La teoria della lingua in atto versus la pragmatica funzionale: un confronto


Term Paper, 2005
86 Pages, Grade: 1,0

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Indice

1 Introduzione

2 La Pragmatica funzionale
2.1 Presupposti
2.1.1 Parlante ≠ interlocutore
2.1.2 Testo ≠ discorso
2.1.3 Lo spazio azionale
2.1.4 Altri concetti e distinzioni importanti
2.2 Le unità d’azione
2.2.1 Gli atti linguistici
2.2.2 Le procedure e l’analisi dei campi (Felderanalyse)
2.3 Illocuzioni
2.3.1 Trasferimento di sapere
2.3.2 Coordinazione delle azioni
2.3.3 Espressione di sentimenti e stati intenzionali
2.4 Unità comunicative minime
2.4.1 Unità comunicativa minima ≠ frase
2.4.2 Unità comunicative minime e dicta
2.4.3 Il dictum: proposizione e modus dicendi
2.4.4 Modus di unità comunicativa minima: tipo formale e tipo funzionale
2.4.5 Tipo formale
2.4.6 Tipo funzionale
2.4.7 Interpretazione e illocuzione
2.5 Il metodo dell’Analisi del discorso: trascrizione, segmentazione, sezione, individuazione di schemi azionali
2.5.1 Trascrizione con HIAT
2.5.2 Euristica
2.5.3 Schemi azionali
2.6 Finalità

3 Confronto con la Teoria della lingua in atto
3.1 L’atto linguistico
3.2 Definizioni
3.3 L’intonazione
3.4 Le unità d’informazione
3.5 Tipi di illocuzione
3.5.1 Rifiuto
3.5.2 Asserzione
3.5.3 Direzione
3.5.4 Espressione
3.5.5 Rito
3.6 Sistema di trascrizione
3.7 Analisi e macrosintassi
3.8 Finalità e confronto

4 Le interiezioni

5 “Gioco da tavolo”
5.1.1 Enunciati e unità d'informazione
5.1.2 Illocuzioni

6 Conclusione

7 Bibliografia

Schema azionale ‘Domanda-risposta’

Schema azionale ‘Domanda di regia’

Statistic

Diagrammi: Turni e Comment; Illocuzioni

Trascrizione CHAT

Gioco da tavolo HIAT (1)

Trascrizione HIAT (2)

1 Introduzione

Il mondo della scienza è pieno di teorie divergenti. Anche se la realtà è sempre una, quando si vuole incasellarla in categorie per descriverla meglio possibile, vengono fuori mille approcci diversi, in parte profondamente, in parte solo in alcuni dettagli. Va bene finché è solo un ulteriore modello da aggiungere allo studio per un esame, ma quando si tratta andare oltre le parole degli altri e scoprire le cose un po’ da soli bisogna avere un quadro teorico a cui attenersi, in caso d’occorrenza facendone uno proprio.

Io – e mi si perdoni se questo è un lavoro che fa trapelare la mia persona – ho conosciuto le teorie linguistiche “tradizionali” della linguistica romanistica, Saussure, Coseriu, Chomsky, Grice ecc., prima di venire a contatto con la pragmatica funzionale come viene applicata dall’istituto per il tedesco come lingua straniera a Monaco di Baviera. L’ultimo anno, che ho passato a Firenze, mi ha confrontato con un altro tipo di linguistica pragmatica: quello della Teoria della lingua in atto, sostenuto dalla Prof.ssa Emanuela Cresti nel suo corso di Grammatica italiana. Oltre al fatto che per la prima volta ho dovuto fare un vero lavoro “empirico”, registrando una conversazione, trascrivendo ed analizzandola, mi sono trovata di fronte a categorie e classificazioni in parte simili, in parte assai diverse da quelle già conosciute.

Ho cercato quindi di confrontare e – almeno in parte – conciliare i diversi termini e concetti in questo lavoro, accogliendo i punti di maggior rilevanza per il paragone e per me stessa. All’inizio sta una descrizione della pragmatica funzionale, dei suoi concetti e presupposti, con particolare interesse per le illocuzioni e i loro corrispettivi formali, le unità comunicative minime. Farò poi un riassunto della teoria della lingua in atto, sempre con riferimento a quanto detto prima sulla pragmatica funzionale. Infine segue un capitolo sulle interiezioni, che mi stanno particolarmente a cuore, e uno sull’esempio concreto della trascrizione che ho fatto, “Gioco da tavolo”.

Per illustrare anche le differenze tra i metodi di trascrizioni adottati dai rispettivi approcci, si trovano allegate due versioni della trascrizione, una fatta con CHAT (dalla quale sono presi gli esempi contenuti nel testo), una con HIAT. Inoltre c’è la rappresentazione grafica di due schemi azionali, una statistica delle unità d'informazione e delle illocuzioni contenute nella trascrizione e due diagrammi.

2 La Pragmatica funzionale

La “pragmatische Wende” (svolta pragmatica) della fine degli anni 60 del secolo scorso ha portato a una rivalutazione dell’essenza del linguaggio: non più una astratta struttura (langue, competence) che poi veniva imperfettamente applicata dai parlanti (parole, performance), ma azione stessa, in brevi parole: parlare è agire. John L. Austin fu il primo a sottolineare il fatto che quando parliamo non lo facciamo mai senza una qualche finalità e senza che l’interlocutore riconosca nel nostro parlare le rispettive azioni compiute; infatti individuò nell’azione del parlare un atto locutivo (composto dall’atto fonetico, l’atto fatico e l’atto retico), un atto illocutivo e un atto perlocutivo. La teoria degli atti linguistici fu poi portata avanti da John R. Searle, che fece una compartizione leggermente diversa da quella del suo maestro Austin, distinguendo un atto locutivo, un atto proposizionale, un atto illocutivo e un atto perlocutivo, e propose delle regole per la realizzazione di una data illocuzione.

Il concetto di Searle però, nonostante venisse largamente recipito, non rimase esente da critiche. Tra i punti di critica più importanti avanzati da Konrad Ehlich (1972) vi è l’isolazione dell’enunciato dal contesto linguistico ed extralinguistico e come conseguenza una concentrazione sulla frase, un eccessivo rilievo sul parlante che lascia da parte l’interlocutore, l’analisi orientata troppo verso la semantica dei singoli verbi, la mancanza di connessione funzionale tra le singole regole e la modellazione ideale invece di una ricostruzione empirico-analitica.

Già tempo prima di questi due classici della pragmatica però c’era stato un interessante approccio che studiò le relazioni tra i sistemi linguistici e quello che facciamo quando parliamo – ed è indicativo che non si tratti di un linguista, ma di un psicologo: Karl Bühler (1879-1963), che insegnò presso le università di Würzburg, Bonn, Monaco di Baviera, Dresda e Vienna fino a che il regime nazista lo costrinse ad emigrare negli Stati Uniti. Il suo maggior interesse erano la Denkpsychologie (psicologia del pensiero) , la Entwicklungspsychologie (psicologia dello sviluppo) e la Ausdruckspsychologie (psicologia dell’espressione). Nel 1934 uscì la sua opera Sprachtheorie (Teoria del linguaggio) nella quale spiega il linguaggio sulla base della comunicazione interazionale nel contesto concreto, in un concetto che comprende anche l’interlocutore come quello a cui è rivolto l’evento linguistico, il segno, che ha bisogno di essere recipito e compreso da qualcuno per esplicare la sua funzione. Così il segno sta in una triplice relazione con il parlante (funzione espressiva), l’interlocutore (funzione appellativa) e la realtà extralinguistica (funzione rappresentativa): la novità in questo modello semiotico quindi sta nel prendere in considerazione non solo parlante, segno e realtà, ma anche l’interlocutore.

Un altro passo rivoluzionario, oltre a quello di rilevare il Zweckcharakter (carattere teleologico) della comunicazione, Bühler lo compì individuando la deissi. Infatti il modello semiotico sopra esplicato non può essere applicato a determinate espressioni che non possono fungere da simbolo di un dato referente nella realtà extralinguistica (funzione rappresentativa), ma sono usate per indicare qualcosa all’interlocutore, per indirizzare la sua attenzione su un determinato oggetto; il loro significato quindi è un’ azione. Il punto di partenza è la origo (ego, hic, nunc) del parlante, a partire dalla quale viene individuata la deissi distale o prossimale dei diversi tipi.

Questa distinzione fondamentale tra espressioni simboliche ed espressioni deittiche fu uno dei punti di partenza per i concetti sui quali si basa la Funktionalpragmatik (Pragmatica funzionale) di oggi.

Furono Konrad Ehlich e Jochen Rehbein a elaborare una Sprechhandlungstheorie (≈ teoria della lingua in atto) a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, messa a punto una prima volta nell’opera Sprachliche Handlungsmuster (schemi azionali linguistici) del 1979, che poi portò al concetto della Diskursanalyse (analisi del discorso) tedesca.

La principale presupposizione su cui si basa la Sprechhandlungstheorie è (come nella Teoria della lingua in atto): parlare è agire. Da ciò si arriva in un primo tempo ad analizzare le azioni rispettivamente compiute con un dato enunciato, cosa però che è estremamente complessa in quanto non di rado ci sono diversi livelli che è possibile considerare e che portano all’identificazione di illocuzioni diverse. Così per esempio in

*SRA: ah / vedi / <hhh> // oggi nella traduzione / c’era scritto / che la Francia è un / paese …?

%ill: [1] richiesta di attenzione; [2] sollecitazione attraverso richiesta di completamento linguistico

*FDR: [##] la Francia è un paese ?

%ill: richiesta di suggerimento attraverso domanda totale su citazione

Formalmente, quando FDR dice “la Francia è un paese?” compie una domanda, a essere precisi una domanda totale: lo indicano sia la costruzione, sia l’intonazione. Considerando l’aspetto semantico, è una citazione: viene ripetuta l’ultima parte della frase che usa SRA come sollecitazione attraverso richiesta di completamento linguistico (già questo un caso complesso). Spostando l’attenzione invece sull’effetto che ha questo enunciato sull’interlocutore SRA, lo si può definire una richiesta di suggerimento, e un’ulteriore sollecitazione è infatti ciò che segue:

*SRA: che c’ha un &mh / [>] <certo modo> //

%ill: sollecitazione

Da osservazioni di questo genere, fatte soprattutto nell’ambito scolastico nel contesto più ampio di comunicazione all’interno di istituzioni (Ehlich 1984), si arriva a teorizzare l’esistenza di Handlungsmuster (schemi azionali) di cui si servono i parlanti per risolvere compiti comunicativi spesso ricorrenti. Ogni posizione nello schema è occupata da una Sprechhandlung (azione linguistica), composta da tre atti linguistici ed analizzabile al livello ancora inferiore delle Prozeduren (procedure); oltre a questa suddivisione si considera in maniera esauriente lo sfondo dell’interazione, lo spazio azionale.

Vediamo quindi in maniera un po’ più approfondita i presupposti e le supposizioni della Sprechhandlungstheorie, per passare poi al metodo adottato e a quello che ne consegue per lo studio e la descrizione del linguaggio.

2.1 Presupposti

2.1.1 Parlante ≠ interlocutore

Contrariamente a, per esempio, la Konversationsanalyse (Analisi della conversazione), che suppone semplicemente due o più parlanti che parlano a vicenda, la teoria dell’Analisi del discorso distingue nettamente tra Sprecher S (parlante) e Hörer H (interlocutore) in ogni dato momento, ruoli che naturalmente cambiano nel corso dell’interazione verbale. Il motivo sta nel fatto che le azioni rispettivamente compiute da parlante e interlocutore sono profondamente diverse: è il parlante che propriamente compie azioni linguistiche, mentre l’interlocutore a sua volta dà segnali che non costituiscono turni, ma hanno una funzione operativa sull’andamento della comunicazione. A questi segnali si può sempre assegnare una (debole) forza illocutiva (per lo più di conferma o di comprensione), come fa la teoria della lingua in atto, ma il loro valore è diverso di quello degli enunciati che fa la stessa persona quando ha preso il turno. Ritornerò su questo argomento più tardi.

2.1.2 Testo ≠ discorso

‘Testo’ e ‘discorso’ sono due termini sulla cui estensione non c’è unanimità nel mondo della linguistica: ‘testo’ per alcuni significa il tutto, per altri si riferisce solo al testo scritto o a uno concepito in una varietà “alta”; ‘discorso’ può ugualmente essere inteso come il tutto, oppure avere delle concezioni diverse, che di solito però sono più vicine alla lingua parlata che a quella scritta. Ehlich (1983) propone una definizione dei due termini che si basa sulla Sprechsituation, la situazione nella quale viene compiuto l’atto linguistico, secondo la quale abbiamo:

a) copresenza di parlante e interlocutore e condivisione di una stesso spazio-tempo. La loro interazione verbale è definita discorso e può far leva al contesto extralinguistico evidente ai due interattanti.
b) non-copresenza degli interattanti, cioè dissociazione se non spaziale, almeno temporale, e quindi una situazione dissociata. Le azioni linguistiche che nascono da questa base costituiscono un testo che deve avere le qualità necessarie per essere compreso anche attraverso la distanza spazio-temporale.

Mentre il discorso di solito è per forza orale (fanno eccezione il linguaggio dei sordomuti e casi particolari come lo scrivere bigliettini per esempio a scuola durante la lezione), il testo può essere sia scritto (come è la norma nel nostro ambiente culturale), sia orale (come lo era sempre prima dell’invenzione della scrittura): ci sono culture che non conoscono la scrittura ma che, nonostante ciò, sono riusciti a tramandare testi di enormi dimensioni attraverso i secoli.

Quello che risulta nuovo in questo quadro sembra meno la distinzione tra i due concetti che non la netta distinzione terminologica: infatti le conseguenze che ne risultano per le possibilità, necessità e caratteristiche di ognuno dei due (quali grado di pianificazione, complessità sintattica, ricorso a mezzi deittici o ana-/cataforici ecc.) sono ben note e non mi sembra il caso di elencarle qui.

2.1.3 Lo spazio azionale

Mentre la teoria della lingua in atto teorizza, come base dell’interazione verbale, la perlocuzione, definita come “insorgenza pulsionale inconscia”, l’“affetto” che è “l’attivazione pulsionale di uno schema motorio che comporta l’intervento nel mondo” (Cresti 2000, 43s.), il quadro teorico proposto dalla pragmatica funzionale (soprattutto da Rehbein 1977) è ben più complesso. Ciò che determina le azioni (tra l’altro linguistiche) del parlante è un intero spazio azionale (Handlungsraum) che è composto, a sua volta, da varie categorie sia oggettive che soggettive (mentali). Abbiamo così:

Categorie oggettive:

- Campo azionale (Handlungsfeld)

Le azioni che l’attante, in un determinato tempo, ha potenzialmente a disposizione per scegliere tra loro l’azione adatta, sia quella linguistica, fisica o mentale. Man mano che agisce, certe possibilità vengono meno, altre si verificano: si parla di una strada, una linea azionale.

- Spazio interazionale (Interaktionsraum)

Una parte del campo azionale: il campo delle relazioni tra le persone in interazione, all’interno del qualo troviamo anche la zona dell’attenzione.

- Campo di controllo (Kontrollfeld)

Strutture che predelimitano determinate zone di potere, influenza, territorio o integrità, con ripercussioni sul campo azionale degli attanti. [Sachverhalte a portata mediata o immediata dell’attante]

- Sistema dei bisogni (System der Bedürfnisse)

I bisogni oggettivi sociali, sempre ricorrenti, creano, allo scopo di maggior sicurezza riguardo allo loro soddisfazione, circostanze specifiche nello spazio azionale, che nel loro insieme formano il sistema dei bisogni.

Categorie soggettive (dimensione mentale):

- Sapere (Wissen)

L’insieme dei “mondi”, dei dati di fatto, accessibili all’attante nel momento dell’azione. Si potrebbe pensare che sia uguale e all’insieme delle proposizioni che sono a sua disposizione, ma non è così, in quanto la maggior parte del sapere non è presente a livello conscio, ma rappresenta il “sottofondo” sia individuale che collettivo che è implicato nelle azioni senza essere messo in discussione. Gli elementi del sapere sono disposti su vari livelli e molteplicemente connessi tra di loro.

Riguardo al campo del sapere, Ehlich e Rehbein propongono il “modello π”: il sapere del singolo attante è un riflesso (π) della realtà (P) che lo circonda; la verbalizzazione di un elemento di π si fa per mezzo di una proposizione (p). Un modello ampliato (vedi Rehbein 2001) comprende anche i processi azionali (F) dei due interattanti, che influiscono su e vengono influenzati dai processi mentali.

Abbildung in dieser Leseprobe nicht enthalten

La proposizione come riflesso della realtà quindi passa attraverso la dimensione mentale del parlante ed arriva alla dimensione mentale dell’interlocutore (che per individui di uno stesso ambiente culturale è in gran parte corrispondente).

- Meccanismo della percezione (Wahrnehmungsmechanismus)

La percezione non si riferisce solo a quello che è oggettivamente visibile (udibile ecc.), ma viene sempre completata e integrata dalle conoscenze che ha la persona del mondo (processo che fa parte della percezione come azione), di modo che ciò che crede di percepire è sempre almeno in parte un (ri-)costrutto. La percezione quindi va sempre a pari passo con il sapere.

- Meccanismo della valutazione (Bewertungsmechanismus)

Tutte le informazioni che l’attante coglie ed assimila vengono automaticamente anche sottoposte a una valutazione.

- Meccanismo della credenza (Mechanismus des Glaubens)

Il meccanismo della credenza è quello che l’attante usa per applicare gli elementi del sapere allo spazio azionale, cioè all’organizzazione delle sue azioni, direttamente e senza metterli in discussione. Per “credere” si intende una determinata attitudine del parlante nei confronti della sua proposizione, composta da convinzioni, valori, sistemi di valore, pregiudizi ecc., che gli permette di valutare (sempre in termini soggettivi) “vera” o “falsa” la rispettiva proposizione. Una nozione interessante riguarda il fatto che il verbo credere non è performativo, nel senso che usando l’espressione credo che l’attante indica che appunto non è sicuro sulla verità dell’affermazione a seguire, mentre solo dopo che una proposizione, pronunciata nella certezza che sia vera, si è rivelata falsa, si può rimediare al lapsus con la spiegazione credevo… Credere quindi non è un’esotesi della credenza, ma può esserlo della riparazione della credenza (Glaubensreparatur) quando l’attante si vede costretto a rivederla in uno o più punti.

Le credenze servono per: pre-costruire il campo azionale, proiettando su di esso le possibili azioni e le relative conseguenze; completare i dati che fornisce la percezione; ricostruire i fatti dal contenuto di dati enunciati.

- Capacità (Fähigkeiten)

Per ‘capacità’ si intendono i ‘concetti d’azione’, le capacità che gli attanti hanno (o devono sviluppare) per eseguire azioni nello spazio azionale.

- Meccanismo della motivazione (Motivationsmechanismus)

È questo l’equivalente dei ‘bisogni’ sociali a livello individuale; si tratta del movente interno che fa “scattare” l’azione, nel senso che l’attante non solo percepisce e valuta la situazione, ma è anche portato a cambiarla tramite la sua azione.

Il processo azionale stesso è composto da diversi stadi:

- Orientazione, valutazione della situazione (Orientierung)
- Motivazione (Motivation)
- Definizione dell’intento (Zielsetzung)
- Piano (Plan) ® valutazione + decisione
- Attuazione (Ausführung)
- Risultato (Resultat)

2.1.4 Altri concetti e distinzioni importanti

Come accennato sopra, l’analisi della Sprechhandlungstheorie parte da osservazioni fatte nell’ambito di comunicazione all’interno di istituzioni come per esempio la scuola, l’ufficio, l’ospedale ecc. Tali istituzioni sono caratterizzate dal fatto che si sono evolute a partire da esigenze culturali ricorrenti e servono a raggiungere un determinato scopo (Zweck) – questo scopo, per definizione proprio di una società in generale, sta in opposizione all’ intento (Ziel) perseguito dall’individuo –; nella comunicazione all’interno dell’istituzione si distingue un agente, il rappresentante della rispettiva istituzione, e un cliente, che si rivolge all’istituzione per usufruire delle possibilità che offre.

L’istituzione può essere descritta come ‘apparato sociale’, intendendo per apparato una struttura comunicativa che non è procedura, atto o schema (vedi sotto), ma configurazione fissa per degli scopi complessi, e che presenta estensioni discorsive diverse. Così abbiamo apparati sociali o istituzioni, ma anche apparati linguistico-comunicativi, come per esempio l’ apparato dei turni; apparati mentali, quali teorie, modalità, valutazioni; e un apparato culturale che lavora sulla base di molti degli altri apparati.

Un apparato quindi influisce all’interno del testo / discorso su schemi azionali, atti linguistici e procedure, modificandoli o creandoli (cosa che però non per forza si manifesta anche nella interazione linguistica), e può perfina arrivare a diventare una autonoma istituzione.

Per istituto si intende un tipo di testo / discorso convenzionalizzato volto a raggiungere determinati scopi ricorrenti; contrariamente alla istituzione, che è costituita dall’ambiente e da tutte le circostanze, attanti partecipanti compresi, come p.es. lo studio del medico, l’istituto può essere per esempio una consultazione, riguarda quindi le azioni stesse che si possono svolgere all’interno di un’istituzione.

L’ enunciato è ciò che corrisponde, a livello formale, a un’azione linguistica, quindi a un atto locutivo, proposizionale ed illocutivo. La sua identificazione nel continuum dell’interazione però non è basata tanto su criteri standardizzati quanto sull’intuizione linguistica del trascrivente e viene segnalata tramite i segni di interpunzione tradizionali (vedi sotto).

Un’ulteriore nozione riguarda le possibilità di cambio di turno: il testo, di solito, è caratterizzato dal fatto che è un unico parlante che lo pronuncia in un susseguirsi di azioni linguistiche, una concatenazione di azioni linguistiche (Sprechhandlungsverkettung). Nel discorso invece, gli enunciati sono organizzati secondo turn con rispettivo cambio di ruolo tra parlante ed interlocutore; in tale caso si parla di sequenza di azioni linguistiche (Sprechhandlungssequenz). Ovviamente, in un dato discorso, ci possono essere sia sequenza che concatenazione, a seconda delle esigenze comunicative.

2.2 Le unità d’azione

Il linguaggio inteso come ‘agire’ può essere considerato su vari livelli. Il più grande di essi, la più grande unità d’azione [ linguistica ] (Handlungseinheit), è il testo / discorso (vedi sopra). Si tratta di un insieme di unità d’azione più piccoli, le azioni linguistiche (Sprechhandlungen). Queste, a loro volta, sono organizzate secondo una struttura funzionale (zweckbedingt) interna, lo schema azionale (Handlungsmuster). Ovviamente, si tratta sempre di una ricostruzione, che però considera non solo ambedue le parti (parlante e interlocutore), ma anche e in particolare le attività mentali degli attanti per quanto rilevanti per raggiungere i rispettivi scopi.

Scendendo ancora di un livello, troviamo gli atti linguistici (Sprechakte), vale a dire l’atto locutivo, l’atto proposizionale e l’atto illocutivo.

2.2.1 Gli atti linguistici

Abbiamo quindi azioni linguistiche analizzabili in tre diversi atti linguistici. La loro definizione corrisponde grosso modo a quella di Searle, lasciando da parte però il concetto dell’atto perlocutivo che, essendo quella parte che di più riguarda l’interlocutore (da una prospettiva centrata sul solo parlante), si fonde nel concetto dello schema azionale.

La locuzione riguarda il livello fonetico-fonologico; consiste quindi nella realizzazione di foni di una determinata lingua invece di meri suoni, quindi di fonemi, che concorrono a formare morfemi e parole. La proposizione riguarda il senso, la semantica delle parole pronunciate sotto il punto di vista del sapere: si attribuisce una determinata qualità (azione ecc.) a un determinato referente, che può essere linguisticamente espresso o sottinteso e reperibile dal contesto. Per capire quale sia l’atto locutivo e proposizionale di una data azione linguistica, si può chiedere che cosa sa il parlante della realtà, dell’interlocutore, del sapere di questi e della modificazione di quel sapere, e quanti e quali elementi del suo sapere deve esprimere linguisticamente il parlante per eseguire con successo l’azione linguistica.

L’ illocuzione infine è il specifico ruolo comunicativo[1] dell’enunciato. Può essere reperita chiedendo quali sono le condizioni interne ed esterne della costellazione comunicativa, quali condizioni interne ed interazionali devono essere soddisfatte nell’interlocutore, che cosa fa il parlante con ciò che dice, e che cosa cambia dalla parte dell’interlocutore per via di quell’azione linguistica.

La difficoltà di risalire alla forza illocutiva a partire da determinati indicatori illocutivi è ben nota ed è uno dei punti in cui è maggiormente criticabile Searle, il primo che tentò a elaborare una vera e propria classificazione delle illocuzioni. Sebbene certi mezzi sintattici, lessicali e soprattutto intonativi siano importanti indicatori per delineare i limiti dell’interpretazione, non c’è corrispondenza univoca tra forma linguistica e illocuzione. La pragmatica funzionale postula un fondamento funzionale del linguaggio a tutti i livelli; conseguentemente l’atto illocutivo costituisce solamente un livello funzionale, riferito a delle unità applicabili singolarmente, accanto ad altri come (a livello inferiore) le procedure o (a livello superiore) lo schema azionale nel quale è inserito. A livello formale invece c’è il modus come anello di congiunzione tra struttura formale e funzione azionale (vedi sotto).

Ancora sotto quello degli atti linguistici troviamo il livello delle unità d’azione più piccole, le procedure.

2.2.2 Le procedure e l’analisi dei campi (Felderanalyse)

Ci sono cinque tipi di procedure, che corrispondono a cinque campi: il campo simbolico (Symbolfeld), campo dimostrativo (Zeigfeld), campo direttivo (Lenkfeld), campo operativo (operatives Feld / Arbeitsfeld) e campo illustrativo (Malfeld). A ognuno di questi campi corrispondono espressioni che servono per eseguire la rispettiva procedura.

Il campo simbolico è composto per la maggior parte da espressioni lessicali (sostantivi, aggettivi, verbi, proposizioni, alcuni avverbi), quelle che vengono considerate prevalentemente nella grammatica tradizionale, in quanto dotate di un significato “proprio” che può essere individuato con i metodi dell’analisi semantica. La procedura che esegue il parlante servendosi di espressioni del campo simbolico è la procedura nominativa (nennende Prozedur).

Nel campo dimostrativo troviamo le deissi (quindi alcuni pronomi e avverbi), usate per le procedure deittiche (deiktische Prozeduren). Ehlich (1987) ha elaborato una distinzione sistematica tra cinque tipi di deissi (per il tedesco – sotto ho messo i corrispettivi italiani, completando gli elementi più evidenti che vanno oltre la mera traduzione):

- deissi personale (io, tu [e noi, voi come forme complesse], morfemi personali – indica una persona come parlante o interlocutore)
- deissi dell’oggetto (questo, quello, ciò)
- deissi locale (qui, qua, , )
- deissi temporale (ora, adesso, poi, dopo, allora, odierno ecc., morfemi temporali)
- deissi aspettuale (così, tale)

Il campo direttivo è usato per influenzare direttamente le azioni dell’interlocutore, eseguendo procedure espeditive (expeditive Prozeduren). Troviamo qui mezzi linguistici come l’imperativo, il vocativo e diverse interiezioni, che intervengono sulla dimensione psicologica del processo azionale dell’interlocutore.

Il campo operativo e le procedure operative (operative Prozeduren) servono per l’elaborazione della lingua in quanto tale e del sapere linguistico. Si tratta di espressioni di natura lessicale, morfologica, intonativa o posizionale, per esempio (in tedesco) i casi o la topologia, gli articoli, le congiunzioni, alcune particelle e le espressioni ‘foriche’ (anaforiche o cataforiche, vale a dire i pronomi personali obbligatori er, sie, es in tedesco, in italiano equivalenti alle desinenze personali dei verbi).

Il campo illustrativo infine esegue procedure espressive (expressive Prozeduren) che provocano una valutazione nell’interlocutore, facendo leva soprattutto su imitazioni e un uso particolare dell’intonazione.

Una classificazione delle parti del discorso sul (unico) criterio della loro funzione nell’interazione verbale come esplicitato nell’analisi dei campi, sta trasversalmente a quella tradizionale, che usa criteri di natura eterogenea (morfologici, distribuzionali…). Rimangono comunque come problemi da non trascurare da un lato una “categoria resto”, composta soprattutto da particelle (in senso ampio), che sono assai frequenti nel tedesco e che, per via della loro grande eterogenità, non è possibile distinguere nettamente né per classe di parole né per funzione sintattica; dall’altro lato la difficoltà che si pone considerando le possibili transcategorizzazioni tra i campi, come succede per esempio per i verbi (campo simbolico) quando vengono usati all’imperativo (campo espeditivo).

Le interiezioni e alcune particelle[2] sono esempi per espressioni che, sebbene possano essere pienamente comprensibili da un punto di vista pragmatico, rimangono al livello delle procedure e non arrivano a quello degli atti linguistici in quanto non veicolano alcuna proposizione. Proprio per questi casi il concetto delle procedure è di particolare interesse.

2.3 Illocuzioni

Nel linguaggio quotidiano, abbiamo una serie di verbi che designano un’azione che si compie parlando. Questi verbi sono specifici di ogni lingua, e anche se per la maggior parte di essi esistono dei corrispettivi almeno nelle lingue europee, non è detto che sia sempre così, di modo che per descrivere le illocuzioni non si può partire da una “semantica dei verbi di azione linguistica”, ma bisogna considerare le diverse funzioni che compiono nella interazione verbale, per poi assegnare loro la denominazione più adatta.

A parte il problema dei concetti dietro ai verbi e ai campi semantici che coprono, che sono specifici per ogni lingua, può anche presentarsi il caso che in un altro ambiente culturale ci siano stati, nella sua storia, altre esigenze, quindi altri scopi, sulla cui base si siano sviluppati altri schemi azionali, e conseguentemente saranno anche altre illocuzioni a “riempire” le posizioni nello schema.

Per comprendere in pieno l’azione linguistica, l’interlocutore deve percepire l’atto locutivo e identificare quello proposizionale ed illocutivo per poter prendere atto del contenuto dell’azione e confrontare gli assunti sulla situazione che gli trasmette il parlante attraverso di essa con i propri; secondo la misura in cui l’azione fa parte di uno schema azionale, il parlante si può aspettare una reazione più o meno specifica che continui e/o porti a termine il rispettivo schema (presupposizione azionale). Bisogna puindi vedere le azioni linguistiche nel contesto più ampio dell’interazione verbale per risalire alla loro vera funzione, che si può chiamare con il nome di illocuzione, ma per capire la forza illocutivo di un enunciato è necessario anche considerarne la struttura e comprenderne il significato, esaminare la situazione che viene modificata attraverso di esso e ricostruire il sapere degli interattanti sul quale si basa l’enunciato.

Nel 1997 è uscita la Grammatik der deutschen Sprache di Gisela Zifonun, Ludger Hoffmann e Bruno Strecker per incarico dell’Institut für deutsche Sprache (IdS) di Mannheim: la prima grammatica a basarsi sui principi della grammatica funzionale. Per la seguente classificazione delle illocuzioni (che non pretende di essere completa) mi atterrò grosso modo ad essa.

Innanzitutto, l’atto illocutivo non viene considerato in isolazione, ma inserito in un discorso che attualizza scopi sociali, i quali, se sono standardizzati in maniera sufficiente, prendono lo status di schemi azionali. Nonostante gli schemi non siano analizzati e descritti tutti nella stessa misura, risultano comunque un concetto molto utile per spiegare l’interazione verbale. Vi sono schemi di diversa complessità: alcuni consistono solo di due posizioni, cioè due azioni linguistiche (come il salutarsi o lo schema domanda-risposta[3] ), altri sono talmente complessi che costituiscono veri e propri tipi di testo/discorso (p.es. un trattato scientifico). Quello che li unisce è il fatto che si sono sviluppati per soddisfare un determinato scopo ricorrente, mentre l’individuo poi li utilizza per un suo intento personale, con la possibilità di non realizzare o di ripetere, tralasciare ed intercambiare alcune posizioni. A seconda della ricorrenza e delle variabili, sono più o meno standardizzati ed universali: alcuni permettono pochissima variazione, altri sono utilizzabili in maniera estremamente libera, al punto da non potersi neanche chiamare veri e propri schemi azionali, ma hanno comunque il loro posto fisso nell’interazione verbale.

Azioni linguistiche che sono realizzate tramite una concatenazione da parte di un solo parlante (salvo eventuali interruzioni), come p.es. un racconto o una descrizione, sono definite forme estese dell’agire linguistico (Großformen des sprachlichen Handelns).

Si distinguono tre campi di scopi: trasferimento di sapere, coordinazione delle azioni, espressione di sentimenti e stati intenzionali. Per ognuno di essi esistono diversi tipi di illocuzione che hanno le loro caratteristiche morfosintattiche, lessicali nonché intonative: per quanto riguarda l’intonazione infatti la Grammatik der deutschen Sprache dà delle indicazioni sull’andamento tonale tipico, considerando soprattutto la frequenza fondamentale (F0) in fine enunciato (Grenztonmuster), che sale, scende o rimane invariata. Nella mia sintesi ho accolto queste indicazioni dove mi sembravano di rilievo, ma comunque è da tener conto del fatto che sono quelle rilevate per la lingua tedesca; se e fino a che punto coincidono con quelle tipiche per l’italiano sarebbe oggetto di ulteriori ricerche.

2.3.1 Trasferimento di sapere

Parlare è un modo per influire sulle conoscenze che hanno parlante e interlocutore del mondo, cioè sul loro sapere, formulando proposizioni che rendono accessibili – attraverso il campo mentale degli interattanti – sia il mondo reale, sia i mondi possibili, solo pensati, e di conseguenza cambia il sapere degli attanti nel corso della comunicazione.

Nel caso che c’è una lacuna nel sapere del parlante che vuole riempire, l’azione da lui compiuta sarà un questivo. Deve formulare che cos’è che non sa, cosicché l’interlocutore possa rispondere nel modo più adeguato possibile. Così, una semplice asserzione che veicola una determinata proposizione, un “pezzo di sapere”, diventa una risposta se fatta in seguito a una domanda.

Si distinguono:

- domande completive, cioè domande parziali (Ergänzungsfragen), che partono da una premessa di cui viene chiesto un solo elemento, mirando a completare il sapere del parlante. Tipici mezzi per questo tipo di domanda sono i pronomi ed avverbi interrogativi che determinano il ‘campo di ricerca’, tipico andamento tonale uno che in fine enunciato scende (e per una variante marcata uno che sale).
- domande proposizionali (proposizionale Fragen) che mettono in questione interi ‘abbozzi di mondi, dati di fatto’ (Sachverhaltsentwürfe), tra cui la
- domanda decisionale (Entscheidungsfrage) o domanda totale, con andamento tonale ascendente;
- la domanda alternativa, che può essere chiusa con intonazione ascendente oppure fatta a forma di “lista aperta”, tipo “eccetera”, con intonazione discendente o costante;
- la richiesta di conferma (Bestätigungsfrage), con F0 che sale, oppure rimane uguale se l’enunciato è seguito o preceduto da un fatico (Sprechhandlungsaugment); e
- la domanda deliberativa, che pone un problema ‘nello spazio interazionale’, tipo Saranno già arrivati? dove il parlante non si aspetta per forza che l’interlocutore sappia rispondere; l’intonazione sale in fine enunciato.
- richieste di ripetizione o di precisazione (Nachfragen e Rückfragen) che servono ad assicurare la comprensione e a problematizzare l’azione precedente; F0 sale (per la richiesta di ripetizione talvolta anche in maniera particolarmente marcata).
- domande da esame e da regia, che alla superficie non si distinguono da domande di altri tipi, in profondità però hanno uno scopo totalmente diverso: il parlante già sa la risposta e si serve della domanda rispettivamente per verificare se la sa anche l’interlocutore o per fargli arrivare alla soluzione da solo. Inserite in uno schema azionale, la terza posizione (dopo domanda e risposta) è costituita non da una conferma di comprensione o meno, bensì di una valutazione della proposta di soluzione.

Abbiamo poi il gruppo degli assertivi, tra cui:

- asserzioni, che servono al trasferimento di sapere, modificando o completando il sapere dell’interlocutore. Si tratta sempre di proposizioni (siano esse linguistica­mente complete o solo interpretabili dal contesto), che possono essere giudicate come vere, false, probabili ecc., ed è quello che fa il parlante (se ci crede veramente o no, in qual caso direbbe una bugia). L’intonazione in fine enunciato (cosa che vale anche per gli altri assertivi) scende.
- affermazione (Behauptung) e motivazione (Begründung)[4], assertivi che fanno parte di uno schema argomentativo: l’affermazione, in quanto attualmente non dimostrata, lo apre, mentre la motivazione è la continuazione della problematizzazione di un’azione precedente. Azioni linguistiche simili sono la constatazione (Feststellung) e la comunicazione / informazione (Mitteilung / Information).
- le domande retoriche sono un caso limite tra domanda ed asserzione, essendo formalmente delle domande, funzionalmente invece delle asserzioni in quanto veicolano già chiaramente la risposta, che è evidente.
- Concatenazioni di asserzioni costituiscono forme estese del parlare / scrivere, quali racconti, descrizioni o rapporti.

2.3.2 Coordinazione delle azioni

Rientrano qui azioni che si ripercuotono sulla pianificazione azionale degli interattanti, sia del solo interlocutore (direttivi), del solo parlante oppure di tutti e due (commissivi uni- o bilaterali).

Tra i direttivi abbiamo:

- inviti / richieste di comportamento (Aufforderung), che partono da un ‘sapere sul compimento’, un ‘così sia’ (Erfüllungswissen) del parlante, che trasmette un suo piano d’azione sull’interlocutore.
- Altre azioni linguistiche di tipo direttivo: direttiva (Weisung), consegna (Befehl), ordine (Anordnung), obbligo / divieto (Gebot / Verbot), pretesa (Forderung), richiesta (Bitte), minacciare (Drohen), avvertimento (Warnen), consiglio (Ratschlag), proposta (Vorschlag) – rende accessibili alla pianificazione nuove possibilità d’azione –, istruzione (Anleitung) – rende accessibili all’interlocutore determinati schemi d’azione o modi di esecuzione cosicché lui stesso li possa applicare in constellazioni opportune.

Per quanto riguarda la forma, l’intonazione dei direttivi (come anche dei commissivi) è discendente, il modo grammaticale è l’imperativo; dipende dal rapporto tra gli interattanti se anche altri enunciati, che formalmente non sono inviti ma asserzioni, possono essere interpretati come tali. Altre possibilità di realizzare un invito o un altro direttivo sono (in tedesco) l’ Adhortativ e il Heische-Modus – grosso modo equivalenti, in italiano, all’esortativo (andiamo!) e ad un uso specifico del congiuntivo come in si veda… o evviva! – nonché l’infinito (p.es. lavare la verdura in una ricetta), più largamente usato in tedesco. Esiste inoltre la possibilità di modificare l’intensità dell’azione tramite verbi modali e determinate particelle.

Per quanto riguarda i verbi modali, questi spesso fanno parte di forme di domanda in funzione di invito. In tale caso, l’interlocutore viene indotto ad eruire nel suo sapere se l’azione in questione corrisponda ai suoi bisogni, le sue capacità o i suoi intenti, processo che di solito mette in atto soltanto rispetto alla propria pianificazione, cosicché risulti per lui una cosa a priori collegata ad azioni future. Questa potrebbe essere una spiegazione per il fatto che queste domande (soprattutto quando il verbo modale è potere) spesso provocano un’interpretazione di tipo direttivo e una risposta è adeguata solo se esprime una replica positiva o negativa all’invito.[5]

I commissivi invece riguardano impegni che il parlante o parlante ed interlocutore assumono con la rispettiva azione linguistica. Il modo è quello dell’asserzione, che ‘abbozza’ il mondo secondo ‘come sia’.

Fanno parte dei commissivi azioni come promettere (Versprechen), garantire (Bürgen), fissare un appuntamento (Verabreden), giurare (Schwören), scommettere (Wetten), annuncio (Ankündigung) e il genere testuale contratto (Vertrag).

2.3.3 Espressione di sentimenti e stati intenzionali

Lo scopo di azioni di tipo espressivo è quello di rendere comunicativamente accessibili i sentimenti legati ad un oggetto / un dato di fatto per il parlante. La Grammatik der deutschen Sprache considera soltanto quegli stati interni che sono intenzionali, diretti, non invece emozioni e stati vissuti passivamente, non diretti, come gioia e ira; in più si limita ad analizzare illocuzioni segnalate da una specifica forma linguistica.

La funzione di tali enunciati è una referenza al parlante stesso, non alla realtà oggettiva, ragion per cui sono difficilmente contestabili; al massimo si può esprimere un parere o un sentimento contrario.

Azioni linguistiche specifiche per questo campo di scopi sono:

- esclamazioni, realizzate in modi diversi ma comunque specifici dell’esclamazione: per il tedesco la presenza di un (solo) ‘accento esclamativo’ che porta a una realizzazione particolarmente forte ed allungata della rispettiva sillaba, l’andamento discendente in fine enunciato e l’impossibilità di usare l’imperativo, spesso anche l’utilizzo di determinate particelle; tipico per l’italiano è l’uso di che. Spesso si usano anche delle formule esclamative (da distinguere dalle formule invettive ed imprecative); sia queste che le esclamazioni “normali” non fanno parte di uno schema superiore ma sono schemi a sé stanti.
- espressioni di desideri, segnalato con il congiuntivo imperfetto (come anche in italiano), intonazione discendente e spesso un accento molto marcato con sillaba allungata; tipico per questa struttura è il fatto che viene verbalizzata soltanto la protasi, mentre l’apodosi è data per scontata, cioè che il parlante sarebbe molto contento.
- alcune interiezioni, che senza contenuto proposizionale riescono comunque a veicolare i sentimenti del parlante.

2.4 Unità comunicative minime

2.4.1 Unità comunicativa minima ≠ frase

L’unità di riferimento per una descrizione funzionale della lingua difficilmente può essere la ‘frase’ intesa in senso tradizionale come unità da un lato autonoma, dall’altro dotata di un verbo con i suoi complementi, vista la grande quantità sia di frasi nominali senza verbo, sia di frasi subordinate senza autonomia comunicativa. Per la Grammatik der deutschen Sprache un motivo per introdurre un nuovo termine: quello dell’ unità comunicativa minima (Kommunikative Minimaleinheit, KM), la più piccola unità atta a compiere un’azione nella comunicazione verbale, distinta dalla frase (Satz) che denota la massima estensione del verbo e dei suoi complementi (cf. il concetto di clausola nella teoria della lingua in atto). Un’unità che risponda a entrambi i criteri, che sia quindi sia unità comunicativa minima che frase, si chiama frase piena (Vollsatz) ed è la realizzazione più esplicita, più “nobile” dal punto di vista grammaticale, dell’unità comunicativa minima – anche se è importante notare che l’esplicità grammaticale non è uguale all’adeguatezza comunicativa, in quanto in una determinata situazione comunicativa può essere molto più funzionale dire una sola parola che un’intera frase piena.

È l’unità comunicativa minima quindi che veicola l’azione linguistica (che può essere inserita a sua volta in uno schema azionale) e l’illocuzione, anzi, è questa sua qualità a determinarla. Insieme all’illocuzione troviamo, nell’analisi dell’azione linguistica compiuta tramite un’unità comunicativa minima, la locuzione e la proposizione, quindi un contenuto linguistico, semantico e referenziale. Dove questi vengano a mancare, come può essere per esempio nel caso delle interiezioni, non è possibile parlare di unità comunicative minime, ma di unità interattive, che sono sempre unità autonome della comunicazione ma non contribuiscono alla costruzione dell’unità comunicativa minima né portano una illocuzione e proposizione chiaramente differenziate (rimangono quindi a livello procedurale).

2.4.2 Unità comunicative minime e dicta

Il termine unità comunicativa minima equivale grosso modo all’ enunciato nel quadro della teoria della lingua in atto in quanto è un’entità di tipo formale per mezzo della quale si compie l’azione. Invece di passare dalla forma subito all’illocuzione però si definisce prima la funzionalità dell’unità comunicativa minima sul piano semantico e grammaticale. A un’unità comunicativa minima possono corrispondere uno o più dicta, cioè possibili significati, interpretazioni semantiche, a seconda dell’esplicità linguistica e della situazione.

2.4.3 Il dictum: proposizione e modus dicendi

Il dictum si compone principalmente di una proposizione e un modus dicendi, cioè di un “abbozzo di come stanno le cose” e un modo di dirlo, ed è quest’ultimo a determinare il potenziale illocutivo del dictum. Oltre a questi due, ci possono essere ancora specificazioni di diversi tipi.

[...]


[1] Inteso non come una funzione additiva rispetto a quella del sistema linguistico, ma come la sua essenza.

[2] Cf. i cosiddetti “responsivi” e no; vedi anche sotto.

[3] Infatti, solo considerando il contesto interazionale, se lo si chiami “schema azionale” o meno, è possibile determinare se un dato enunciato sia un’asserzione oppure una risposta.

[4] Il verbo tedesco begründen in molte lingue non ha corrispettivo: significa ‘motivare, giustificare, spiegare i motivi per un’azione / affermazione / uno stato di cose considerato problematico’.

[5] Cf. Zifonun et al. 1997, 142s.

Excerpt out of 86 pages

Details

Title
La teoria della lingua in atto versus la pragmatica funzionale: un confronto
College
University of Florence  (Dipartimento di Italianistica)
Course
Grammatica italiana III
Grade
1,0
Author
Year
2005
Pages
86
Catalog Number
V70670
ISBN (eBook)
9783638629102
ISBN (Book)
9783638711937
File size
1237 KB
Language
Italian
Notes
Ein Vergleich zwischen zwei pragmatischen Theorien: einerseits der deutschen Funktionalpragmatik (Ehlich, Rehbein, Redder), andererseits der italienischen Teoria della Lingua in Atto (Cresti, Universität Florenz). Enthält Transkripte in 2 Formaten (HIAT und CHAT) und Analysen nach Illokutionen, Feldern und Handlungsmustern sowie Erklärungen der Transkriptions- und Analysesysteme: interessant auch für die Arbeit mit dem C-ORAL ROM, da dieses von Cresti mit herausgegeben wurde.
Tags
Grammatica
Quote paper
M.A. Friederike Kleinknecht (Author), 2005, La teoria della lingua in atto versus la pragmatica funzionale: un confronto, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/70670

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