Le due anime del processo di unificazione nazionale

La necessità di un nuovo approccio di ricerca ancora disatteso.


Scientific Study, 2011
16 Pages

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Indice

Biografia

Morte e nascita della nazione italiana

La presenza del fenomeno controrisorgimentale

Il Controrisorgimento filoestense, un fenomeno antiunitario al Centro Nord

Risorgimento e Controrisorgimento: due anime del processo di unificazione nazionale

La necessità di un nuovo approccio di ricerca ancora disatteso

Biografia

Nicola Guerra, nato a Massa il 29 marzo 1969, laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Pisa, è dottorando di ricerca presso il dipartimento di Lingua e Cultura Italiana dell’Università di Turku (Finlandia). Attualmente conduce la sua ricerca di dottorato sull’uso dell’intervista nella storia culturale e sull’uso delle metodologie linguistiche nella ricerca dei fenomeni storici e sociali. È autore di numerose monografie ed articoli che vertono principalmente sulle seguenti tematiche: Emigrazione italiana (Partir Bisogna, 2000), Risorgimento (Controrisorgimento, 2009) e Linguistica (I poeti della curva, 2010 e Espressioni d’I.R.A., 2011).

Morte e nascita della nazione italiana

Da anni Ernesto Galli della Loggia, tenendo distinto il generico sentimento patriottico dalla ricostruzione storico-ideologica del concetto di appartenenza nazionale come operante matrice di valori collettivi, lancia la provocazione storiografica che identifica una delle cause della morte della nostra patria con la disfatta dell'8 settembre 1943[1]. Dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, che segna la fine del periodo storico noto come Guerra Fredda, inizia il processo che porta all'indebolimento della versione storiografica che, fino ad allora, aveva tentato di identificare il risorgere della patria con la crociata della Resistenza contro il fascismo[2], con l'accreditamento alla Resistenza di una supposta, e per molti aspetti più che dubbia, devozione agli interessi nazionali[3]. Renzo De Felice, condividendo la tesi della morte della nazione formulata dal Galli della Loggia, all’interno della sua opera di revisione storica arriva ad affermare non solo che con l'8 settembre si assiste al crollo dell'identità nazionale, mai più ricostruita nel secondo dopoguerra, ma interpreta la scelta di Mussolini di porsi alla guida della Repubblica Sociale Italiana (RSI) come un consapevole sacrificio patriottico sia in difesa da una possibile invasione tedesca sia nella consapevolezza che per una nazione e per la sua storia ed identità è preferibile una sconfitta nel rispetto delle alleanze che una vittoria fasulla e macchiata dal tradimento[4].

Secondo i due storici l'8 settembre segna, dunque, la morte della patria soprattutto in virtù del fatto che con esso si evidenziano le carenze morali degli italiani e una debolezza etico - politica collettiva che vede la maggior parte dei nostri connazionali assumere un atteggiamento disinteressato sia nei confronti della RSI sia della Resistenza al fine di perseguire, come uomini guicciardiniani, il proprio particulare[5]. La tematica della morte della Patria non manca di suscitare polemiche tra gli stessi storici e tra storici e politici; tra queste la più nota è quella tra Galli della Loggia[6] e il Presidente Ciampi[7], che dichiara di «non comprendere cosa intendano i teorici della morte della Patria» e identifica la Resistenza, in dissonanza con il processo di revisione storiografica[8], come un secondo Risorgimento. Sono, dunque, due le interpretazioni che caratterizzano principalmente il dibattito storiografico nazionale sulla Resistenza negli anni Novanta del secolo scorso e che ancora lo animano ad oggi: quella che identifica nel fenomeno resistenziale la rinascita dell’Italia, contrapposta al male assoluto rappresentato dal ventennio fascista spesso concepito come parentesi nella storia patria[9], e quella che, invece, accettando il fascismo come fenomeno storico nazionale, analizza il fatto che la sua caduta sia coincisa con lo sfaldamento del tessuto nazionale a livello istituzionale, con la fuga del Re e dei vertici militari, a livello militare, con la mancanza di direttive e lo sbandamento dell’esercito, a livello popolare, con il prevalere del perseguimento dell’interesse personale sulla partecipazione ai destini della patria, e a livello politico, con il cambio di fronte e il tradimento dell’alleato tedesco che fa dell’Italia una nazione incapace di tener fede alle alleanze ed ai patti in entrambi i conflitti mondiali[10]. La prima interpretazione, quella che identifica la Resistenza con un secondo Risorgimento, mostra, purtroppo, alcune caratteristiche tipiche della storiografia italiana: una eccessiva politicizzazione delle ricostruzioni storiche e un assoggettamento del ruolo dello storico alla politica[11] ; una demonizzazione dei vinti che si batterono in nome di valori diversi da quelli risultati vincitori; e una cancellazione degli sconfitti dalla storia e dalla società nazionale: i vinti come esuli in patria[12]. Manca, in questa interpretazione, una prospettiva nazionale e si preferisce ignorare i vinti o demonizzarli fino a considerarli traditori della patria al soldo dello straniero. Una dinamica di ricostruzione che, come avrò modo di approfondire in questo contributo, affligge anche gli studi sull’epoca risorgimentale all’interno di una lettura dualistica, in bianco e nero, della storia come contrapposizione tra il bene (i vincitori) e il male (gli sconfitti)[13].

Tornando al concetto di morte della nazione, è bene notare che a seguito della caduta del muro di Berlino e con il rafforzamento del fenomeno della globalizzazione, la tematica si arricchisce di nuove considerazioni e prospettive, non solo italiane, che rimandano alla crisi dello Stato nazionale europeo di tipo ottocentesco e della sua sovranità: non appare un caso che i vincitori della seconda guerra mondiale - Usa, Inghilterra e Unione Sovietica - e artefici del mondo postbellico fossero, più che stati nazionali, tre aggregati imperialistici poggianti su valori ideologici prevalentemente materialistici ed universalistici[14]. Recentemente anche Giulio Tremonti, col suo saggio La paura e la speranza[15], pone in evidenza come gli stati nazionali siano orami succubi del mercatismo[16] globale, siano pressoché immobili davanti alla globalizzazione, preparata da illuminati e messa in atto da fanatici, che ha annichilito il senso di nazione per sostituirlo con una fede teologica nella ricerca del paradiso terrestre dei consumi.

[...]


[1] Cfr. E. Galli della Loggia, La morte della patria, Bari - Roma, Laterza, 1996. L’8 settembre 1943 il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio lesse, alle 19,42 dai microfoni dell'EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche), un proclama con il quale si annunciava l'entrata in vigore dell’armistizio firmato con gli anglo-americani che, in realtà, risultò essere una vera e propria resa senza condizioni. L’armistizio coincise con l’abbandono della capitale, Roma, da parte dei vertici militari, del Re Vittorio Emanuele III, di suo figlio Umberto e di Badoglio stesso, che ripararono a Pescara e poi a Brindisi. L’utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali fu dai più interpretata come la fine della guerra, generando confusione presso tutte le forze armate italiane presenti sui vari fronti, e l’esercito si dissolse come neve al sole. Sulla dissoluzione dell’esercito italiano dopo l’8 settembre si veda: R. De Felice, Mussolini l'alleato, II, La guerra civile. 1943-1945, Torino, Einaudi, 1997, p. 92. Per quanto concerne gli eventi dell’8 settembre e le sue conseguenze si vedano: E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Bologna, Il Mulino, 2003. S. Bertoldi, Apocalisse italiana. Otto settembre 1943. Fine di una nazione, Milano, Rizzoli, 1998. R. Zangrandi, L'Italia tradita. 8 settembre 1943, Milano, Mursia, 1995.

[2] Si vedano, tra i molti, in proposito a ricostruzioni storiche che identificano nella Resistenza il risorgere della patria e nel fenomeno di volontariato nella RSI un asservimento allo straniero tedesco: G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana: settembre 1943 - maggio 1945, Milano, A. Mondadori, 1995. P. Alatri, Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista, Milano, Tip. Nava, 1958. R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1964. L. Valiani, G. Bianchi e E. Ragionieri, Comunisti, azionisti e cattolici nella Resistenza, Milano, Franco Angeli, 1971.

[3] Il De Felice nei suoi studi affronta la problematica dell’asservimento di una componente della Resistenza italiana, quella comunista, agli interessi dell’Unione Sovietica e quella del ruolo che il mito di Stalin ebbe su una vasta componente del movimento partigiano. Interessanti le ricostruzioni sulla questione del confine orientale italiano, con parte della Resistenza italiana favorevole ad assoggettare porzioni di territorio nazionale alla nascente Jugoslavia di Tito. Cfr. R. De Felice, op. cit., pp. 174-177, 275, 294.

[4] R. De Felice, op. cit., pp. 60-67.

[5] Il De Felice mette in risalto come la guerra civile italiana sia caratterizzata da una minoranza di italiani che decide di combattere e contrapporsi in uno scontro fratricida, volontari nella Resistenza e nella RSI, e una vasta zona grigia, maggioritaria, che attende il termine della guerra e persegue l’interesse individuale, mirato alla sopravvivenza, senza prender parte alle vicende nazionali. R. De Felice, op. cit., pp. 74-79 e 86-88.

[6] E. Galli della Loggia, Lettera a Ciampi. Presidente, parliamo della Patria, Corriere della Sera 4 marzo 2001.

[7] C.A. Ciampi, Ecco come ho aderito alla Resistenza, intervista con Mario Pirani, la Repubblica 3 marzo 2001.

[8] Il processo di revisione in atto, all’epoca della polemica tra il Presidente Ciampi e il Galli della Loggia, si basa soprattutto su due importanti studi storici che ricostruiscono le vicende della nostra guerra civile: C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991 e R. De Felice, op. cit. Questi studi erano stati preceduti da quelli di Giorgio Pisanò, giornalista, saggista e Senatore del MSI: G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia (1943-1945), Milano, Edizioni FPE, 1965.

[9] Il fascismo sarebbe stato, secondo questa interpretazione di derivazione crociana, uno smarrimento della coscienza susseguente alla I guerra mondiale e, più che essere un prodotto ideologico nazionale, esso, come tendenza, sarebbe stato già presente anche in altri paesi. In definitiva, il fascismo sarebbe stato una parentesi nella storia. Sulle interpretazioni del fascismo si vedano: R. De Felice, Le interpretazioni del Fascismo, Roma - Bari, Laterza, 1969. C. Casucci, Interpretazioni del fascismo, Bologna, Il Mulino, 1982. V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, Roma - Bari, Laterza, 1981. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma - Bari, Laterza, 2002.

[10] Per quanto concerne le vicende inerenti la prima guerra mondiale è utile far brevemente presente che allo scoppio della guerra l'Italia assunse una posizione di neutralità rimanendo in linea col trattato che la univa in alleanza alla Germania e all'Austria - Ungheria (Triplice Alleanza), ma poi, avvicinatasi all’Intesa con il Patto di Londra, Il 24 maggio 1915 dichiarò guerra all'Austria. Cfr. P. Melograni, Storia politica della grande guerra, Bari, Laterza, 1969. M. Rallo, L'intervento italiano nella prima guerra Mondiale e la Vittoria Mutilata, Roma, Settimo Sigillo, 2007.

[11] Galli della Loggia fa notare come per taluni «stracciarsi le vesti contro la sola idea di “morte della patria” e contro il suo uso storiografico serve, in realtà, ad accreditare una versione del passato in vari modi politicamente utile nel presente. Utile per esempio ad accreditare retrospettivamente alla sinistra una supposta devozione agli interessi nazionali in realtà all'epoca per molti aspetti più che dubbia» . Cfr. E. Galli della Loggia, 8 Settembre 1943. La morte delle patrie: così entrò in crisi lo Stato-nazione, Corriere della Sera - Speciale 8 settembre 1943/2003.

[12] Il termine esuli in patria, è una espressione coniata da Marco Tarchi nella sua ricostruzione della storia della destra neofascista italiana, ed in particolare quella del Movimento Sociale Italiano, evidenziando la negazione di agibilità sociale e culturale nella quale furono relegati i neofascisti ed anche gli atteggiamenti psicologici di stranieri in patria assunti dagli eredi del fascismo all’interno di un ambiguo rapporto instaurato fra essi ed un paese in cui, dopo il 1945, non erano in grado di riconoscersi e che, nello stesso tempo, non potevano né volevano rinnegare. Cfr. M. Tarchi, Esuli in patria. I fascisti nell'Italia repubblicana, Parma, U. Guanda editore, 1995.

[13] Sarà De Felice a evidenziare la complessità dei comportamenti che il disorientamento per la liquidazione di Mussolini e per gli avvenimenti dell’8 settembre 1943 determinò negli italiani e ad additare in proposito ricostruzioni in bianco e nero. Comportamenti che secondo il De Felice «una storiografia e una cultura volte non a ricostruire e capire la realtà e la drammaticità di quei mesi, ma a riportare tutto a una schematica contrapposizione in bianco e nero, hanno finito per rendere incomprensibili ed aberranti, mentre invece si trattò di manifestazioni di uno stato d’animo che […] era più diffuso di quanto si creda». R. De Felice , Mussolini l’alleato. 2. Il 25 luglio: crollo del regime e fine politica di Mussolini, Einaudi, 1996, pp. 1366-1367. Anche Pavone offre una coraggiosa ricostruzione delle ragioni di una storiografia nazionale restia ad innovazioni storiografiche e ancorata a ricostruzioni agiografiche improntate ad una visione in bianco e nero della storia: da un lato il bene, incarnato dai partigiani buoni, dall’altro il torto, il male, rappresentato dai nazifascisti assetati di sangue. Secondo Pavone a creare questa immagine «apologetica, levigata e rassicurante» della Resistenza contribuiscono diverse motivazioni. In primis il fatto che gli studi su questa epoca della storia nazionale «avevano progredito ad opera specialmente dell’ampia rete di istituti facenti capo all’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia» e con «ricerche specialistiche, legate il più delle volte alle tradizioni dei singoli partiti antifascisti», ragione per la quale egli colloca il suo studio nell’alveo di una necessaria «ricerca critica» coincidente temporalmente con i grandi eventi internazionali e italiani, la caduta del muro di Berlino e la crisi dei partiti politici italiani legata a tangentopoli, che portano ad un processo di revisione e di rimescolamento delle posizioni ideali e politiche. Di fronte ad un principio di revisione storica messo in atto da alcuni studiosi, la storiografia della Resistenza, «prevalentemente politica» nel senso che vede «nelle linee dei partiti gli unici agenti della storia» , si traduce, secondo Pavone, in «un arroccamento da parte dei difensori della Resistenza che, colti alla sprovvista, si sentono turbati e offesi» e soprattutto temono di vedere indebolito il concetto della Repubblica nata dalla Resistenza. C. Pavone, Una guerra civile. op. cit..., Prefazione all’edizione 1994, pp. IX-XIV.

[14] E. Galli della Loggia, 8 Settembre 1943. La morte … op. cit. Nell’articolo il Galli della Loggia ribadisce «che la disfatta militare non era stata solo la disfatta del regime fascista ma anche di tale idea di patria risalente all'Unità; che la Resistenza, per le sue stesse caratteristiche ideologico - politiche, non aveva potuto fare nulla per rimetterla in piedi. Niente da fare». Ma prosegue aggiungendo « che il dopoguerra europeo - specie quello dell'Europa occidentale continentale, composta (Penisola iberica e Svizzera escluse) di nove Paesi tutti quanti tra il '39 e il '45 sconfitti e occupati dallo straniero - appare anch'esso tutto dominato dall'eclisse dello Stato-nazione e della sua capacità animatrice. […] Tutto ciò ha avuto una conseguenza di immensa portata: e cioè che l'esperienza storica centrale occorsa in questa parte d'Europa dal '45 a oggi - vale a dire lo stabilirsi di una democrazia di massa, quell'esperienza così importante è stata per lo più costretta a svolgersi fuori, e come sradicata, dal quadro di riferimento dello Stato nazionale e delle sue risorse pratico - simboliche, concentrate per antonomasia nell'ambito della politica militare e di quella estera».

[15] G. Tremonti, La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, Milano, Frecce Mondadori, 2008.

[16] Il mercatismo trova il suo presupposto nel fatto che si è spezzata la catena Stato - territorio - ricchezza. Prima lo Stato controllava il territorio e con questo la ricchezza (che si trovava sul territorio: agraria, mineraria, paleo o proto-industriale) detenendo perciò il monopolio della politica (batteva moneta, levava le tasse, faceva la giustizia). La globalizzazione ha dematerializzato ed internazionalizzato la ricchezza, così erodendo le basi del vecchio potere politico nazionale. Il termine mercatismo descrive, dunque, quel fenomeno che vede padrone incontrastato della società il mercato inteso come libero commercio. Il termine unisce il concetto di libero mercato al concetto di consumo totale per tutti e per tutte le tasche: il soggetto dunque consuma in quanto esiste nel mondo, ma al tempo stesso la sua esistenza è definita esclusivamente dal fatto che consuma, che è prima di tutto un consumatore, non un individuo pensante. Il mercatismo come idea che il mercato possa essere la matrice totalizzante esistenziale, la base di un nuovo materialismo storico. Per approfondimenti sulla tematica, oltre al già citato saggio di Tremonti, si vedano: G. Sabattini, I limiti della globalizzazione. Ipotesi per la sua regolazione, Milano, Franco Angeli, 2009. M. Tarchi, Contro l'americanismo, Roma - Bari, Laterza, 2004. H. P. Martin e H. Schumann, La trappola della globalizzazione. L'attacco alla democrazia e al benessere, Bolzano, Raetia, 1997.

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Title
Le due anime del processo di unificazione nazionale
Subtitle
La necessità di un nuovo approccio di ricerca ancora disatteso.
College
Turku School of Economics
Author
Year
2011
Pages
16
Catalog Number
V195538
ISBN (eBook)
9783656215769
ISBN (Book)
9783656218036
File size
520 KB
Language
Italian
Tags
Italy, Risorgimento, Method, Nationalism, National unification, Nicola Guerra, Controrisorgimento, Historiography, Habsburg, Brigantaggio, Estensi
Quote paper
Nicola Guerra (Author), 2011, Le due anime del processo di unificazione nazionale, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/195538

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