Imparare improvvisando


Scientific Essay, 2009
34 Pages

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Indice

Introduzione

I. L’improvvisazione

II. L’esecutore e l’improvvisatore

III. Cosa accade quando si suona uno strumento musicale

IV. L’improvvisazione è un processo creativo

V. Improvvisando impariamo

VI. L’improvvisazione come competenza

VII. Strutturare un’attività didattica strumentale

Conclusioni

Bibliografia

Introduzione

Nei principali trattati in materia di educazione scolastica si legge: “La scuola ha il dovere di formare l’uomo e il cittadino”. A tal fine l’offerta formativa scolastica è stata così ampliata da garantire una variegata possibilità di scelta a tutti coloro che, dopo la scuola dell’obbligo, decideranno di intraprendere un percorso universitario o lavorativo. Per poter scegliere bisogna conoscere: chi avrà più occasioni di apprendere, meglio e più coscientemente sceglierà.

Nel bagaglio culturale di ogni studente la conoscenza e la competenza musicale hanno un ruolo fondamentale; studiare e “fare” musica sono altresì parti imprescindibili della formazione di ogni individuo.

Lo studio dello strumento musicale, in un primo tempo inserito come sperimentazione, è oggi elemento integrante della offerta curricolare degli allievi della scuola secondaria di primo grado e l’insegnamento della disciplina si è consolidato in una specifica classe di concorso. L’itinerario di studio comprende la “prassi” dello strumento, materie di carattere teorico come la storia della musica, l’analisi dei repertori, la teoria musicale e tutte le attività di apprendimento ad essi correlate.

I programmi previsti includono una serie di passaggi didattico-formativi molto significativi. Suonare uno strumento musicale non è una mera pratica, ma una esecuzione consapevole e cosciente di ciò che è scritto su uno spartito o improvvisato da chi suona, destinata a coinvolgere l’esecutore nel suo essere fisico e mentale. Tale procedimento attiva, infatti, la sfera cognitiva da una parte, l’acquisizione e la esplicazione di schemi motori dall’altra.

Chi suona deve essere in grado di sviluppare le capacità ritmiche e uditive; apprendere la tecnica dello strumento; eseguire un brano scritto; comporre semplici brani da eseguire; distinguere i repertori in cui lo strumento è impiegato; manipolare il materiale sonoro improvvisando; suonare insieme agli altri. Chi intraprende lo studio dovrà conseguire padronanza e competenza in un doppio itinerario musicale: quello dell’interpretazione attraverso la scrittura da un lato, quello dell’improvvisazione e della decodifica delle partiture informali dall’altro. In tali ambiti risiedono i principali obiettivi che l’alunno è tenuto a raggiungere.

I. L’improvvisazione

L’improvvisazione è componente irrinunciabile di una didattica moderna ed accessibile a tutti coloro che si accingono, come i discenti, allo studio di uno strumento musicale. Si tratta di un modo innovativo che consente di accrescere la formazione culturale, personale e creativa dell’allievo attraverso la musica e l’esecuzione strumentale.

Nella terminologia linguistica quotidiana improvvisare vuol dire “fare qualcosa con poca cura”. Riportiamo alcune definizioni della parola: improvvisare nel senso di

- Comporre all’improvviso, senza preparazione;
- Allestire, preparare in fretta senza pratica specifica e con faciloneria;
- Impegnarsi in una funzione insolita senza preparazione specifica;
- Dire, comporre all’improvviso, senza alcuna

preparazione precedente.

É necessario dunque circostanziare meglio il concetto di “improvvisare”.

Da un punto di vista etimologico il termine improvvisare è legato al latino improvisus: l’improvviso, impreveduto, inatteso; o in-provideo: non previsto, inaspettato.

Quando parliamo, non facciamo altro che comporre improvvisando un insieme di frasi attraverso cui interloquire con gli altri ed esprimere pensieri su quanto ci viene proposto. Quando usciamo di casa, non possiamo stabilire a priori né tutto ciò che faremo o diremo, né gli eventi che ci potrebbero capitare:

L’improvvisazione musicale è quindi gioco d’incertezza, come incerta è ogni storia di vita, l’avventura stessa dell’umanità e del cosmo, l’ atto cognitivo che ne dà scienza e conoscenza[1]

Alcune definizioni ritengono l’improvvisazione, erroneamente, un concetto negativo.

In questa sede cercheremo di definire e chiarire il significato di “improvvisazione” in merito allo studio e alla prassi musicale e le relazioni che intercorrono tra la musica, la realtà e la formazione scolastica. Scopriremo che l’improvvisazione non si esaurisce in una pratica prettamente jazzistica, come si è pensato per molto tempo, ma si rivela una delle componenti fondamentali della musica e della vita:

Insomma, benché pochi di noi siano membri di un gruppo jazz, ciascuno di noi partecipa quotidianamente ad incontri non previsti o il cui decorso non è prescritto e pianificato, e si sviluppa- per così dire- gesto dopo gesto.[2]

L’improvvisazione musicale non è una prassi recente o esclusivamente occidentale. Studi antropologici hanno ampiamente dimostrato come molti popoli extraeuropei abbiano utilizzato ed utilizzino, ancora oggi, questo procedimento come strumento di trasmissione della propria musica e mezzo di invenzione di brani originali a partire da cellule musicali preesistenti. Un esempio a riguardo è il Raga indiano, che rappresenta un principio di organizzazione flessibile capace di governare la musica composta e quella improvvisata:

Il Raga non è né una scala né un brano, ma un insieme di formule precomposte a disposizione del musicista che le utilizzerà per la costruzione di melodie nel corso della performance.[3]

Nella musica barocca non era insolito che il musicista si concedesse delle “libertà” all’interno delle partiture, attraverso l’esecuzione di ornamenti e fioriture non scritte. Questo tipo di improvvisazione assume il carattere di rivestimento ornamentale. Famose, nei Concerti, sono le Cadenze, inserite per lasciare agio all’inventiva dell’esecutore, il quale aveva a disposizione tale spazio senza tempo in cui poteva, tenendo conto ovviamente delle caratteristiche del brano, esprimere la propria creatività ed il proprio gusto interpretativo. Una simile prassi era comune, in epoca barocca, anche a grandi compositori e musicisti (Bach, Händel, Frescobaldi) che la adoperavano, di frequente, per esempio, nella musica organistica di carattere liturgico.

Nel corso dell’Ottocento, con la razionalizzazione della scrittura e l’affermarsi della figura del compositore, la musica improvvisata venne ignorata. Solo nel ventesimo secolo l’improvvisazione assurse, nella musica jazz, a forma di espressione primaria, insieme al ritmo ed allo stile assai originali. Essa divenne un modo per dare forma a melodie, inventare e modellare a partire dai materiali disponibili.

L’affermazione del jazz e della sua tecnica improvvisativa suscitò critiche non sempre favorevoli. Adorno, ad esempio, sostenne che il repertorio jazzistico, frutto dell’industria vuota delle canzonette, non fosse segno di vitalità creativa e virtuosistica, ma un “trucchetto” ornamentale per suscitare la finta impressione di qualcosa di nuovo e diverso. Anche quei tratti che sembrerebbero improvvisati in realtà sarebbero stati studiati prima con estrema precisione. Il critico tedesco bollò il jazz come vacuo espediente per musica alla moda, destinato a scomparire:

In effetti non è escluso che la massima parte di ciò che- al di fuori delle cerchie più ristrette degli esperti jazz- viene presentato come improvvisazione, sia già stato provato prima.[4]

Per improvvisazione si intende abitualmente la produzione di musica che non sia stata composta o in qualche modo scritta precedentemente: un comporre rapido, estemporaneo quindi, con una forte componente di instintualità o, come talora si dice, di “musicalità naturale”.

Un concetto di improvvisazione così genericamente formulato, tuttavia, non aiuta molto la riflessione musicologica. Esso sembra implicare un istinto talmente preponderante, in chi improvvisa, da precludere la possibilità di una esatta consapevolezza di quello che fa, da qui la condizione di discriminazione estetica di cui l'improvvisazione è oggetto. In realtà, quando si improvvisa, nulla avviene per caso: il risultato finale è un insieme di momenti collegati che si susseguono nel tempo in un determinato ordine, E, E2,. ecc..; ognuno di essi è legato all’altro come punto di arrivo e di partenza:

Gli eventi sono qui organizzati attraverso una catena associativa. Infine il primo evento può essere il risultato di una selezione da repertorio e l’improvvisazione prosegue attraverso un’ulteriore selezione dello stesso repertorio.[5]

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É questa la definizione di improvvisazione applicabile alla didattica dello strumento musicale: esso si profila come un procedimento basato sulla conoscenza di elementi semplici che sviluppano la creatività e l’inventiva.

I musicisti che improvvisano non agiscono “liberamente”, perché tengono conto delle regole e del materiale sonoro che utilizzano. Infrangono norme e rimodellano elementi preesistenti, proprio in virtù del fatto che conoscono così bene gli “ingredienti” della loro disciplina, al punto da manipolarli con destrezza, abilità e gusto.

L’improvvisazione non è una forma espressiva negativa; presuppone, anzi, la conoscenza dei linguaggi musicali e si fonda sulle esperienze. Non rappresenta un’arte primitiva ed intuitiva che esclude i processi cognitivi, ma coinvolge l’individuo nella sua totalità e implica l’acquisizione di adeguate competenze: essa “è tanto più libera quanto più è consapevole”.[7]

Il cammino improvvisativo è simile ad un viaggio. Per intraprenderlo non è fondamentale avere altissime competenze se non quelle basilari e necessarie: uno strumento musicale, la voce, le mani. Il suono è da intendersi come dispositivo di dialogo con sé e con gli altri; un modo di interagire con la realtà, di sviluppare e potenziare, con pochi materiali a disposizione, la capacità di affrontare l’incertezza e l’inatteso.

Il modello didattico-improvvisativo, caratterizzato dalla compresenza di differenti modalità di espressione e generi, ci aiuta a comprendere la complessità umana e musicale. É una forma comunicativa che consente di sviluppare la multidirezionalità e la simultaneità, in quanto si orienta verso sé, verso l’ambiente, verso gli altri, nel tempo e nell’immediato, “qui ed ora”. Non si riduce al rapido susseguirsi di operazioni meccaniche, ma si profila momento fecondo in cui, attraverso la musica, comunicare e sperimentare cangianti stati d’animo.

[...]


[1] VITALI MAURIZIO, Alla ricerca di un suono condiviso, Franco Angeli, Milano, 2004, p. 10.

[2] SPARTI DAVIDE, Suoni Inauditi, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 19.

[3] Ibidem.

[4] Adorno W. Theodor, Introduzione alla sociologia della musica, Einaudi,Torino, 1971, p. 39.

[5] Nicola Pisani , In Provideo: Larealtà improvvisa, tesi di laurea di II livello in Musica Jazz, conservatorio di Frosinone, 2006.

[6] Ibidem.

[7] Kon Maggia Andrea, Il processo improvvisativo, De Musica, Annuario in divenire a cura del Dipartimento di Filosofia-Università di Milano, Milano, Ottobre, 2004, p. 6.

Excerpt out of 34 pages

Details

Title
Imparare improvvisando
Author
Year
2009
Pages
34
Catalog Number
V136877
ISBN (eBook)
9783640445127
ISBN (Book)
9783640444977
File size
806 KB
Language
Italian
Notes
Il testo analizza il ruolo e la funzione dell'improvvisazione nella didattica musicale, in particolare nello studio del clarinetto.
Tags
Imparare
Quote paper
Musik-Lehrer Pasqualino Conte (Author), 2009, Imparare improvvisando, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/136877

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