riguarda il nome, secondo gli ungheresi L. Ligeti e A. Róna-Tas, esso potrebbe rifarsi alla tribù uigura dei Qasar che, una volta dal lontano est dell’Asia, pian piano trasmigrò nella zona dell’Anticaucaso, ma a parte questa discussione in corso, ho deciso (come avevo già fatto nel primo saggio) di adottare la lettura Càzaro perché mi sembra più accessibile di Còzaro/Khàzaro/Chàsaro per il lettore italiano, avvertendo però che la “z” è la “s” di rosa e che la “c” sostituisce il suono di “CH” (come in tedesco) nell'etnonimo originario.

Il piano del presente lavoro? E' presto detto. Dapprima tratteggio un po' della storia delle diaspore ebraiche per capire che tipo di cultura si accumulasse e si diffondesse nello spazio dove sorgeva l' Impero Càzaro. Poi ho pensato di fermarmi abbastanza a lungo sui punti-chiave di convergenza della civiltà nomadica turco-càzara con quella ebraica affinché attraverso i parallelismi e i richiami il mio lettore possa immaginare quali aspettative politiche, economiche e sociali si creassero presso le genti del Centro Asia non appena vennero a contatto con la religione ebraica. Una volta passati all'Ebraismo, i Càzari saranno il simbolo del sincretismo culturale più ardito del Medioevo Europeo. Racconto gli eventi più salienti della loro storia, specialmente di quelli che si riflettono sul Medioevo Russo e cerco naturalmente di tratteggiare il loro modo di vivere in conseguenza della loro situazione di avere un'élite ebrea al potere, in qualche modo obbligata ad essere tollerante verso ogni altra religione, destinata a mantenere veramente in pace (pax chazarica) le steppe per qualche secolo.

Resta per me insoluto il mistero di che cosa e dove ha lasciato in eredità questo popolo.

C'è il famoso cimitero cazaro nei Balcani che I. Erdelyi, ricercatore jugoslavo, ha riconosciuto nei pressi del villaggio di Čelarevo, lungo il Danubio. Qui si trovano disegni sui mattoni di una menorah, di un etrog e di uno sciofar risalenti tutti al VIII sec. d.C. che potrebbero essere quanto resta di Cazari perdutisi da queste parti e poi lì sepolti. E che dire della comunità Kozár di Pécs nel sud dell’Ungheria? Altro mistero càzaro? E non è finita. Lo storico israeliano A.N. Poliak pensa che, siccome nel XV sec. uno schiavo tedesco appartenente a un certo Barbaro Veneziano, mercante di Tana, riusciva a capirsi con i Goti di Crimea col suo tedesco, è probabile che i “Goti di Crimea” fossero di fede mosaica ricevuta dai Càzari locali e che fra costoro si sia formato il yiddish, il dialetto basso-tedesco degli ebrei Aškenaziti!

In conclusione si salta da un’ipotesi all’altra, ma qualche mistero sui Cazari rimane.

A parte le fantasie, il più grande storico di questo popolo rimane il compianto Mihail Illarionovič Artamònov del quale ho oggi sotto gli occhi la sua Storia dei Càzari (regalatomi dalla mia cognata bielorussa nel 2002) e che fu il maestro dell'altro turcologo sovietico famoso passato a miglior vita, Lev N. Gumiliòv, e dell'archeologa S. A. Pletniova. Anzi! Gumiliòv capeggiò una spedizione archeologica, poco fortunata in verità quanto a reperti clamorosi, presso il delta del Volga alla ricerca della capitale càzara Itil negli anni '50-'60 del secolo XX. Il problema di quei tempi era però altro: La politicizzazione della storia nazionale da parte di Stalin e del partito da lui manipolato. E, siccome Stalin aveva deciso che fosse meglio non parlare troppo degli ebrei, s'impedì per anni che i lavori di storici e di archeologi fossero pubblicati. Dopo la sua morte nel 1953 le cose mutarono, ma le idee del defunto dittatore continuarono a imperversare, in parte anche nei lavori della sig.ra S. A. Pletniòva. Fortunatamente tutto ciò è ormai il passato e oggi si parla di Càzari negli ambienti storici europei – tranne che nel nostro per ragioni di ignoranze linguistiche – liberamente e in modo più ampio. Ho preferito indugiare poco sui documenti di Abramo Firpovič dei Karaim di Trakai, sedicenti discendenti dei Càzari, trovati alla genizà del Cairo etc. relegando una piccola discussione in un mio vecchio articolo che ho messo in appendice. Se ne può trovare la storia dettagliata nel sito www.khazaria.com vera miniera di dati documentari gestito da Kevin A. Brook che lo aggiorna.

Non si può tuttavia prescindere dal lavoro di D. M. Dunlop che ho “divorato” con piacere o di quello di O. Pritzak, che mi era sembrato praticamente introvabile fino a qualche anno fa...

Avverto che le traduzioni (e gli adattamenti linguistici) degli stralci dai testi di alcuni autori e di alcune fonti sono miei e che per i toponimi ho adottato la forma usata nella storiografia russa allontanandomi un po' dalla trascrizione scientifica della grafia arabo-persiana.

Purtroppo le cartine riprodotte sono in lingue diverse dall'italiano perché nella realtà editoriale nostra queste topiche sono assenti. Malgrado ciò le scritte più importanti sono spiegate nel testo e con qualche sforzo in più si possono interpretare abbastanza bene.

Dedicato con entusiasmo al mio primo nipote, figlio di Diego e di Veronica

1. Il fatidico anno 70 d.C.

Nella realtà storica europea del intorno al VII sec. d.C. compare con una certa frequenza il nome d'un popolo turcofono, Khozar/Khazar/Kozar, attribuito dagli osservatori musulmani dell'epoca (specialmente) all'etnia dominante di una realtà politica presente nelle steppe ucraine con cui Roma sul Bosforo e gli Slavi orientali mantennero stretti rapporti. Giacché il nostro campo d'interesse è il Medioevo Russo, non ci si meraviglierà, se partiremo proprio dalle Cronache (russe) del Tempo Passato dove il monaco Nestore, al lavoro all'incirca nel 1113-16 d.C. nel Monastero delle Grotte di Kiev, scrive per l'anno 986 d.C. che Vladimiro, nuovo signore di Kiev, volle adottare una religione monoteistica per organizzare modernamente il suo stato. A questo scopo prima di decidere convocò presso di sé ben tre delegazioni di saggi delle rispettive fedi in voga: cristiana, musulmana e giudea.

Al gruppo dei saggi giudei Nestore fa dire: “... noi crediamo in un solo dio di Abramo, Isacco e Giacobbe...” E fin qui niente di nuovo. Poi Vladimiro, da persona pratica interessata non tanto alla filosofia o alla mitologia delle rispettive religioni quanto invece al come una fede imposta alla gente potesse porre e tenere sotto controllo i sudditi del suo stato, ascoltò le loro tesi e chiese ancora fra l'altro: “Dov'è la vostra terra? Dissero: A Gerusalemme.E (Vladimiro): Siete sicuri che sia lì? Risposero (i giudei) : Dio si adirò con i nostri padri e ci sparse in varie terre per i nostri peccati e la nostra terra la dette ai cristiani.” La conclusione che il cronachista mette in bocca al giovane sovrano a questo punto è che, se il dio giudeo li avesse davvero preferiti agli altri popoli, non li avrebbe disseminati in terre straniere lasciandoli senza un posto ove vivere secondo le loro leggi e senza un loro re. Il cronachista proseguendo attribuisce ai giudei l'assassinio di Cristo cioè l' accusa alessandrina che circola fra i cristiani e che spiega tutto condannando appunto gli ebrei a errare di nazione in nazione. Eppure, quanto a non avere una loro terra dove viga la legge di Mosé e che non ci sia un re unto dal loro dio, in realtà il cronachista mente giacché vuol nascondere o meglio dimenticare che Kiev fosse stata a lungo fra le città dominate dai Càzari e che il padre di Vladimiro nel 965 (sempre secondo l'amanuense) avesse assestato un duro colpo alla capitale càzara sul Volga. Comunque sia, già il fatto di aver interpellato i saggi giudei è un chiaro indizio che la religione “giudaica” e l'élite càzara che lo praticava facessero ancora una forte impressione a Kiev, senza contare che in città esisteva il quartiere càzaro-giudaico (ricordato nelle cronache fino al XII sec. d.C.) presso le porte dette Giudaiche (Židskie Vorota) e che la città stessa era stata fondata da un leggendario Kii càzaro.

D'altronde l'Impero Càzaro restò in auge nella Pianura e nella Steppa Russa per almeno tre secoli, prima di sfasciarsi definitivamente, e quindi anche noi non ne possiamo obnubilare l'esistenza. Oggi inoltre con l'aiuto dei documenti scritti raccolti soprattutto dallo storico O. Pritzak e dei reperti archeologici (piccoli, ma numerosi) catalogati e raccontati da M.I. Artamonov (v. bibl.) diventa interessante scoprire dove si innestavano le radici di questa gente e di questo stato nella variegata diversità linguistica, culturale e antropologica del popolo eletto di Abramo, Isacco e Giacobbe. Addirittura ci si può chiedere se i Càzari fossero essi stessi ben accetti dai giudei, vista l'aurea leggenda che circonda la loro conversione dal paganesimo turco al Giudaismo. Qualche scritto di fonte giudaica che si sofferma su quest'ultimo aspetto c'è, ma fa capo ai pochi documenti sui Càzari ritrovati al Cairo quasi per caso di cui parliamo nell' Appendice. Qui diciamo che il ritrovamento risale a un uso che fu in voga nel XII sec. nella comunità cairota. La regola prescriveva che uno scritto in cui apparisse il nome o un accenno al Dio di Mosè non potesse essere distrutto, una volta diventato inservibile, ma andava depositato presso la sinagoga. A questo scopo attaccato alla Sinagoga Maggiore fu ricavato un piccolo ambiente, la genizà, dove, montando su per una scaletta, si accedeva allo spazio nel quale attraverso un'apertura non molto grande si poteva porre lo scritto o l'oggetto di cui ci si voleva sbarazzare. E così moltissimi anni fa fu rinvenuta qui la corrispondenza fra un sovrano càzaro, Giuseppe, e il capo della comunità di Cordova del X sec. d.C., Hasdai ben Shaprut, ossia il materiale documentario che offre elementi sulla realtà càzara e sui suoi legami con l'Ebraismo. Gli scritti sono tre: La Lettera-questionario di Hasdai, la risposta di Giuseppe e una lettera da Kiev di un ebreo contemporaneo della capitale càzara.

Effettivamente, prima del VII sec. d.C. c'è poco o niente sui càzari ebrei rispetto a quel che sappiamo d'Israele che possiede una tradizione scritta plurimillenaria e noi, pur muovendoci con una certa libertà cronologica e evitando gli anacronismi, in questi primi capitoli cercheremo di mettere in evidenza i parallelismi possibili fra il mondo ebraico e il mondo turco, entrambi legati al nomadismo pastorale centro-asiatico.

Al principio dell'era cristiana reduce da alcune vittorie in Persia vediamo un potentissimo Impero Romano in fase di consolidamento del proprio ruolo militare e amministrativo nel Vicino Oriente. In particolare l'area chiamata Palestina dai Romani è molto importante sin dai tempi di Pompeo visto che ai suoi porti sul Mediterraneo facevano capo varie vie carovaniere il cui traffico era fondamentale per i fabbisogni dell'Impero. In questo ambiente i Romani s'imbatterono in uno strano popolo la cui tradizione lo diceva scelto fra tutte le genti del mondo da un unico dio creatore dell'universo: i Figli d'Israele, una tesi alquanto odiosa e minacciosa per i Romani che credevano invece di essere essi stessi gli eletti Signori del mondo! A Roma gli dèi dei popoli conquistati erano tenuti sotto custodia con tutti gli onori che si devono alle divinità, ma in un ruolo subordinato agli dèi romani e alla figura ormai quasi divina dell'Imperatore stesso e ciò a prova della potenza invincibile delle legioni romane. Sono aspetti da sottolineare questi, perché è il modo di pensare del tempo e dà ragione dell'accanimento romano sui monumenti religiosi altrui...

Le tensioni fra gli occupanti romani e le popolazioni locali palestinesi erano tali che, sebbene la politica di Roma fosse stata di affidare quanto più territorio fosse possibile al dominio delle forze indigene più fidate, dopo vari decenni i sollevamenti e le ribellioni (sobillati anche dai Persiani che condividevano coi romani gli stessi e concorrenti interessi sui porti palestinesi) non si erano mai sopiti. Roma aveva capito che l'etnia ebraica dominante usava la religione come potentissima arma ideologica contro il potere straniero e così aveva deciso di attaccare direttamente il cuore di questo potere, al di là dei re-marionetta mantenuti finora sotto la protezione delle sue legioni.

E difatti nel 70 d.C. in Palestina, dopo le ultime battaglie per sedare le continue e violente insurrezioni, il generale Vespasiano è acclamato imperatore e, mentre parte per Roma ad insediarsi, affida al figlio Tito l'incarico della soluzione finale del problema ebraico. Tito riesce a entrare in Gerusalemme, la capitale del piccolo regno giudaico, salta ogni autorità locale e entra nel Tempio. L'impresa è notevole perché gli fa credere che i suoi dèi abbiano vinto finalmente il dio d'Israele e che, una volta distrutto l'unico tempio dedicato al dio, le ostilità con i Figli d'Israele termineranno. Si racconta persino che Tito restasse stupefatto quando, penetrato nel Sancta Sanctorum, non trovò alcuna statua da portare con sé in trionfo e si dovette accontentare di un rotolo di pergamena scritto, di un candelabro a sette braccia d'oro e di una tabella pure d'oro.

Viene logicamente bandita la frequentazione a chiunque nel luogo sacro ex-giudaico e si vieta persino di ritornare in città senza una dovuta autorizzazione. La Giudea è così sottomessa e Flavio Giuseppe, storico ebreo di quei tempi (ca. 37 a.C. - 95 d.C.) al servizio dei Romani, avverte che un terzo della gente, ca. 2 milioni di persone, muore negli scontri, mentre centinaia di migliaia sono i deportati in schiavitù in vari luoghi dell'impero. A questo punto, sebbene vi saranno ancora rivolte senza successo contro un nemico romano imbattibile dal punto di vista militare, gli ebrei locali rimasti sono spinti ancora una volta a emigrare e, se molti si concentreranno a Alessandria, il più grande porto del tempo, altri invece prenderanno la direzione per la Mesopotamia.

Sotto Adriano (135 d.C.) l'area del tempio viene ulteriormente profanata poiché su di essa si fa costruire un santuario dedicato a Giove Capitolino, il sommo dio romano, e Gerusalemme viene addirittura interdetta a qualsiasi persona di religione giudaica, salvo il 9 del mese di Av che commemorava la conquista romana e giusto per venire a piangere sulle rovine!

Genti provenienti da varie zone del Medio Oriente saranno trapiantate qui, ora che il paese è diventato quasi un deserto. Adriano cambia persino la toponomastica e Gerusalemme si chiamerà Aelia Capitolina. Non solo! L'idea sua, dopo aver battuto l'ultima sommossa di Simone Bar-Kokhba impegnando le legioni per molto tempo, era che i Figli d'Israele andassero eliminati completamente e che ciò si potesse farlo, se si impediva loro di perseverare nei loro culti e nella loro fede. Di conseguenza usi, feste e costumi giudaici furono interdetti e chi venisse sorpreso a continuare in tali superstizioni in pubblico correva il rischio di condanna a morte.

Per di più, su ogni ebreo presente all'interno dei confini dell'Impero Romano era stato addirittura imposto da anni un testatico – Fiscus judaicus – che si pagava a indennizzo delle spese militari romane per sottomettere la Palestina e solo moltissimo tempo dopo quella tassa sarà revocata.

Questa è la storia scritta, fin qui riassunta da noi nei tratti più attinenti all'oggetto della nostra ricerca. Essa però ci interessa nella misura in cui ci racconta della realtà umana della deportazione e della schiavitù a Roma e in altre città dell'Impero di migliaia di giovani ebrei d'ambo i sessi.

Sono le circostanze su cui occorre riflettere di più giacché è qui che, a nostro avviso, si creano degli “abiti mentali” che portano alla protesta e ai mutamenti culturali negli ebrei quando, ad esempio, erano costretti ove necessario a non farsi riconoscere con troppa evidenza. Anzi! Talvolta l'indigenza imponeva l'assimilazione, almeno apparente, in modo rapido e sconvolgente con scelte penose e avvilenti.

In Palestina per di più, ove le condizioni poverissime in cui fu ridotta a causa della politica romana, fu favorito il sorgere di molte sette che si differenziavano per i costumi e per i rapporti con il dio d'Israele e gli dèi non giudaici e di conseguenza quasi incoraggiavano chi emigrava, a parte casi molto particolari, a integrarsi nelle tante società diverse lungo le coste mediterranee in qualche modo. E così si indulgeva agli amori in cui si formavano coppie miste e alla poligamia.

Dalle lamentazioni dei profeti nella Bibbia e da quelle nel Vangelo della neonata setta giudaico-cristiana possiamo immaginare, ad esempio, come molte ragazze tenute spesso come concubine diventavano delle vere seconde mogli e che i loro figli, educati da esse stesse, contribuivano alla diffusione della cultura e dei costumi giudaici nell'ambiente circostante “gentile”.

In conclusione a noi sembra che in molte occasioni le misure prese contro gli ebrei favorirono insperatamente la crescita del loro numero più che diminuirlo tanto che nelle città più popolose dell'Impero Romano e a Roma stessa, intorno al III sec. d.C. una persona su tre (è la stima accettata da J. Attali, v. bibl.) era un Figlio d'Israele! Flavio Giuseppe aveva persino creduto che i suoi correligionari da qualche parte in oriente dovevano formare un popolo immenso. Malgrado ciò schiavi e deportati con i limiti che c'erano non potevano sperare di godere delle condizioni tanto favorevoli da permettere una fioritura della cultura religiosa e tanto meno nazionale e così per secoli le comunità nell'area mediterranea si rinchiuderanno in se stesse a lungo prima che sorgano riformatori di rilievo reputati adatti a tutta la Diaspora.

D'altronde gli ebrei da popolo eletto non facevano molto proselitismo e non accettavano neppure di cambiar religione così facilmente perché erano certi di essere i migliori e che il loro dio un giorno li avrebbe riscattati dalle cattive contingenze del momento. Ciò irritava gli avversari sia romani sia di altre sette pure giudaiche quando un “ortodosso” non capiva la necessità del dibattito sulla propria fede con un'altra persona della stessa o di altra fede né perché dovesse rendere omaggio divino all'imperatore romano né certi altri obblighi. Chiosava Tacito quasi con stupore su questi atteggiamenti: “Tutto quello che per noi è sacro, per loro è profano e tutto ciò che a loro è concesso, per noi è impuro!

Prima del 70 d.C. naturalmente degli ebrei vivevano sin dalla più remota antichità lungo questo Mare Mediterraneo e le nuove deportazioni ingrossarono dapprima i gruppi già esistenti oltre a crearne nuovi. Alcune comunità inoltre, in buona situazione finanziaria e col rispetto delle limitazioni di legge loro imposte, si erano costruite da tempo dei luoghi dove congregare per le feste comandate ossia le sinagoghe e ne avevano fatto a poco a poco dei luoghi veramente sacri.

Le religioni di quel tempo tuttavia vivevano dei propri riti pubblici e privati che andavano rispettati e senza un'autorità centrale che ne fissasse i tratti e le date per le feste comandate il Giudaismo correva il pericolo di estinguersi dopo Tito. Grazie tuttavia alle manovre di un certo rabbino Yeohanan ben Zakkai fu concesso da Tito stesso che si costituisse a Javne non lontano da Gerusalemme un nuovo centro religioso purché senza velleità politiche (!). Si sarebbe occupato esclusivamente di guidare la vita religiosa degli ebrei all'estero, ad esempio curando che il calendario lunare liturgico seguisse quello solare di Giulio Cesare o rammentando di non infrangere in alcun modo il riposo del sabato e di partecipare alle feste comandate, addirittura consigliando all'ebreo di evitare di far parte di corporazioni gentili che tali riti e sacralità non comprendevano e non ammettevano.

In attesa che il dio di Mosè intervenisse a sollevare dalle pene il suo popolo eletto, si sperò sempre di ripristinare il Tempio distrutto, ma, sebbene Giuliano l'Apostata (IV sec. d.C.) ne permettesse la ricostruzione, per cause geologiche (negli scavi per ben due volte si levò una fiammata di gas naturale) il sogno non si realizzò. Visto che il Tempio non c'era più e che la salvezza divina non arrivava, feste e riti relativi alla fine furono lasciati in gestione ai capi delle comunità. Al posto dei sacrifici animali, si impose la preghiera in casa sotto la guida del genitore anziano e in sinagoga si continuò a sollecitare il dio d'Israele a non dimenticare il suo popolo intonando l'invocazione ebraica cantata più famosa Ascolta Israele.

Un altro problema per gli ebrei liberi cacciati dalla Palestina era di restare spesso senza grossi cespiti finanziari su cui costruire il futuro! Per non cadere nel completo annichilamento fisico così come poteva essere una soluzione l'espediente di mettersi in coppia famigliare con un pagano/una pagana più abbiente, c'era pure la necessità di inventarsi un mestiere, magari in comune o legato alla famiglia. La tradizione non ammetteva che una persona non lavorasse con le proprie mani, se non impedita fisicamente (salvo che al sabato). Diceva la Genesi (cap. III, vers. 19): Col sudore della tua fronte mangerai il pane... in modo abbastanza chiaro. Persino i rabbini non si esimevano da questo obbligo come, ad esempio, il già detto Yeohanan ben Zakkai che non smise mai di fare il calzolaio e così sarà per altri studiosi che nomineremo.

Già molti ebrei prima del 70 si erano trasformati in mercanti trovandosi giusto sui crocevia commerciali del mondo e in quei tempi il fatto di aver viaggiato, proprio perché si era deportati o per altre ragioni e giacché le comunicazioni non erano quelle di oggi, era una premessa vantaggiosa nell'offrirsi quale interprete o come aiuto/socio/consulente a chi il viaggio lo vedeva come attività che incrementava gli affari ossia al mercante... Dirà un rabbino: “Dedicati al commercio e avrai carne e vino. Investi la stessa somma nel lavoro dei campi e tutt'al più potrai comprarti pane e sale !” riferendosi sicuramente alle costosissime merci trattate allora dai mercanti cioè le spezie, la seta e atri guadagni che se ne potevano trarre.

E, a proposito della seta, occorre dirlo subito che gli ebrei da secoli vi erano coinvolti e non solo nel commercio con la lontana Cina, ma anche nella tessitura e nella tintura e nelle spezie. D'altronde la seta aveva origini tanto remote e lontane che fra l'affidamento al mercante da parte del venditore e le consegne all'acquirente in attesa passavano mesi e talvolta un anno intero. Chi si sarebbe fidato di impegnarsi in un acquisto del genere che prevedeva consegne tanto lunghe? Solo una persona molto ricca e molto esigente. Con viaggi talmente avventurosi il prezzo da pagare infatti saliva alle stelle e comprare certe cose diventava un vero e proprio investimento a lungo/medio termine che richiedeva molte garanzie nella stipula del contratto di compravendita.

Siccome Roma era il centro del mondo dove si concentravano tutte le merci, preziose e non, in circolazione, i migliori contatti commerciali si potevano coltivare e mantenere soltanto lì dove c'erano infatti i maggiori consumi civili (la nobiltà) e militari (la casa imperiale) per cui il mercante ebreo (come di qualsiasi altra religione) in qualche modo doveva far base in quella grande città. Occorre aspettare il Medioevo però quando i centri di potere si moltiplicheranno e nuovi “signori” avranno proprie corti e nuove capitali con esigenze di spettacolo e di sfarzo oltre che di armamenti perché si crei una rete di traffici ebraica a largo raggio fin nel nord Europa. Alla fine il commercio ebraico subirà un impulso fantastico in cui il mercante e i suoi legami internazionali avranno un ruolo di primo piano agendo da consigliere, ambasciatore, banchiere e con molte altre incombenze.

Fra le comunità cominceranno a circolare le prime cambiali, le prime carte di credito, i primi piani di investimento e relativi finanziamenti bancari e, un punto importante per la nostra storia, si diffonderà l'idea che abbracciando la fede giudaica significasse entrare nel sistema finanziario-commerciale più organizzato del mondo!

Se dunque il commercio sarà l'attività principe, che ne è dell'ebreo contadino sedentario? Non è nostro compito fare la storia degli ebrei in esilio e non ci fermeremo troppo sui dettagli, ma diremo che fu concesso anche a loro di comprare o coltivare campi e usufruire dei raccolti e di offrire i propri prodotti d'artigianato e di derrate alimentari nei mercati.

Una qualità importante è da notare: L'ebreo libero aveva un vantaggio in più rispetto al “gentile” – com'è chiamato il pagano o d'altra religione – che gli stava intorno: Sa leggere e scrivere e far di conto! Conosce le Sacre Scritture a menadito perché le impara dai racconti orali dei suoi genitori e dai testi originali a scuola e una migliore conoscenza della Bibbia offre all'ebreo in certo qual modo un prestigio che nessun altro ha, rispetto al cristiano comune.

Con l' Editto di Tolleranza di Costantino del 313 d.C. la situazione comincerà a peggiorare. Dapprima il Giudaismo è riconosciuto come una fede al pari delle altre, ma per i cristiani è l'inizio della scalata all'interno del potere romano e il loro atteggiamento sarà contro i giudei che saranno discriminati in vari modi su loro istigazione.

Il IV sec. d.C. è fatidico per la nostra storia giacché è anche il momento della spaccatura (e di conseguenza, dell'indebolimento) dell'Impero Romano che, a causa delle lotte interne, favorisce l'avanzata dei popoli delle steppe verso l'Europa nord-occidentale con le cosiddette Invasioni Barbariche. La parte occidentale dell'Impero in pochi anni si disfa e occorrerà attendere Carlo Magno (IX sec. d.C.) perché si ripristini non solo il titolo imperiale romano in Occidente, ma anche il dominio romano (almeno nel nome) fra Francia Germania e Italia (d'oggi).

Al contrario in qualche modo agevolando il passaggio dei migranti al nord, lungo la riva sinistra del Danubio la nuova Roma sul Bosforo, Costantinopoli (o Città dei Cesari, come la chiamava il mondo slavo), riesce a contenere lo sciamare delle leghe di genti germaniche (allora già cristiano-ariane) e di altre etnie turche (miste pagane) dalle steppe ucraine e ne incoraggia l'assimilazione e la sedentarizzazione.

2. La diaspora più antica

Da quello che abbiamo scritto fin qui, sorge spontanea la curiosità di sapere un po' di più sulle origini del popolo ebraico per cui non farà male un breve excursus di storia sommaria della stirpe prima del 70 d.C. evidenziando quei punti salienti che più ci riguardano.

Dalla tradizione biblica sappiamo che Abramo si era mosso ca. XIII sec. a.C. da Ur, antichissima città del sud della Mesopotamia, che era un pastore, che si era diretto verso il Mar Mediterraneo con la sua gente e le sue greggi e che fra Palestina e Egitto i suoi discendenti avrebbero nomadizzato per secoli. Sembra pure che Abramo avesse un legame molto speciale col creatore dell'universo e che da lui avesse ottenuto la promessa che dal suo seme sarebbe nato il popolo scelto dal creatore fra gli altri popoli della terra. Fra l'altro, giusto in quel momento, nella Bibbia vengono fissati i fondamenti della grande famiglia patriarcale giudaica con le proprie regole limitative per le donne che sfoceranno in seguito (estremizzandosi!) nella tradizionale misoginia cattolico-cristiana.

In seguito la stirpe di Abramo penetra addirittura fin nel sud della Penisola Arabica e in Etiopia e conquista l'intera regione intorno al Mar Rosso col suo culto del dio unico molti secoli prima che Maometto ne fosse anche lui ispirato...

Dopo vari eventi ritroviamo schiavi presso i Faraoni un gruppo di discendenti di Giacobbe, detto Israele e pronipote del detto Abramo, coi quali ad un certo momento un non ben noto Mosè, egiziano, si mescola e promette di ridare loro la libertà giacché, proclama, un dio senza nome lo ha incaricato di far loro da guida verso la ricca Terra di Canaan. D'altronde Canaan è la terra dove gli stessi padri ebrei erano vissuti prima della schiavitù e adesso sotto la protezione del dio di Mosè, lo stesso di quello di Abramo, è assicurato che godranno (stavolta da agricoltori invece che da pastori) del benessere da vivi e della gloria eterna da morti.

Canaan diventa così la Terra d'Israele (ebr. Eretz Israel) e viene divisa in 12 regioni. La ripartizione corrisponde (più o meno) ai figli di Giuseppe, figlio di Giacobbe, fra cui però uno, Levi, non avrà un territorio perché riceverà l'incarico di curare i rapporti religiosi col dio innominabile. Al suo mantenimento avrebbero provveduto gli altri fratelli con donazioni intanto che i suoi figli, i Leviti, eseguivano i sacrifici e i riti prescritti dal dio di Mosé nelle tende-tempio a disposizione in ciascuna parte della Terra di Israele.

In contrasto con l'idea di stato unico teocratico voluto da Mosè e dal suo dio innominabile, erano stati poi fondati sull'esempio dei popoli limitrofi alcuni regni ebraici, fra cui quello di Giuda con l'unico stabile tempio di pietra eretto nella capitale, Gerusalemme. Ciò aveva portato alla decadenza della casta sacerdotale, favorendo la formazione di sacerdoti eletti o nominati in loco e nelle periferie di Eretz Israel con una parziale scivolata nel politeismo pagano.

Un certo scompiglio c'era stato nel VII sec. a.C. con la conquista della regione da parte di Nebukadnezzar (Nabucodonosor) II giacché questo re aveva addirittura “ricondotto” da prigionieri di guerra (in parziale schiavitù) gli ebrei in Babilonia (l'antica Terra di Ur), pur senza troncare il legame con i correligionari rimasti in Palestina. Anzi! Gerusalemme e la speranza di ritornare e ricostruire il tempio ora in rovine del dio di Abramo, Isacco e Giacobbe restavano i fortissimi punti di riferimento culturale e politico di ogni deportato/esiliato. E nel 538 a.C. con l'editto di Ciro, re persiano subentrato agli Assiro-babilonesi, una parte degli esiliati infatti ritornò in Palestina, ma altri preferirono restare dove erano nati, sebbene a causa della precarietà della situazione non avessero possibilità di avere terra da coltivare o di darsi alla pastorizia. Flavio Giuseppe nelle sue Antichità Giudaiche scrive: “Molti restarono a Babilonia per non abbandonare le loro proprietà...” riferendosi a quanto acquisito con i ricavati dalla mercatura, unica attività profittevole permessa.

I tempi cambiano ulteriormente nel IV sec. a.C. con l'epopea di Alessandro il Macedone. Attratti nel vortice dell'ellenismo gli ebrei sciamano verso Alessandria d'Egitto dove diventano talmente numerosi da raggiungere il quinto del numero dei residenti. Parlano adesso greco e accedono con entusiasmo agli antichi scritti greci sulla tecnologia e sulla sperimentazione acquisendo una certa competenza tecnica a trafficare e a commerciare sfruttando i loro viaggi frequenti fra i porti del Mediterraneo in occasione delle feste comandate e i loro forti legami famigliari esistenti in particolare col cuore ebraico nelle satrapie della Persia, anch'essa passata sotto Alessandro.

Come si sarà capito, la comunità babilonese aveva trasformato la propria situazione di ex deportati in una residenza stabile e prestigiosa dove Babilonia era ormai una patria con una lingua comune nuova, parlata fino ai lidi mediterranei, l'aramaico. E qui nasce un'opera a più mani molto più importante della Bibbia per certi versi: Il Talmud, detto appunto babilonese. Dice I. Epstein (v. bibl.): “Il Talmud ... è la storia, in lingua ebraica e aramaica, della formazione delle leggi locali minori e della aggiunte fatte al patrimonio di norme pratiche e di saggi consigli impartiti dai capi intellettuali e religiosi del popolo giudaico... L'elemento predominante e fondamentale è il tema del rapporto tra uomo e dio... (e)... i suoi insegnamenti e i suoi principi sono lo sviluppo diretto di quelli comunicati dalla Torà (e)... questo vale tanto per la dottrina religiosa quanto per la prassi rituale e legale.”

Salvo le tavole della legge divina che Mosè aveva ricevuto dal dio innominabile, altri scritti “materiali” non ce ne erano mai stati mentre ora con le divisioni e le lontananze c'era bisogno di aver fra le mani un testo unico da leggere a figli e a nipoti. E, siccome in fondo in fondo tutti speravano che si rinnovasse un giorno l'epopea di Mosè, questa era la storia più affascinante che si tramandava oralmente nelle famiglie... Certo, per qualche saggio più meticoloso c'era una certa diffidenza sulla tradizione orale, la Mišna (ebr. ripetizione orale a memoria), perché potendo contenere elementi spuri era difficile considerarla d'origine divina o pensarla come un testo di base per un' opera summa di storia ebraica. Non solo! Gli esempi di vita degli antenati avevano generato delle consuetudini e delle prescrizioni che ormai si rispettavano da lungo tempo e erano entrate a far parte della Mišna. Insomma è comprensibile che ci volesse molto tempo e molte dispute e riflessioni prima che la Mišna tutta intera fosse accettata fra il corpus delle parole divine da mettere per iscritto, addirittura separata e di integrazione alla Torà. E alla fine la Mišna in tale veste non fu accettata da tutte le comunità e alcune, i cosiddetti Caraiti, la rigettarono.

Venne fuori poi il problema della trascrizione che aveva un aspetto non solo sacro, ma anche linguistico. Finché la lingua ebraica antica era stata l'unica lingua veicolare fra gli ebrei di Palestina, l'interpretazione di ogni parola imparata a memoria rimase la stessa, ma quando altre lingue, come abbiamo detto per l'aramaico, la misero da canto si ritenne necessario un commento autorevole per il riconoscimento volta per volta delle parole divine ora comprensibili in modo diverso.

Malgrado tutto, accordatisi finalmente sul contenuto di una serie di racconti, in questi anni del II sec. d.C. viene fuori la Torà (o storia del mondo, detta anche i Cinque Rotoli scritti di Mosè, in greco Pentateuco) il cui apprendimento sarà parte integrante della vita di ogni ebreo. Trascrizione non era uguale a diffusione e ne seguì la preoccupazione che le diverse comunità avessero ciascuna almeno una copia dei testi biblici ortodossi adesso scritti per cui fu composta una giunta di studiosi – ricordati col nome di masoreti o trascrittori – che li ricopiarono e li misero in circolazione, dopo un'accurata standardizzazione dell'alfabeto ebraico antico con le annotazioni nei punti incerti.

Nella comunità ebraica babilonese che sponsorizzò con forza questo certosino lavoro filologico lungo la riva destra dell'Eufrate nelle città di Sura (più a sud) e di Pumbedita e Nehardea (più a nord) dove si erano fondate numerose scuole e accademie, era logico che si formassero delle figure di studiosi più autorevoli di altri e che costoro fossero interpellati pure dai gentili per il loro alto livello di saggezza e popolarità. Costoro raggiunsero persino posizioni sociali di alto rango, addirittura contribuendo alla costruzione di un'originale civiltà giudeo-persiana all'interno di una società nazionale non giudaica. I rabbini cominciarono ad essere additati da tutti come gli esempi viventi di comportamenti retti e giusti e quindi niente di male, se sappiamo di Rav Nahman che nei luoghi dove sostava quando era in viaggio avesse una seconda, una terza etc. moglie... Lo scopo era di mostrare ai correligionari e al resto del mondo come si potesse vivere in buoni rapporti con una qualsiasi donna pur indulgendo nella poligamia allora permessa.

Dopo l'educazione domestica ricevuta in famiglia, ogni bambino ebreo di qualsiasi posizione sociale all'età di 5-7 anni iniziava a recepire l'insegnamento di base del leggere, scrivere e far di conto nella sinagoga. Gli studi si potevano allargare accedendo a una catena di scuole superiori mantenute a spese della comunità e con donazioni private. E a questo proposito sappiamo che il capo delle comunità babilonesi Giuda III nel 286 d.C. (nei documenti detto a volte Patriarca e a volte Esilarca) mandava in giro suoi ispettori per verificare che il sistema scolastico e le sue strutture didattiche si accrescessero e funzionassero nella regione producendo dei buoni e colti ebrei. Dirà il Talmud: Una città senza studenti va a finir rapidamente male! Insomma persino Cecil Roth, ebreo britannico, nella sua Storia degli Ebrei scriveva che la scuola sinagogale era “...di una perfezione che, in Europa, fu raggiunta soltanto nel XIX sec.!

E a proposito delle donazioni “private” che permettevano il funzionamento di scuole e accademie da dove provenivano? Evidentemente il denaro giungeva soprattutto da chi partecipava a pieno ritmo al grande commercio internazionale. Il mercante e la mercatura era la struttura più importante e più ricca della comunità babilonese. Come abbiamo già detto, i mercanti godevano di reti di distribuzione e finanziarie molto affidabili giacché c'era in ogni senso il coinvolgimento e l'aiuto delle famiglie ebree trapiantate nelle terre più lontane. La struttura mercantile in Mesopotamia restò molto a lungo e prevalentemente in mani ebraiche e nei mercati si radicò la presenza in piena funzione dell'autorità giudiziaria ebraica che si riservava di intervenire nelle liti. Spessissimo questi giudici riuscivano a chiudere le divergenze con la pacificazione delle parti e ciò suscitava persino il plauso di chi non era ebreo, ma che si era trovato implicato nel giudizio. In più c'era l'uso dell'anno sabbatico che scioglieva dai debiti e liberava dalla schiavitù e questo era un altro costume apprezzato dai gentili e da chi lavorava presso i giudei! Quel che più impressionava di questo apparato giuridico era la sua immutabilità (apparente in verità, giacché le modifiche ogni tanto erano introdotte) per l'esistenza per iscritto di un sistema molto avanzato di leggi e di costumanze antichissime registrate e abbinate con le procedure tipiche ispirate e garantite da una divinità giusta e retta come il dio di Mosè.

Una domanda sorge di conseguenza: Come mai le comunità più ricche e più numerose che gestivano quell'apparato e che detenevano un peso politico notevole proprio in virtù della detta nomea di rettitudine non spinsero giudei e non giudei alla formazione di stati indipendenti pur federati con l'Impero Romano o Persiano o, al limite, alla ribellione contro le autorità opprimenti?

Di certo tale possibilità c'era e sollevava grossi timori nei signori locali che ciò potesse un giorno accadere dietro istigazione degli ebrei. Per questi motivi il “potere gentile” stava sempre all'erta ora con concessioni sempre più ampie ora imponendo limitazioni a volte improvvisate con la scusa della protezione mafiosa, ma mai alleandosi con gli ebrei. La colpa di questi ultimi era la loro abilità di rimandare ogni grande decisione all'approvazione del loro dio e in tal modo apparivano infidi, pur accettando la sorveglianza perpetua speciale alla quale continuavano ad esser sottoposti.

Situazioni simili a quella appena qui descritta erano ben note alle comunità fuori dalla Mesopotamia giacché si erano ripetute nel passato e a volte gli espedienti adottati non erano stati efficaci. Tipica era stata quella creatasi in Alessandria d'Egitto nei primi secoli dell'Era Cristiana.

Da una parte, si era visto crescere il peso politico della setta giudaica dei Cristiani quando questa setta aveva scelto d'allearsi al potere militare romano e si era proclamata pronta a combattere e a contenere ogni mossa ostile ai romani dei loro correligionari ebrei. Dall'altra, finché la comunità sedicente ortodossa locale non fu ossessionata da leggi limitative, a parte le difficoltà incontrate col passar del tempo con le tasse anti-ebraiche che ogni momento aumentavano di numero e di peso, i suoi membri poterono opporsi o sopportare le angherie messe in atto. A poco a poco però gli ebrei alessandrini, dato che nella stragrande maggioranza si occupavano di studio e di mercatura e politicamente non avevano mai preso le parti di alcun partito, passarono ad un atteggiamento quasi passivo onde essere distratti dalle loro occupazioni e cercarono quasi con ossessione ogni volta che fosse necessario la composizione e la mediazione amichevole con tutti. Il filosofo ebreo Filone alessandrino (nato ca. 15-20 a.C.) visse in questa atmosfera e mostrava bene nel suo pensiero e nella sua esistenza la giustezza del punto di vista pacificatore adottato nella vita quotidiana.

Quando lo splendore d'Alessandria poi decadde, quel tipo di cultura giudaica pacifica a tutti i costi radicatasi ormai nell'agire comune si trasferì quasi completamente in Mesopotamia. E qui, nelle scuole di cui parlavamo e gestite dai maestri (ebr. Rabbi – maestro mio – o Rav) di inclinazione alessandrina si stimolò nei discenti la voglia di guardare all'uomo e all'universo con tale indirizzo filosofico-politico. In certo qual modo, la religione doveva essere più laica e più libera da pregiudizi e doveva stimolare l'investigazione scientifica dell'uomo e dei suoi comportamenti (non nel modo scientifico della moderna antropologia sociale, naturalmente!) per saperne prevedere reazioni e misure da prendere poiché solo lo studio serio e la scienza consentivano di conoscere il dio di Mosè sempre meglio attraverso il creato e le sue creature.

L'istruzione religiosa e scientifica in un unico contesto restò il fulcro della vita dell'ebreo e in un periodo più tardo, durante il califfato abbaside ca. 750-1254 d.C., nelle città persiane nominate prima alcune personalità ebraiche fonderanno addirittura delle accademie specialistiche per certe discipline che risponderanno esclusivamente ai propri rettori (ebr. Gaon e al plur. Geonim) per l'indirizzo degli studi. E questi rettori non soltanto si dimostreranno dei grandi amministratori, ma imporranno la direzione filosofica particolare da usare dando modo ai frequentanti i loro istituti di scegliere a seconda delle propensioni personali lo sbocco finale nella vita quotidiana.

In verità per gli ebrei lo studio principale restò pur sempre la Torà per cui lo specialista in una disciplina scientifica, come lo vediamo noi oggi, non esisteva fisicamente separato dal conoscitore profondo dei sacri scritti e ciononostante, quando nella vita pratica si esigevano aperture che superassero i punti di vista puramente religiosi, l'ebreo lo fece senza rinunciare alla propria identità.

C'è da notare che l'indirizzo sperimentale degli studi avrebbe potuto dare un impulso maggiore prima nell'Occidente romano, sedicente erede del pensiero greco empirico, che in altri luoghi nel campo tecnologico e invece ciò fu impedito poiché la piega presa dalla setta giudaico-cristiana si attestò sul concetto che la sapienza massima non può che conseguirsi nelle parole della Bibbia e che gli studi scientifici fossero persino da aborrire come pratica diabolica (Isidoro di Siviglia!).

In conclusione alla fine del III sec. d.C. gli ebrei babilonesi raggiunsero l'apice dello splendore culturale e sociale nella “nuova patria” in cui vivevano obliterando in parte il ricordo della terra d'origine palestinese. Anzi, sentiamo dire al successore del fondatore dell'Accademia di Sura, Huna, che un ebreo a Babilonia si sentiva “... esattamente come in Eretz Israel.” benedetto e protetto dal dio d'Abramo, Isacco e Giacobbe senza rimpianti.

Che gli ebrei della Diaspora babilonese fossero pienamente integrati con il resto della popolazione locale ne dà l'esempio la fornitura di granaglie all'esercito persiano da parte di mercanti giudei a prezzi di favore. Non solo! Nel 360 d.C., sebbene la Torà proibisse il commercio delle armi ai mercanti di fede giudaica, i rabbini di Babilonia, sempre respingendo le sobillazioni di Giuliano l'Apostata a una rivolta contro i persiani, autorizzavano tranquillamente le forniture di armi e quasi inneggiavano all'armamento di contingenti ebrei da mandare come ausiliari nelle armate persiane.

Avvicinandoci ai secoli che a noi interessano – VII d.C. e oltre – i Parti di Babilonia, l'avanzata e industrializzata Cina e l'avido Impero Romano sono ormai i centri economici e politici maggiori del mondo del momento e, sebbene la Cina non sarà direttamente coinvolta nelle guerre e guerricciole che continueranno a dissanguare Roma e la Persia con frontiere che si spostano in continuazione in Anatolia e nel Caucaso a seconda del vincitore del momento, gli ebrei babilonesi quasi senza esitazione continueranno a schierarsi dalla parte dei Persiani contro Roma.

Eppure non era tutto rose e fiori...

L'annalista del IX sec. d.C. Tabari ci racconta nella sua Storia dei profeti e degli imperatori che verso la fine del governo di Kavadh I (VI sec. d.C.) comparve in Persia Mazdak, un prete ispirato da un dio, e pretese che le ricchezze dei più abbienti andassero ridistribuite ai meno abbienti affinché non ci fossero mai più poveri nel regno.

I nobili ricchi persiani colpiti naturalmente nell'intimo si opposero in tutti i modi e alla fine, non avendo Mazdak e i suoi un programma economico valido, presero il sopravvento e riuscirono a far dichiarare la religione di Zoroastro unica religione di stato, escludendo dai posti pubblici e dalle gestioni economiche chi invece fosse d'altra religione e per primi i Mazadkiti.

D'altro canto non c'era niente di contraddittorio fra ciò che Mazdak diceva e le concezioni ebraiche, salvo che quest'ultimo, finché guidò lo stato persiano, fece ogni passo possibile affinché anche agli ebrei fosse vietato questo o quel ruolo pubblico.

Mar Samuel, il patriarca del tempo, protesterà e si ribellerà, ma alla fine verrà trucidato.

Il nuovo patriarca Zutra II che gli succede decide allora di ricorrere alla forza. Mette insieme un'armata e proclama – ne dichiara persino l'indipendenza! – uno stato ebreo in Persia riunendo sotto la sua autorità tutte le città dove la maggioranza di cittadini è di fede giudaica. Alla sua morte nel 520 d.C. il sogno di uno stato ebraico nuovo e indipendente però s'infrange e gli ebrei babilonesi sono costretti ancora una volta a fuggire. Chi li accoglierà? E dove? A Roma no di certo, a Costantinopoli peggio che mai mentre Alessandria e la Palestina rimanevano zone assolutamente interdette...

Molti fuggono in Yemen dove fondano un regno di breve durata che non resiste alle pressioni dei cristiani d'Abissinia e scompare nel 530. Altri fuggono in India e sulla costa del Malabar dove fondano la famosa colonia di Cochin in Kerala. Altri ancora in Cina forse raggiungendo da nord persino Dailang/Kaifeng, città capitale dei Wei, e di sicuro (molte ricerche cinesi di questi ultimi anni lo provano) si allogano nell'area del grande porto fluviale meridionale di Canton. Infine chi non va neppure tanto lontano, si ferma poco a est del Mar Caspio in Sogdiana e in Bactriana.

Come vivono? Da mercanti sulle vie del mondo come abbiamo sottolineato molte volte.

R. Foltz (v. bibl.) assicura che fonti romane informano che già ai tempi dell'Impero dei Parti i commercianti giudei, di provenienza babilonesi e palestinesi, trafficavano con la seta cinese.

Che restò allora di quella antica e nuova patria ebraica che fu la Persia?

Le intrusioni di cultura persiana e mazdakita si riscontrano facilmente nelle idee ebraiche sulla fine del mondo, sull'avvento futuro di un salvatore dell'umanità, sulla resurrezione dei corpi e persino sul giudizio finale per essere assegnati, i cattivi, all'inferno di fuoco e, i buoni, al paradiso del piacere eterno, concezioni che non esistevano prima di fuggire...

A questo punto possiamo già parlare di uno “spirito unitario” dei Figli d'Israele che vengono fuori dall'esperienza persiana e che si mostra sotto tre aspetti: 1. la persona onorata con l'orgoglio di appartenere al popolo eletto dalla divinità maggiore dell'universo, 2. il lavoro manuale con le sue pratiche marchiate dall'onestà e dall'obbligo di non nuocere a terzi e 3. l'internazionalismo oltremodo tollerante come filosofia di vita nell'adeguarsi a qualsiasi esteriorità dello straniero in ricordo del fatto che una volta gli ebrei stessi, stranieri in terra d'altri, erano stati ben accolti.

Ciò non esclude che occorra ribellarsi quando l'oppressione dei gentili supera certi livelli. Anzi!Tuttavia dobbiamo dire che ogni qual volta ci sono delle misure intese contro di lui, l'ebreo d'istinto ne è stupito proprio in base alle idee che si è costruito. Il ruolo che il dio di Mosè ha assegnato al credente è quello di fare da intermediario per il benessere suo e quello di tutti gli altri popoli della Terra. Ogni attività ebraica, tanto in campo economico quanto in ambito scientifico, è indirizzata al bene non solo suo proprio, ma degli altri che gli stanno intorno. Ad esempio, se dio gli concede troppa abbondanza di mezzi, ciò vuol dire che ha condotto gli affari in modo retto e lecito e ne è stato benedetto e ciò che non può consumare per sé deve passarlo agli altri.

Insomma esiste un altruismo innato e prescritto dalla Torà (Esodo Cap. XX ) che traspira nei 10 comandamenti che dio aveva consegnato a Mosè e giustamente il babilonese Rabbi Hananael dice con chiarezza: “L'ebreo non è migliore degli altri, se gli altri non sono migliori essi stessi.”

3. Daghestan, paese càzaro

Siccome la storia dei Càzari si basa sui due pilastri epistemologici: origine turca e appartenenza all'ebraismo, come si relazionano questi i due pilastri fra loro storicamente e culturalmente? E, altro grande problema che occorrerà affrontare, come li sostiene l'archeologia?

Nei capitoli precedenti abbiamo cercato, e forse abbiamo trovato, alcune caratteristiche culturali che entrarono a far parte dello “spirito ebraico” della Diaspora del Centro Asia e della regione caucasica. Formata a stragrande maggioranza da cittadini a partire dal VII-VIII sec. d.C. incontrò i turchi che nomadizzano in quelle aree ed è logico che le comunità esercitassero forti influenze sulle idee e sugli atteggiamenti dei loro vicini nomadi. E con quali delle tante genti turche questa Diaspora ebbe contatti più duraturi o più efficaci?

Non si può, se non come primo passo, che tornare alla Torà e leggere qualcosa sull'origine dei popoli. E al Cap. X della Genesi (Berešit in ebraico) ci imbattiamo nei discendenti di Noè e come questi si erano sparsi su tutta la Terra: “1. E queste sono le generazioni dei figli di Noè: Sem, Ham e Jafeth ai quali erano nati dei figli dopo il Diluvio. 2. I figli di Jafeth: Gomer e Magog e Madai e Javan e Tubal e Mešekh e Tiras. 3. E i figli di Gomer: Aškenaz e Rifath e Togarmah. 4. E i figli di Javan: Eliša e Taršiš, Kittim e Dodanim. 5. Presso di loro c'erano le isole dei Gentili...” L'enumerazione dei discendenti di questi personaggi biblici continua poi per capitoli con tantissimi nomi i cui epigoni avrebbero popolato la Terra.

A parte il taglio leggendario non troppo affidabile dal punto di vista storico della tradizione biblica, è difficile riconoscere o ricostruire una genealogia che colleghi Noè coi turchi Càzari. Se, ad esempio, Javan può indicare l' eponimo dei greci della costa anatolica o Ioni come pure Mešekh della gente caucasica dei Moskhi noti a Erodoto o dei Maskuti delle Cronache armene o ancora Kittim che sarebbero gli Ittiti... i Càzari dove sono?

Abulghazi Bahadur, khan di Khivà nel XIX sec. d.C., sentendosi erede della tradizione biblica di cui sopra, elencava la sua ascendenza da Noè includendovi i Càzari: Jafeth aveva avuto ben 8 figli (e non solo quelli biblici) con nome Türk, Čin, Khazar, Saklab, Rus, Ming, Gumari e Khalaj (letto Jaraj o Taraj: le ricopiature del testo originale hanno apportato errori di lettura e ipercorrezioni che ricordano comunque personaggi persiani del Libro di Ester, Tereš e sua moglie Zereš). Dopodiché si era stabilito in una regione chiamata Selenkej e qui aveva inventato la tenda cilindro-conica dei Turchi (che noi oggi, notiamolo, chiamiamo jurta, ma che propriamente si chiama ger). Il khan affermava persino di essersi basato su antichissimi documenti circolanti nelle steppe e con sicumera identificava nei primi sei nomi rispettivamente i Turchi, i Cinesi, i Càzari, gli Slavi, i Russi e i Ming. Gumari poi sarebbe il Gomer biblico o, tutt'al più, rammenterebbe il Bosforo dei Cimmeri sul Mare d'Azov!

Lasciamo allora la parola al kaghan Giuseppe (sec. X d.C.) che nella risposta a Hasdai ben Shaprut, documento di cui abbiamo già parlato, scrive: “Tu mi chiedi nella tua lettera: Da quale popolo, da quale stirpe e da quale etnia provieni? Ti faccio sapere in questa mia che io provengo dai figli di Jafeth, dai discendenti di Togarmah. Così ho trovato scritto nelle genealogie dei miei padri: A Togarmah nacquero 10 figli e questi sono i loro nomi: Il più vecchio si chiamava Ujur, il secondo Tauris, il terzo Avaz, il quarto Ugur, il quinto Bizal, il sesto Tarna, il settimo Khazar, l'ottavo Jamur, il nono Bulgar il decimo Savir. Io discendo dal settimo, Khazar.”

A ben guardare sono poche le immediate corrispondenze fra la genealogia di Abulghazi Bahadur e del kaghan Giuseppe con le altre trascritte da autori del XIII sec. d.C. quali l'autorevole Rašid-ed-Din Tabibi (di ascendenza ebrea) o al-Juweini sempre per i Turchi e tuttavia, seguendo le ricerche di H. Vambéry (XIX sec. d.C.), si può dire che questi alberi genealogici (šecere in turco, šagiarat in arabo) rispecchiavano tradizioni orali effettivamente antiche e raccolte nelle steppe e che, piene di favole e di fantasie del meraviglioso, davano cionondimeno una logica mitica alla parentela delle genti turche col resto dell'umanità e, quel che più conta per noi, includevano Càzari e Bulgari !

Anche il Centro Asia però fa parte del mondo steppico e così nell'epopea nazionale dei persiani zoroastriani, lo Šahname (Nomi dei Re, poema persiano del X sec. d.C.), l'autore Firdausi chiama la sua patria il paese degli Arya ossia dei nobili agricoltori , Iran, e la contrappone al paese dei nomadi pastori considerati in certo qual modo selvaggi e inferiori, Turan. Il poeta scrive come gli Arya cercassero di civilizzare Turan e come gli eroi del poema temessero le loro temibili incursioni dalla steppa. E neppure qui ci sono i Càzari...

Forse rivolgendoci agli annalisti armeni che scrivono della storia del Caucaso e cercando meglio nei loro lavori potremmo trovare qualche menzione dei Càzari? E infatti nella Geografia di Mosè di Corene (V sec. d.C.) compaiono i Khazirk (insieme con i Savirk) e nella Storia dell'Agvania (l' Albania nelle fonti romane situata nel nord del Caucaso) di Mosè Kalankatvatsi (pure del V sec. d.C.) si parla di un assalto di Càzari nel 450 d.C., ma non c'è molto altro.

D'altronde si tratta di capire che cosa s'intenda, oggi e ieri, per etnia o stirpe e se i Càzari (e i Bulgari) ne costituiscano una a sé e inoltre se facciano parte di un progetto di colonizzazione di terre nuove in Occidente. Se così fosse, chi e in quale momento storico riesce a aggregare un gruppo di persone intorno a sé e con loro sceglie un piano di cose e di interessi comuni da realizzare, staccandosi dalle tradizioni e dai confini dove finora ci si è mossi? E' chiaro che chiunque s'incontri o si scontri col nuovo gruppo, gli attribuirà un nome distintivo, un soprannome, nel nostro caso khazar, e, quando ciò avviene, ecco etichettata la nuova etnia.

E' sicuro che khazar avesse un significato speciale derivato da qualche espressione turca, ma è un'impresa impossibile risalire oggi alla sua etimologia perché è passato troppo tempo e gli studi sul turco e sulle lingue uralo-altaiche sono ancora giovani per cui non val la pena specularci su.

Intanto dalle fonti apprendiamo che con lo sfascio dell' Impero Unno si costituirono diverse entità etniche in Asia Centrale e che nel 551 d.C. molte di esse furono conglobate nel nome generico di Turchi o Türk (plur. Türkut ?) in un loro grande kaghanato (dal nostro punto di vista un embrione di stato organizzato e quindi meglio chiamarlo una lega di clan). Questo kaghanato esercitava un'influenza militare e politica dalle rive orientali del Caspio fin nella lontana Cina e dopo una (più o meno) lunga durata si spaccò in due altre entità il kaghanato dei Türk Orientali e quello dei Türk Occidentali.

Poi un bel giorno, una nuova lega di clan all'interno dei detti kaghanati, capeggiata da Cazari (Khazar) e Bulgari (B'lgar), decidono di affrontare l'avventura dell'Occidente e si immergono nell'ignoto di un cammino difficile e faticoso che durerà anni, se non generazioni, lungo la famosa e antica Strada della Steppa eurasiatica o, come la chiamavano essi stessi, la Cintura della Terra...

Lunga ca. 15 mila km questa strada univa un estremo con l'altro della steppa stessa, dal Pacifico al Danubio. Attraversava praterie semiaride e deserti, come quello terribile del Gobi passando per la Mongolia, costeggiava il Lago Baikal, passava a nord o a sud del Mare di Aral, qui incontrando ancora un paio di deserti, e finalmente superato il fiume Ural arrivava nel sud della Pianura Russa. Non solo! Dopo il Mare d'Aral l'itinerario, convenzionalmente più noto come Via della Seta settentrionale, diventava assai impervio giacché c'era da superare il Deserto delle Sabbie Nere e le micidiali paludi del basso Volga poco a nord del Caspio prima di svoltare ancora verso sud. A questo punto è facile avvistare la meta ultima del lungo viaggio: Càzari e i Bulgari sono diretti verso la favoleggiata capitale dell'Impero Romano d'Oriente, Roma , corrotta nelle lingue locali in Rum, Hrim, Frum o Fu-lin!

Purtroppo non erano le uniche ondate di migranti a aver scelto questa meta in quegli anni e perciò possiamo immaginare come i movimenti di genti nelle steppe non appena giungevano alle orecchie della diplomazia bizantina la mettessero di solito in grande allarme. Che ci venivano a fare? Come erano armati? Quanti erano? Come deviarli o come fermarli? Sulla base di interrogatori dei prigionieri di guerra o di mercanti ben informati si tentava di risolvere le questioni, a volte accettando certe favole davvero irreali costruite per compiacere. A volte i prigionieri o i mercanti erano spie mandate a saggiare il terreno...

[...]

Excerpt out of 70 pages

Details

Title
Gli Iperborei Ebrei
Subtitle
Plaidoyer per i Cazari, popolo dimenticato
Grade
7
Author
Year
2014
Pages
70
Catalog Number
V269409
ISBN (eBook)
9783656606031
ISBN (Book)
9783656606048
File size
5694 KB
Language
Italian
Notes
Questo lavoro è partito da un approfondimento dei miei studi sul Medioevo Russo con i nuovi risultati archeologici e documentari degli ultimi anni. I Càzari continuano a apparire poco nella storia d'Europa sebbene poi abbiamo avuto una grande importanza storica per l'evoluzione di alcuni aspetti, anche culturali, del nostro modo europeo di vedere il resto del mondo. E' una storia su un popolo turco e quindi va dedicato a quella parte del nostro continente. E' il mio 30mo lavoro sulla storia medievale russa.
Tags
cazari, medioevo russo, ebraismo, turchi, la steppa, Kiev, Volga, Caucaso, Mar Caspio, Costantinopoli
Quote paper
Historiker des russischen Mittelalters Aldo C. Marturano (Author), 2014, Gli Iperborei Ebrei, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/269409

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