Il Canto V dell'Inferno, Dante Alighieri


Term Paper, 2008

20 Pages, Grade: 1,3

Dolce Vita (Author)


Excerpt

Indice

Introduzione

1. “Una bella storia, forse una favola”
1.1. La vicenda del canto V
1.2. La tragedia di Francesca dal punto di vista storico e letterario
1.2.1. Francesca da Polenta – una donna medievale
1.2.2. Francesca – il personaggio del canto V
1.3. Gianciotto Malatesta – il traditore o il tradito?

2. „Amor e l’cor gentil son una cosa“

3. Polemica letteraria sul misterio del bacio

Conclusione

Bibliografia

Introduzione

Il canto V dell’ Inferno, dove Dante incontra i lussuriosi Paolo e Francesca, è uno dei canti più belli e nello stesso tempo uno dei più discutibile della Divina Commedia - lo studio monumentale dei peccati umani. Ciò che più sconcerta nell’ Inferno di Dante è l’eternità della colpa, l’impossibilità del pentimento, secondo la teologia cattolica più intransigente. Eppure Dante non era un fanatico della chiesa e per un certo periodo della sua vita fu persino un ghibellino, cioè un laico anticlericale. Il Dante dell’ Inferno non sottomette le ragioni cristiane a quelle umane, ma si sforza di trovare un compromesso.

Lo sconcerto diventa ancora più forte quando si legge nel canto V la vicenda dei due cognati Paolo e Francesca. Proprio essa, per come poeticamente viene descritta, lascia pensare che Dante non fosse del tutto convinto delle verità teologiche della fede cattolica. Questo testimonia la grande pietà da parte del poeta per gli amanti infelici che finisce perfino nello smarrimento. Sappiamo che Dante smarrisce soltanto tre volte in tutta la Commedia. Si parla dei tre tipi dello smarrimento di Dante: l’esterno (provocato dal terremoto nel primo cerchio); l’interno/l’intimo (provocato dal discorso con Beatrice nel Purgatorio) ed il transitorio (di fronte al Dio, dove “smarrirsi” significherà in realtà “ritrovarsi”, ossia passare dalla sfera celestra alla realtà – sulla terra). Questo smarrimento nel canto V non è dovuto né all’angoscia davanti al cataclisma, né alla virtù di una raggiante folgorazione, ma nasce proprio dalla coscienza del confronto tra il Bene e il Male, tra la verità dell’intelletto e la forza delle passioni.

Tra i due infelici amanti e la giustizia divina c’è Dante, un fedele cattolico da una parte ed un innamorato dall’altra. L’episodio che ha reso immortale questo canto non può essere studiato sconnesso dalla esperienza personale dell’autore. L’esperienza umana e poetica di Dante si inscrive tutta sotto il segno di Amore. Dal suo primo sonetto nella Vita Nuova, scritto a diciotto anni, fino all’ultimo verso della Commedia l’Amore è per Dante una interrogazione esistenziale, una domanda di significato. La Commedia ci dimostra il risultato della richerca spirituale di quasi tutta la sua vita.

Evidentemente il canto V tocca tantissimi argomenti come amore, pieta, colpa e gustizia della pena. Nel corso del mio lavoro tenterò di affrontare questi ed altri argomenti, menzionò le corcondanze con le altre opere ed i personaggi, commenterò le recenzioni più notevoli appoggiandomi ai numerosi versi del canto. La domanda radicale, ad quale tenterò di trovare una risposta durante le mie riflessioni, è: Perché Dante ha condannato l’amore, una categoria del Bene, alla sofferenza infernale?

1. “Una bella storia, forse una favola”

1.1. La vicenda del canto V

I due pellegrini Dante e Virgilio scendono dal primo cerchio dell’inferno nel secondo, dove il suo custode e giudice infernale Minosse ascolta le colpe confessate dalle anime dannate e le destina al cerchio della loro punizione cingendosi il corpo con la coda tante volte quanti sono i cerchi che le anime dannate dovranno discendere[1]. Minasse tenta di opporsi all’ingresso di Dante, ma Virgilio lo rimprovera avvertendo che il viaggio del pellegrino è voluto da Dio e ripetendo la formula rituale “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole” (p. 141)[2], che ha già usato con il custode del primo cerchio Caronte. In questo cerchio tenebroso le anime soffrono più dal dolore morale che da quello fisico. Le anime dei lussuriosi sono trascinate da una buffera infernale. Tra quelle si trovano sia i personaggi storici come Semiramide, Cleopatra, Elena e Paride o Tristano come quelli contemporanei e meno conosciute come la riminese Francesca e il ravegnano Paolo che attirano l’attenzione di Dante a cui narrano la loro triste storia.

Francesca rievoca la sua terra (“… su la marina dove ‘l Po discende” (p. 156)) ed il loro assassino lasciando intendere che lui sconta la sua pena nella Caina, il nono cerchio dell’Inferno dove vengono puniti i traditori dei parenti. Ma “a Dante non basta (…) avere conosciuto la triste vicenda di quell’amore: l’alta origine dei suoi protagonisti, la gentilezza dei loro animi, la fatale inclinazione verso gli ameni inganni dalla passione, l’atrocità della morte; perché se questo è stato sufficiente a dargli il senso della tragedia e a muoverlo al pianto (…), egli tuttavia vuol conoscere ancora più a fondo l’origine stessa, la prima radice del peccato, per cercare a se stesso in quale modo stranamente possono insieme andare congiunte, nel fondo dell’anima umana, la grazia e l’intelligenza con il peccato, la fresca e fervida inconsapevolezza degli affetti con la torbida vertigine dei sensi” (Caretti: Il Canto V dell’Inferno, p. 127). Francesca racconta che la lettura di un famoso romanzo francese, iniziata senza alcun sospetto di cadere nel peccato, fece impallidire i due cognati, li spinse più volte a guardarsi negli occhi, ma, quando giunsero al punto in cui Lancillotto bacia Ginevra, furono travolti dalla passione. Il racconto della donna, che Paolo ascolta in silenzio, tocca così intensamente Dante, che sviene per la pietà e per la compartecipazione alla tragedia di due.

1.2. La tragedia di Francesca dal punto di vista storico e letterario

La storia di Francesca è una storia di passione e di peccato, troncata nell’attimo stesso del primo ed ultimo bacio. Dante crea una storia d’amore nella tradizione romantica che non corrisponde precisamente alla realtà. In realtà, andando a guardare alla vera documentazione storica dei fatti, sono pochi i dati veramente riscontrabili. Non vi è infatti traccia né della relazione adulterina né del fratricidio-uxoricidio. Tuttavia se non ci fosse stato il canto V dell’ Inferno, noi non avremmo saputo nulla di Francesca.

1.2.1. Francesca da Polenta – una donna medievale

La reale Francesca apparteneva a quella nobile famiglia che, per circa duecento anni, dominò la città romagnola. Ravenna[3], la cui posizione geografica la coinvolgeva nelle lotte di egemonia e di equilibrio politico ed il trovarsi vicino al mare la rendeva ambita preda dei signorotti vicini, era invischiata negli intrighi e nei conflitti politici. I da Polenta vivevano tra queste sanguinose discordie e Francesca subì tale situazione. Secondo le testimonianze Francesca era bellissima e di animo altero, educata secondo le convenienze della sua condizione sociale e le usanze dell’epoca a una vita signorile in mezzo alle raffinatezze di corte. Si riferisce che a Ravenna accorrevano cavalieri da tutti i dintorni più per vedere Francesca che per misurarsi nei tornei. La sua fanciullezza si svolse nell’apprendimento delle regole del parlare gentile, mentre le pratiche religiose erano intense ed i divertimenti rari. La allegria della sua giovinezza cessò quando le fu annunciato che sarebbe andata sposa al secondogenito di una nota e potente casa Giovanni Malatesta. Francesca aveva allora quindici o sedici anni. Se le nozze furono fatte per ragioni politiche rimane incerto: o il matrimonio fu deciso per suggellare la pace tra i da Polenta e i Malatesta, oppure lo volle il padre di Francesca per gratificare i Malatesta che lo avevano aiutato a imporre il proprio dominio su Ravenna. Il matrimonio avvenne per procura nel 1275, sebbene su questa data non ci sia sicurezza assoluta. Giovanni mandò i suoi ambasciatori a Ravenna, via mare, per chiedere Francesca in sposa. Capo della delegazione era il fratello di Gianciotto, Paolo, poco più giovane di lui e già sposato con Orabile Beatrice. Paolo al contrario del fratello era un uomo di notevole fascino. La sposa venne presentato al suo sposo Gianciotto. Egli la amò impetuosamente e, conscio della propria bruttezza, la coprì di doni. Paolo, preso d’amore, per soffocare questa sua passione, nel 1282 accettò di allontanarsi da Rimini per trasferirsi a Firenze come capitano del popolo. Scaduto il mandato, a seguito del nuovo ordinamento che Firenze si era data, fece ritorno a Rimini, dove nulla era cambiato. Al suo arrivo Gianciotto era fuori città. I due cognati si ritrovarono, e quello che avvenne è la vicenda nota. Come ho già menzionato, il fatto del fratricidio e dell’uxoricidio resta e resterà avvolto dalla leggenda. Tale impenetrabile silenzio si può spiegare con il fatto che i potenti non erano soliti lavare in piazza i panni sporchi delle loro famiglie, quindi gli autori delle cronache medievali erano adulatori dei potenti, ma timorosi di mostrarne al pubblico le colpe. Le parole di un anonimo cronista: “Accadde caso così fatto, che il detto Gioanne Sciancato trovò Paolo su’ fratello con la donna sua et ebbelo morto subito lui et la donna” (http://www.ledonline.it..., p. 15). Tale versione si trova sostanzialmente uguale in diverse cronache del tempo e corrisponde a quella che è la leggenda popolare.

1.2.2. Francesca – il personaggio del canto V

I personaggi del coraggioso ma crudele militare Gianciotto, del bello seduttore Paolo e della ingenua Francesca che cede alla passione sono stati creati per la prima volta da Andrea Lancia chi sarà la fonte di Boccacio. Proprio Boccacio indica sul tratto di carattere di Francesca come una donna cosciente delle sue scelte, perché se avesse saputo dell’inganno, non avrebbe mai accetatto di sposare Giancioto. Essendo invece una vittima innocente dell’inganno diventa un “animo altero”.

Dante dobrebbe conoscere bene tutte le particolarità del matrimonio per procura anche perché è stato ospite nella casa di Guido da Polenta. Dunque dobrebbe sapere che Paolo era già sposato da quindici anni e che Francesca lo sapeva e quindi dobrebbe aver aspettato che il suo promesso sposo sarà Gianciotto e non il bello Paolo. Pero Dante, in un certo senso, la riabilita, anche perché è fuori di dubbio che a quel tempo Francesca veniva fatta passare per una poco di buono meritevole di morte, avendo tradito il marito col cognato. La mette, è vero, nel girone dei lussuriosi, ma riduce questo peccato a ben poca cosa, di fronte all’amore travolgente ch’essa provò per Paolo. E possibile pensare a un semplice omaggio nei confronti di Guido Novello da Polenta, nipote di Francesca, di cui sarà ospite dal 1318 sino alla morte.

L’altra domanda sulla logica del canto sarebbe: Se Dante voleva trattare il tema della lussuria perché non usa uno dei famosi personaggi citati nel canto? Forse è stato proprio il desiderio di non ripetere cose note che l’ha indotto a parlare di una illustre sconosciuta? Non si deve dimenticare pero che tutti i personaggi citati in questo canto non sono cristiani, sicché non potevano avere, al pari di Francesca, una consapevolezza adeguata del male della lussuria.

[...]


[1] Il riassunto del capiloto „Fünfter Gesang“ (p. 74-79) in: Barth, Ferdinand: Dante Alighieri: Die göttliche

Komödie, Darmstadt: Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 2004.

[2] Tutte le indicazioni delle pagine senza menzione dell’autore si riferiscono a: Alighieri, Dante: Commedia. Volume I : Inferno, Milano: Mondadori, 1991.

[3] In seguito, l’nformazione tratta da: Paolo e Francesca nella Letteratura in: http://www.ledonline.it/lededizioniallegati/heysefrancesca.pdf

Excerpt out of 20 pages

Details

Title
Il Canto V dell'Inferno, Dante Alighieri
College
University of Trier
Grade
1,3
Author
Year
2008
Pages
20
Catalog Number
V164680
ISBN (eBook)
9783640796984
ISBN (Book)
9783640796656
File size
510 KB
Language
Italian
Tags
Canto V dell'Inferno, Canto V, Inferno Divina Commedia, Divina Commedia, Francesca e Paolo, Dante Alighieri, Divina Commedia Dante Alighieri
Quote paper
Dolce Vita (Author), 2008, Il Canto V dell'Inferno, Dante Alighieri, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/164680

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