Il magister officiorum e le altre dignitates nell'amministrazione del tardo impero romano


Diploma Thesis, 2003

115 Pages, Grade: B


Excerpt

INTRODUZIONE

Molto spesso si dice che il diritto romano sia un lontano antenato dei nostri attuali vigenti codici, ma il diritto romano e tutta la sua cultura non sono soltanto antenati della nostra moderna legislazione, essi sono le vere colonne dell'odierna cultura giuridica. Credere questo è lecito ma non basta infatti "unusquisque mavult credere quam iudicare” (ognuno preferisce credere che giudicare)[1] non è sufficiente credere ma bisogna avere la responsabilità di un giudizio.

È questo lo scopo da me prefisso nelle pagine che seguiranno, cercare di analizzare i confusi avvenimenti di uno dei periodi più interessanti della storia romana e cioè il tardo impero in particolar modo con lo sguardo rivolto a quella che fu la figura più rilevante in questo periodo: Costantino il grande(312-337). Costantino non fu semplicemente un imperatore del tardo impero romano egli rappresenta nella storia una vera e propria boa da circumnavigare sapendo bene che una volta oltre passata non si sarebbe più potuto tornare indietro. Egli segnò una dicotomia assoluta tra ciò che fu l'età classica romana, l'età dei latini e di Roma e ciò che diventerà l'età bizantina. Costantino non solo decise di trasferire la capitale del mitico impero a Costantinopoli, quasi abbandonando la Roma imperiale che era stata madre del successo della cultura latina nell’allora mondo conosciuto, ma si spinse ben oltre creando, legiferando, riformando, convertendo; alla fine di questa immensa opera di ristrutturazione si avrà un impero nuovo. Le sue effigie rimasero quelle romane ma la sostanza era ormai ben distante dall'originale.

Fondamentale fu la conversione al cristianesimo di Costantino, infatti fino ad allora la religione dello Stato era quella pagana, egli non solo si convertì al cristianesimo, ma fece diventare tale religione cultura di Stato e quasi per una regola del contrappasso la cultura pagana venne semplicemente tollerata.

Fu questo il quadro storico in cui nacquero alcune nuove figure amministrative create in parte proprio da Costantino, il quale nella sua riforma amministrativa continuò l'opera iniziata da Diocleziano. Infatti Costantino se per quanto riguarda la religione di Stato e la struttura costituzionale dello stesso con la sua monarchia teocratica, fu in completa antitesi con la figura di Diocleziano e la sua struttura costituzionale, una tetrarchia, cioè una struttura governata da due augusti e due cesari, per quanto riguarda l’aspetto amministrativo fu più vicino di quanto si potesse prevedere.

Una delle figure più rilevanti create nell'amministrazione da Costantino fu la figura del magister officiorum, la stessa traduzione in italiano ci aiuta a comprendere il significato e lo scopo di tale alto funzionario. Esso infatti inizialmente era soltanto il responsabile degli scrinia ma nel tempo arrivò ai vertici del potere imperiale entrando a far parte dei ministri del concistoro. Il concistoro era infatti un organo che serviva da ausilio all'imperatore per le sue più importanti scelte in tutti i campi politici. Non fu comunque soltanto l'epoca del magister officiorum, l'amministrazione poté contare su molte nuove figure, mentre alcuni potenti funzionari classici come il prefetto del pretorio proprio ad opera degli imperatori del tardo impero perse i suoi grandi poteri che l'avevano contraddistinto in epoca classica. Il prefetto del pretorio inizialmente aveva massimi poteri sia nel campo civile che militare successivamente una parte dei suoi poteri gli fu decurtata allo scopo di indebolire la sua figura sempre più presente nella corte imperiale. Infatti è questa l'epoca in cui gli imperatori, non soltanto Costantino, ma anche i suoi successori cercarono, finché si poté, di ricreare una monarchia solida. Costantino durante il periodo del suo impero in parte vi riuscì, la sua riforma non solo amministrativa ma anche economica con l'abolizione della moneta fiduciaria e il ritorno alla moneta di valore, cioè l’oro, rinpinguò le casse imperiali dando nuovo vigore al potere assoluto centrale. I suoi successori non ebbero le sue stesse qualità e ben presto l'impero si trasformò in tanti piccoli focolai di poteri feudali. Ma ciò che più è lampante in questo periodo sono le grandi iniquità e disparità di classe che ogni giorno si realizzavano. Le classi privilegiate erano cristallizzate e pronte a combattere perché nessuno potesse togliere loro ciò che avevano conquistato con ruberie e nepotisimo. I valori morali si andarono sempre più dissolvendo e molto spesso la situazione di caos in cui viveva l'impero non fu risolta cercando di combattere là dove vi era la sostanza del problema, ma in qualche maniera giustificando l'ingiustificabile, legalizzando ciò che era illecito.

L'unico dato positivo di questo periodo è ancora una volta da riportare nell'opera riformatrice di Costantino: fu la messa al bando della schiavitù ormai stridente con i principi morali del cristianesimo.

Il tardo impero romano fu un'epoca di trapasso tra l'età classica e il Medio Evo, ma l’idea di impero e di potere rimase nei tempi indissolubilmente legata a Roma e alla sua storia tanto che i futuri monarchi dell'epoca medioevale, e più tardi rinascimentale, dovettero ricorrere più volte all’idea di Roma e alla struttura geografica del impero romano per giustificare il loro potere.

PRIMO CAPITOLO

IL TARDO IMPERO ROMANO.

1.1 Diocleziano e Costantino tra tetrarchia e monarchia assoluta.

Diocleziano(284-305 d.C.) e Costantino(312-337 d.C.) furono due figure molto importanti del tardo impero romano, determinarono le più rilevanti riforme e segnarono i più evidenti cambiamenti nella storia dell'impero.

Le riforme furono la risposta da loro pensata per imbrigliare le forze centrifughe che minavano l’impero, attacchi dall'esterno da parte dei barbari,[2] attacchi dall'interno da parte degli stessi funzionari dell'impero che cercavano di crearsi proprie nicchie di potere eversive nei confronti del nucleo centrale. Questi cambiamenti si sublimarono con Diocleziano in una monarchia tetrarchica mentre con Costantino in una monarchia assoluta teocratica e in un importante riforma amministrativa. Le due strutture furono molto diverse tra loro, così come le personalità dei due imperatori che le idearono; ma ciò non può distoglierci dalla possibilità di poter scorgere un'ipotetica quanto sottile linea di congiunzione tra i due imperi,[3] almeno per quanto riguarda le riforme dell'amministrazione e dell'esercito, per tutto il resto essi sono in completa antitesi: nella concezione del potere imperiale, nei rapporti tra Stato e Chiesa e quindi in generale rispetto ai valori tradizionali dell'età classica.

A Diocleziano si deve la prima riforma organica della costituzione e dell'ordinamento amministrativo e militare dell'impero. Lo Stato era caduto in una profonda crisi e persisteva in questa situazione da molto tempo, fu così nuovamente unificato eliminando gli usurpatori in Bretagna e in Egitto, fu protetto dagli attacchi dei barbari, perciò l'impero sembrò ristrutturato.

Tutte queste riforme furono possibili mediante un sistema di governo, che fu battezzato dagli autori moderni tetrachia e consisteva nell'affidare a quattro reggenti, due Augusti e due Cesari, il potere sovrano.[4] Questa struttura fu già utilizzata da precedenti imperatori, a cominciare dallo stesso Augusto, tutti accomunati dalla preoccupazione di creare le premesse politiche e costituzionali per la loro successione.

Il regno di Diocleziano fu Il più illustre di quello di qualsiasi suo predecessore, così come la sua nascita fu ignobile ed oscura.

I genitori di Diocleziano erano stati schiavi della casa di Anullio, senatore romano, infatti lo stesso nome di Diocleziano proveniva da una piccola città donde sua madre era originaria;[5] è probabile che il padre abbia ottenuto la libertà della famiglia e che acquistò l'ufficio di scrivano. L'ambizione di Diocleziano lo spinse a seguire la carriera delle armi, infatti diventato adulto ottenne il governo della Mesia e fu promosso al comando delle guardie palatine. Egli fece conoscere le sue doti nella guerra persiana e dopo la morte di Numeriano, per riconoscimento e giudizio dei suoi rivali, fu reputato il più degno del trono imperiale.[6] Alla morte di Numeriano, suo fratello Carino ambiva anche egli al trono e perciò si scontrò con Diocleziano riconosciuto imperatore dal grande consiglio di guerra, Carino fu sconfitto nel 284.[7] Solo nel 286 Diocleziano elevò Massimiliano al rango di Augusto. Si ebbe quindi una coppia di imperatori che governarono fino al 293. Nello stesso anno Diocleziano fece nominare al collega Massimiliano Costanzo come Cesare, egli invece nominò Cesare Galerio. In questo modo dopo alcuni anni si giunse all'aspetto definitivo della monarchia Dioclezianea, che aveva due Augusti e due Cesari, ciascuno dei quali collegato con uno degli Augusto. Tale disegno fu maturato solo dopo vari anni di regno, e per maggior sicurezza i due cesari, per mezzo di matrimoni dinastici, furono chiamati a far parte della gens Valeria.

I fondamenti costituzionali della nuova forma di Stato sono, la sopravvivenza dei poteri e dei titoli tradizionali ereditati dal periodo precedente. Ma ciò che risultava fortemente accentuato è l'elemento religioso, infatti i due Augusti avevano l’appellativo di Iovinus ed Herculius. Tali appellativi si ricollegano al culto di Giove e di Ercole, a riprova di tutto ciò vi sono le monete di Diocleziano e di Massimiliano su cui entrambi appaiono.[8]

Il valore e il vero scopo di tali appellativi è quello di riconoscere un fondamento divino della monarchia, gli imperatori hanno perciò qualità divine. Sulla base di tali fatti, la maggior parte degli storici ritiene che Diocleziano sia il fondatore della monarchia assoluta, in quanto giustificazione e legittimità del potere non risiedono nella nomina da parte del senato, ma in una investitura divina.

La definizione del potere dei tetrarchi non è facile, sicuramente i due Augusti erano di rango più elevato dei due Cesari ma non si è certi se il potere fosse collegiale o se esso fosse diviso solo tra i due Augusti. Dubbi non vi sono solo per quanto riguarda la divisione del potere tra augusti e cesari ma incertezze esistono anche per quanto riguarda la gradualità del potere imperiale tra i due stessi augusti. Infatti questo è testimoniato dal fatto che Diocleziano era più anziano per dies imperii ed inoltre egli è Iovinus mentre Massimiliano è Herculius, questi diversi appellativi sottolineano anche la diversità di grado fra i due augusti[9] ; sembrerebbe infatti che Diocleziano sia l’autore principale delle decisioni, mentre Massimiliano sembrerebbe essere un semplice esecutore, perciò il potere legislativo appare esercitato in comune, ma con preminenza di Diocleziano rispetto all'altro imperatore. Tutto sembrerebbe far convogliare nel ritenere che ci sia una posizione di preminenza di Diocleziano sul potere imperiale ma manca una prova certa riguardo a ciò.

Sicuramente non c'è dubbio riguardo la posizione dei cesari: essi furono subordinati agli augusti e se vi fu veramente collegialità nel potere, si trattò di collegialità dispari. L’impero fu così diviso in quattro parti; l'oriente e l'Italia erano le posizioni più onorevoli e furono sotto il comando degli augusti, mentre il Danubio e il Reno, che erano le più laboriose, erano perciò sotto il governo dei cesari.[10] Questa difficile equazione della struttura dell'impero, non si potè risolvere certamente, ritenendo che l'impero fosse diviso, infatti l'idea unitaria nella concezione di Diocleziano fu fondamentale. Nonostante tutto ciò, l'unità politica del mondo romano fu a poco a poco spezzata, e nel corso di pochi anni causò la definitiva separazione fra l'impero d'Oriente e quello d’Occidente.[11]

Altra fondamentale caratteristica della politica Dioclezianea fu un iniziale tolleranza in campo religioso. Egli cercò di restaurare il culto delle divinità pagane, visti come tutori della propria monarchia e ciò è tipico di una struttura tendenzialmente conservatrice. Inizialmente perciò i cristiani esercitavano il loro culto pubblicamente ed ostentavano una certa tranquillità, tanto che vari cristiani servivano addirittura nell'esercito. E successivamente Diocleziano, anche spinto dall'influenza del suo Cesare Galerio, acceso e fervente pagano, iniziò una politica di restaurazione dell'antica fede pagana a discapito dei cristiani. Si cominciò così nel 303 bruciando i libri e le scritture sacre e del culto cristiano, poi si cominciò anche a perseguitare i massimi esponenti della comunità cristiana per poi finire nel 304 a una persecuzione estesa a tutti i cristiani.[12]

Un altro punto distintivo della politica Dioclezianea fu in materia di riforma amministrativa, l'idea fondamentale di questo progetto di riforma sembrò essere quella di evitare concentrazioni di potere troppo forti in un singolo ufficio. In questo senso stanno le nuove suddivisioni in province, che furono frazionate, raddoppiate di numero e comprese di più ampie diocesi; diventò più rigorosa la distinzione tra potere civile e potere militare e furono trasformati in organi stabili i vicari, i prefetti del pretorio videro man mano indebolita la loro posizione politica e si indebolì visibilmente anche il potere del consiglio imperiale.[13]

La difesa dell'unità, dell'impero, della romanità, del diritto e della religione sono chiari sintomi che evidenziarono, che nella politica di Diocleziano, erano ancora forti e vivi gli elementi nazionali romani.

Diocleziano perciò fu un uomo risoluto e energico ed ebbe senza dubbio il merito, nei suoi ventuno anni di regno, di aver risistemato l'unità dell'impero e il suo ordinamento giuridico e politico, ed infine di aver superato la crisi che avrebbe potuto essere mortale per l’ impero romano.

Il regno di Diocleziano durò circa 21 anni a conclusione dei quali il monarca prese la memorabile decisione di abdicare,[14] seguirono così vent'anni di lotte e disordini ed infatti si contarono in questo periodo addirittura sei augusti. La conclusione di questo ventennio di disordini avvenne con l'arrivo al potere imperiale di Costantino, che intorno altre 320 d.C. divenne l'unico signore dell'impero[15].

La costituzione romana sotto Costantino divenne decisamente monarchica ed è importante subito rilevare che, se Costantino nell'ambito delle riforme amministrative e dell'esercito continuò l'opera di Diocleziano, ciò non è vero per quanto riguarda la concezione dell'impero e rapporti con la Chiesa. Costantino perciò per quanto riguarda i valori costituzionali dell'età classica fu in antitesi con il suo predecessore, infatti ad opera di Costantino si ebbe la conversione della struttura imperiale da anticristiana a una struttura dove la cristianità fu elemento dello stato imperiale.[16] Il trionfo di una nuova religione non distrusse l'antica concezione pagana del potere imperiale come espressione del favore degli dei, ma modificò il termine di essa e fece dell'imperatore una sorta di rappresentante sulla terra del Dio cristiano. A questo punto si può comprendere che se questa era l'espressione profonda della monarchia di Costantino, si può anche comprendere bene come tutto il potere dovesse concentrarsi nelle mani di un solo uomo, si ebbe perciò una perfetta commistione tra politica e religione.[17]

Non vi fu dubbio che i cristiani, in questo periodo, costituivano una minoranza della popolazione dell'impero e che la maggior parte delle classi elevate dei funzionari e dell'esercito era pagana. Un così stretto rapporto tra chiesa e stato fu una grandissima vittoria del cristianesimo,[18] che ebbe una grande rilevanza per gli sviluppi futuri delle relazioni tra queste due entità: impero e chiesa, ciascuna delle quali per propria natura aspirava all'universalità del potere e proprio questa commistione tra potere temporale e potere reale rendeva stabile il potere di Costantino. In primo luogo va ricordato l’editto di Milano, che riconobbe il cristianesimo e perciò l’ammise, decretando la fine di qualsiasi restrizione alla professione di questa fede. Tale editto si può perciò considerare la carta della libertà religiosa, con esso infatti il cristianesimo fu posto al pari di tutte le altre professioni.[19] Tale situazione si evolse, perché la politica religiosa di Costantino fu decisamente volta ad assicurare un ruolo di primo piano, se non di esclusività, al culto cristiano. I culti pagani non furono vietati, ma incominciarono le prime interdizioni, come ad esempio praticare sacrifici pagani nelle case private. Pur rimanendo i segni di una certa cultura pagana, come le monete con simboli pagani, durante il regno di Costantino ci fu un'operazione legislativa volta ad invitare i sudditi ad abbracciare la nuova fede;[20] nel 313 d.C. Costantino dispensò il clero dai munera municipali, nel 321 d.C. la Chiesa cattolica fu la sola autorizzata a ricevere donazioni e nel 318 d.C. fu introdotta la giurisdizione episcopale.[21] Inversamente proporzionale a quello che accadeva per il culto cristiano, per la tradizione pagana non fu dissimulato l'aperto sfavore. Alcuni templi furono demoliti, la superstitio venne combattuta, e perciò dall’insieme di questi dati, non vi è dubbio che la religione cristiana fu quella ufficialmente riconosciute e favorita, mentre le altre regioni furono semplicemente tollerate.

Costantino non realizzò solo una libertà di professione per il culto cristiano, ma il suo progetto andava ben oltre, egli infatti sempre più spesso intervenne nelle questioni interne della Chiesa e vi fu, conseguentemente, una totale subordinazione di essa al potere politico. Ciò è comprovato dal fatto che sempre più spesso i concili furono convocati dall’imperatore, che egli vi prendesse parte e li presiedesse, perciò sembra che la Chiesa riconosceva nell'imperatore se non il suo capo supremo, per lo meno una sorta di alto tutore.[22]

Che Costantino fosse un innovatore, si evince da tutto il suo progetto di riforma ma la sua legislazione ne è una maggiore testimonianza; la sostanza di essa presenta caratteri contraddittori, tipico della personalità del loro autore e delle contraddizioni del suo tempo.[23] Vengono repressi gli abusi della patria podestas con la terribile poena cullei, cioè la pena prevedeva che il condannato fosse chiuso vivo nel sacco con dei serpenti e gettato nell'acqua.[24] Furono inasprite le pene per tutte i reati sessuali e trasformato il ratto in un gravissimo crimine punito con la morte del rapitore e della donna se consenziente,[25] il concubinato venne vietato e i figli legittimi condannati a uno stato di inferiorità, rendendo possibile solo la legittimatio per la subsequens matrimonium.[26]

Nel insieme la legislazione fu severa determinando un imbarbarimento del sistema, qualche scrittore esprime meraviglia per l'impronta ellenistica della legislazione di un imperatore di origine occidentale, che parlava il latino ed aveva scarsa conoscenza del greco; si pensi all'influenza dei suoi consiglieri come Ermogene, questor sacri palatii nel 330 d.C..[27] Sembra che la vera ragione possa risiedere nella visione generale dei problemi dell'impero, che spingevano Costantino ad uscire dalla zona dell'Occidente influenzato dai principi strettamente romano- tradizionali.

I caratteri fondamentali di questa legislazione ci spiegano gli elementi fondamentali della monarchia assoluta Costantiniana. Costantino sviluppò una politica di ampie riforme, anche nel campo dell'amministrazione dell'impero, della finanza, dell'esercito e dell'ordinamento sociale ed economico. Costantino fu il continuatore dell'opera di riforma di Diocleziano, mutando alcuni punti del progetto del suo predecessore, consegnò all'impero quelle istituzioni che rimasero immutate è lo ressero per parecchi secoli. Anche se Costantino proseguì l'opera di Diocleziano, introdussse soluzioni nuove e molto diverse da quelle precedenti. I tratti comuni sono la suddivisione territoriale dell'impero in grandi distretti o diocesi, comprendenti più province, la separazione delle funzioni civili da quelle militari, la creazione di una gerarchia burocratica molto complessa, la fine della distinzione tra aristocrazia senatoria ed equestre.[28]

Tratti diversi di non poca importanza si possono rilevare soprattutto con il nuovo ordinamento della prefettura del pretorio, assolutamente caratteristico dell’amministrazione sotto Costantino, infatti Diocleziano, pure riformando tale figura, non era giunto a concepire la prefettura del pretorio come l'organo da adibire a questa funzione di governo territoriale n’è l'aveva separata dalle funzioni militari.[29] A Costantino si doveva anche un completo riordinamento degli uffici della corte e del governo centrale.

Venne istituito il questor sacri palatii, con funzioni direttive nel campo della legislazione e d'amministrazione. Furono riordinati gli scrinia, la precedente segreteria imperiale ed i magister scrignorum.

Alla testa della guardia imperiale fu posto, in luogo del prefetto, un magister officiorum, che era anche capo della cancelleria e in tale veste ebbe poteri di controllo molto vasti sull'intera amministrazione ed anche su quella affidata ai prefetti.[30]

Del governo centrale facevano parte altri due ministri per le materie finanziarie, e il comes sacrarum largitiorum ed il comes rei private, che sovraintendevano rispettivamente alla finanza pubblica ed ai beni della corona. I ministri e gli alti funzionari, sopra ricordati, facevano parte stabilmente del costistorum sacrum, che fu la nuova denominazione del consiglio del principe.[31] Riguardo le carriere tradizionali, cioè quella equestre e quella senatoria, tale distinzione fu totalmente abolita ed i maggiori funzionari venivano nominati dall'imperatore qualunque fosse la loro origine.

Nell'ordinamento militare l'impronta di Costantino fu profonda. Il comando supremo fu dato a due magister militum, quello peditum e quello equitum, così l'unità del comando si realizzò soltanto nell'imperatore. Comandanti di grado elevato furono anche i duces ed i comites, che ebbero alle loro dipendenze le truppe di intere regioni. La struttura organica dell'esercito fu a sua volta profondamente modificata, l'innovazione più importante fu quella di accrescere gli effettivi dell’armata di campagna, a spese di quella di frontiera, cioè i limitanei. Per questo motivo, si accentuò quella tendenza a trasformare gli organici creando corpi indipendenti di cavalleria.[32] Infine con Costantino venne incoraggiata la tendenza a far entrare nell'esercito soldati di origine germanica e per conseguenza ad attribuire anche ad essi gradi elevati e perfino di generali. Questo fenomeno si chiamò imbarbarimento dell'esercito e sembra che in qualche modo influì sulla caduta dell'impero.[33]

Per quanto riguarda il sistema fiscale Costantino dovette escogitare un programma che tenesse conto del grande peso della burocrazia e dell'esercito, infatti egli consolidò il regime fiscale dell'imposta fondiaria ed istituì un ulteriore imposta sulla proprietà, la cosiddetta follis senatoria.[34]

L'ordinamento amministrativo, quello militare e quello fiscale erano tratti caratteristici e necessari della monarchia assoluta con fondamento teocratico.

Punto più debole nella monarchia di Costantino fu la successione, ad essa infatti non fu dato un ordine stabile ed organico. La logica della monarchia assoluta avrebbe richiesto la successione ereditaria del primogenito, Costantino si ispirò invece al principio dinastico, e concepì piuttosto la successione dell'impero come eredità di diritto privato dello Stato romano con un patrimonio da dividere tra vari eredi. Perciò tutti i figli di Costantino furono designati per la successione, ciò fu motivo, successivamente, per un'aspra lotta tra i vari eredi per la successione al trono.[35]

Concludendo Costantino è l'autentico e definitivo fondatore della monarchia assoluta su base teocratica; mentre Diocleziano aveva tentato di resistere al fatto storico della superiorità dell'oriente, combattendo il cristianesimo e le tendenze ellenistiche nel diritto e nella pratica del governo, Costantino lo accetta, lo fa proprio, ne diviene interprete ed assertore, sebbene la sua formazione culturale fosse occidentale e latina.[36]

Egli perciò ha posto le basi della divisione dell'impero e l'opera di Costantino è indissolubilmente legata a due grandi avvenimenti storici: la vittoria del cristianesimo e la crisi dell'impero; la sua opera perciò sarà sempre condannata o esaltata secondo da che lato la si giudichi.

1.2 L’ economia all’età di Costantino.

L'economia del tardo impero romano fu un'economia statica e anche nei periodi di maggiore splendore si rivelarono comunque forme di produzione e di scambio proprie dell'economia domestica.

L'economia romana del quarto secolo sembra si sia andata evolvendo verso forme di economia naturale quasi enunciative della nuova era storica " il Medioevo ",[37] questa affermazione non è del tutto vera e sembra trovare scarsa giustificazione nel fatto che durante questo periodo ci sia stato un impoverimento generale del commercio e degli scambi monetari. In realtà l'economia naturale, cioè i pagamenti in natura, è stata una forma di pagamento propria della sfera pubblica ( esercito e burocrazia), mentre l'economia monetaria aveva continuato ad esistere nei rapporti privati.[38] In realtà, proprio il quarto secolo fu un'epoca di restaurazione del sistema monetario e la richiesta di pagamenti in natura da parte dei funzionari, più che essere una necessità era una tradizione, ciò non era vero, proprio un secolo prima l'economia romana navigava in una grave crisi della moneta; non a caso Costantino introdusse innovazioni e cambiamenti in questo periodo proprio per far risollevare l'economia romana da tale crisi.[39]

Il fatto che l'economia romana del tardo impero fosse un'economia domestica non derivò solo da cause intrinseche al sistema economico, ma anche dall’ordinamento sociale e giuridico, che ad esso corrispondeva. Le case dei signori romani, in particolare nell'età della formazione della proprietà latifondistica, avevano come base economica, la grande proprietà agraria, sfruttata con il lavoro degli schiavi.[40] In queste tenute, in maniera del tutto autarchica, si produceva quanto occorreva per la casa e per le numerose famiglie di schiavi che in essa lavoravano. Ciò era una delle spiegazioni per cui l'economia romana rimase in una patologica fase adolescenziale: mancarono alla sua crescita un adeguato apparato industriale, invenzioni tecniche, capitali investiti, determinando una assoluta inferiorità dell'industria rispetto all'agricoltura.[41]

Altro motivo che spezzò le ipotetiche ali di una già pesante economia fu la povertà generale del mercato di consumo, cioè l'esistenza di una popolazione servile o anche libera, in condizioni uguali o peggiori di quelle degli schiavi. La struttura dunque era immobile e statica, mentre variabili erano il fattore monetario e le forze di lavoro; ed è proprio su queste variabili che Costantino, nel III secolo, lavorò per ripristinare un equilibrio. Questo equilibrio fu raggiunto ma a scapito della già precaria libertà delle forze di lavoro.[42]

[...]


[1] SENECA , De vita beata, I, 4.

[2] E. GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, trad. it. di G. Frizzi, Torino 1987, p. 341.

[3] F. DE MARTINO, Storia della costituzione romana, Napoli 1975, p. 111.

[4] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 74.

[5] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 318.

[6] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 318.

[7] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 74.

[8] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 321.

[9] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 86.

[10] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 347.

[11] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 347.

[12] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 98.

[13] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 346.

[14] GIBBON, Storia della decadenza e cadute dell'impero, cit., p. 347.

[15] DE MARTINO, storia della costruzione romana, cit., P. 110.

[16] A. H. M. JONES, Il tardo impero romano 284-602 d.C., trad. it. E. Petretti, Milano 1973, p. 130.

[17] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 112.

[18] A. H. M. JONES, Church Finance in the Fifth and Sixth Centuries, in «Journal of Theeological Studies», 1960, p.84-94.

[19] JONES, Il tardo impero romano 284- 602 d.C., cit., vol. I, p. 93.

[20] A. SAITTA, 2000 anni di storia dall'impero di Roma a Bisanzio, Roma 1979 , vol. II, p. 32.

[21] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 121.

[22] JONES, Church Finance in the Fifth and Sixth Centuries, cit., p. 84-94.

[23] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., P. 128.

[24] CODICE TEODOSIANO, IX, 3, 1 S. 320-326.

[25] CODICE TEODOSIANO, IX, 24, 1 del 326.

[26] CODICE TEODOSIANO, IV, 6, 2 s.

[27] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 129.

[28] SAITTA, 2000 anni di storia dall'impero di Roma a Bisanzio, vol. II, cit., p. 6.

[29] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, vol. I, cit., p.540.

[30] JONES, Il tardo impero romano 284-602 d.C., vol. I, cit., p. 139

[31] GIARDINA, Storia della costituzione romana, cit., p. 131.

[32] G. ROUILLARD, L’ administration civile de l’Egypte byzantine, II ed., Parigi 1928.

[33] JONES, Il tardo impero romano 284- 602 d.C., cit., p. 139.

[34] SAITTA, 2000 anni di storia dall'impero di Roma a Bisanzio, cit., p. 25.

[35] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 134.

[36] GIBBON, Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, cit., p. 569.

[37] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 140

[38] JONES, Il tardo impero romano 284- 602 d.C., cit., p. 147.

[39] G OSTROGORSKY, Storia dell’ impero bizantino, trad. it. di P. Leone, Torino 1968, p. 26.

[40] DE MARTINO, Storia della costituzione romana, cit., p. 140.

[41] MANGO, La civiltà bizantina, cit., p. 38.

[42] SAITTA, 2000 anni di storia cristiani e barbari, cit., vol. I, p. 15.

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Details

Title
Il magister officiorum e le altre dignitates nell'amministrazione del tardo impero romano
Grade
B
Author
Year
2003
Pages
115
Catalog Number
V377054
ISBN (eBook)
9783668545335
ISBN (Book)
9783668545342
File size
758 KB
Language
Italian
Quote paper
Giovanni Piepoli (Author), 2003, Il magister officiorum e le altre dignitates nell'amministrazione del tardo impero romano, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/377054

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