Aspetti linguistici nella Spagna Musulmana


Essay, 1997
44 Pages, Grade: 1,0

Excerpt

Indice

PARTE PRIMA: Introduzione storica alla Spagna musulmana

PARTE SECONDA: Lo zagial di Ibn Quzman e la sua importanza per gli studi di arabisti e filologi romanzi Appendice con esempi di zagial

PARTE TERZA: Studio dei romanismi nel dialetto arabo andaluso sull ’ esempio di due zagial diIbn Quzman

CONCLUSIONE

NOTE AL TESTO

BIBLIOGRAFIA GENERALE

I. INTRODUZIONE STORICA ALLA SPAGNA MUSULMANA

In questa sezione della nostra ricerca vorremmo tratteggiare, nei limiti quantitativi entro i quali ci muoviamo, un quadro storico dell’Andalus islamica, per poter poi passare, nella seconda e terza parte del nostro lavoro, ad occuparci più dettagliatamente della forma poetica dello zagial, poesia in arabo dialettale andaluso, sviluppatasi nella Spagna musulmana con Ibn Quzman (1080-1160), chiamato in spagnolo Abencuzmàn.

Per quanto concerne lo zagial, si tratta, secondo il nostro punto divista interpretativo, di una forma di poesia essenziale per gli studi comparativisti in generalee, in particolare, per gli studi comparativisti di filologia romanza, che s’incentrano sull’evoluzione della lingua, considerandone gli apporti stranieri, adesempio prestiti e calchi.

Nel caso inesame, si tratta di analizzare la compenetrazione della lingua spagnolaedella lingua araba all’interno della matrice plurilinguisticaemulticulturale sulla quale si basa la produzione degli zagial di Ibn Quzman nell’Andalusia musulmana, accennando - sempre nei limiti del possibile - anche al problema linguistico della diglossia, che permea l’intera produzione poetica del nostro autore, il quale è considerato il veroeproprio “creatore” (anche se a torto, come avremo modo di rilevare nella seconda parte della nostra ricerca) dello zagial andaluso, poi diffuso anche in Europaenel Maghreb non solo, ma anche all’interno di tutto il mondo arabo, a partire dal XIIesimo secolo, periodo in cui questa forma poetica conobbe il periodo di massimo splendore.

Ci preme soprattutto sottolineare la simbiosi tra la lingua spagnolaela lingua araba, una simbiosi cheera frutto dell’evento storico della conquistaedella dominazione plurisecolare araba in Spagna.

Le campagne arabe in Spagna furono tra le più importantiedessenziali all’interno del movimento diespansione islamica del Maghreb verso l’Europa. Di conseguenza, le tracce culturalielinguistiche lasciate dagli arabi in Spagna, sono, come vedremo alla fine del presente capitolo,essenzialievitali per la formazione della Spagna medievale dal punto di vista culturale, letterario, linguisticoed artistico.

I primi conquistatori berberi toccarono il suolo spagnolo nel luglio del 710. Furono i berberienon gli arabi orientali a giungere in Spagna per primi. Questo fatto comporta due conseguenze storiche di fondamentale importanza, che incideranno non poco sullo sviluppo linguistico della Spagna. Innanzitutto, questo fatto legherà culturalmente la Spagna musulmana alla cultura maghrebinae, in secondo luogo,esso ci indica come non saranno gli Abbasidi, dinastia dal 750, a dominare l’Andalus, ma il potere omayyade ormaiestinto in Orienteed praticamenteesportato nella Spagna musulmana.

L’elementoetnico assume qui rilievo fondamentale: l’impero omayyade si è detto sempre arabo,eil Maghreb preislamico è sempre stato contraddistinto dall’elementoetnico berbero. Dal punto di vista linguistico,etnicoeculturale, in Andalus avverrà un proficuo incontro berberoarabo. Dal punto di vista quantitativo, occorre comunque sottolineare insieme allo storico Albert Hourani che “il flusso di Berberi dal Maghreb alla Spagna si protrasse più a lungo dell’immigrazione araba dall’est,efu probabilmente più cospicuo” (1).

Nel 711, sarà infatti Tariq ibn-Ziyad, un berbero incaricato da Tarif, un cliente di Musa Ibn Nusayr, governatore omayyade del Nord Africa, a conquistare la Spagna visigota (2). Questa conquista, dal punto di vista linguistico, ha lasciato la sua traccia ancora oggi nella parola Gibilterra, che è un calco sullo stato costrutto arabo Jabal al-Tariq, che tradotto significa “monte di Tariq”.

La conquista territoriale araba in Spagna avvenne conestrema celerità,enel corso di pochi anni furonoespugnate le principali città spagnole, tra cui, adesempio, Saragozza, caduta in mano araba nel 713. Citiamo l’esempio di Saragozza per spiegare un altro interessante incontro tra due lingue: in questo caso il latinoel’arabo. Saragozza è un prestito linguistico di grande interesseeabbastanza raro, in quanto, come conferma il filologo romanzo C. Tagliavini (3), costituisce unesempio di arabismo in cui la lingua araba è servita da tramite per l’evoluzione fonetica spagnola: infatti dalla denominazione Caesaraugusta, per contrazione si è giunti a Zaragoza, che comunque, come indica G. B. Pellegrini (4), è un adattamento fonetico all’arabo visibile nella trasformazione della -st in -z.

Respinti dai Franchi a Tours, i musulmani consolidano il loro potere sulle conquiste al di qua dei Pirenei, ostacolate comunque dalle lunghe guerre civili tra le tribù arabeeberbere di diversa provenienza geografica, unelemento politico-militare caratteristico di questa regione anche in futuro.

Si tratta di un ventennio di conflitti, che cronologicamente si può inquadrare secondo le indicazioni dello storico Hitti, il quale scrive che “the strife between the two factions in the Moslem ranks of Spain affords the key to the history of the period between the battle of Tours in 732 and the heroic advent of the Umayyad Abd -al-Rahman I in 755” (5).

È con questo sovrano omayyade che inizia in senso veroeproprio l’evoluzione culturalee politica dell’Andalus, in opposizione politica alla dinastia abbaside di Baghdad oramai consolidata. Così, i suoi trentadue anni di regno “fueron tiempo suficiente para queelemirestableciera las que serìan bases duraderas de Al-Andalus” (6).

Dal punto di vista culturale, comunque, non ci fu mai una frattura definitiva tra il Mashriqeil Maghreb, cioè tra l’Orienteel’Occidente musulmano. In questo contesto, possiamo citare l’arabista italiano Francesco Gabrieli, che in proposito suggerisce che, non solo la Spagna rappresentò nei secoli del dominio arabo un ponte tra OccidenteeOriente, ma un veroeproprio laboratorio linguistico “che tutto accoglieedelabora …;ealla tradizione orientale aggiunge infine qualcosa di proprio, di tipicamente occidentale” (7).

Non condividiamo invece la tesi dello storico Albert Hourani, quando parla del “cammino separato” (8) intrapreso dalla Spagna musulmana, senza accennare al mantenimento del ponte tra OrienteeOccidente all’interno del vasto mondo musulmano che comunque rimase sempre caratterizzato da una relativa unità religiosaeculturale, pur mantenendo il suo aspetto pluralistico a tutti i livelliein tutti gli ambiti culturali, religiosied artistici.

Si trattava infatti sempre della stessa lingua arabaedella comune fede islamica. Si assiste, nel corso del regno di Abd-al-Rahman I., ad un fenomeno di forte consolidamento del dogma islamicoealle ricerca della purezza rigorosa della religione del Profeta Maometto, che va di pari passo con la legittimazione dinastica del potere omayyade dell’Andalus, che si rifà direttamente alla dinastia degli omayyadi di Damasco, sconfitta in seguito alla rivoluzione abbaside del 750.

Di fondamentale importanza fu la conquista di Cordova nel 756, città che sarebbe divenuta la capitale della Spagna musulmana, non solo dal punto di vista politico-amministrativo, ma anche in ambito culturale, religiosoed artistico-letterario. Fu, come vedremo, anche la città di Ibn Quzman, che vi visse durante il periodo almoravideepoi almohade.

Il peso politico di Abd-al-Rahman I.edei suoi successori fino ad Abd-al-Rahman III., rese possibile la formazione politica della Spagna musulmana qualeemirato indipendente rispetto all’impero musulmano della dinastia abbaside.

Ancora più che in guerra, Abd-al-Rahman I. seppe gestire la Spagna musulmana nei periodi di pace, cosa che contribuì alla grande fioritura culturale, proseguita poi sotto Abd-al- Rahman II., il cui fine, nel corso delle guerre contro la potenza cristiana, fu sempre quello della pacificazione del proprio territorio, che favorì inesorabilmente lo sviluppo dei commerci, della diplomaziaedelle opere intellettualiescientifiche.

Il potere omayyade seppe manifestarsi per mezzo delle grandi opere architettoniche, quali, adesempio la moschea di Cordova, che, come annota Hitti “soon became the Ka’bah of Western Islam” (9).

Il cosmopolitismo della Spagna musulmana, presente fin dal primo secolo del dominio omayyade, generò un forte movimento intellettuale che fece della Spagna musulmana uno dei centri più importanti della cultura mondiale tra il IX.el’XI. secolo. Il culmine dello sviluppo culturaleeletterario si raggiunse invece con il regno dell’ottavoemiro omayyade di Spagna, Abd-al-Rahman III. (912-61), che fece della sua capitale, Cordova, una veraepropria rivale di Baghdad.

La cultura della Spagna musulmana aveva il suoepicentro nelle cittàepresso la corte califfale di Cordova. Erano le nuove città, con i loro governi dominati da Arabi, a divenire il centro di un più ampio irradiamento della culturaeanche della lingua. Nell’Andalus vediamo, infatti, che, dal punto di vista linguistico, la lingua parlata, con i vari dialetti locali influenzati dalle varietà linguistiche preesistenti, si affianca alla lingua scritta che, come fa notare Albert Hourani, si manteneva “in una forma la cui unitàecontinuità veniva garantita dal Corano, il libro rivelato della lingua araba” (10).

In realtà, le lingue dell’Andalusia musulmana furono cinque. Dueerano colloquiali, il caratteristico arabo andalusoeil dialetto romanzo, che in seguito si sarebbeevoluto verso lo spagnolo medioemoderno;esseeranoentrambe usate in varia misura da musulmani, cristianiedebrei. Accanto a queste due lingue parlate, vierano ben tre lingue scritte: l’arabo classico, il latinoel’ebraico.

In linea di massima, si può dunque affermare che la società andalusaera formata da un fecondo miscuglio dielementietnici disparati: musulmani,ebreiecristiani; arabi, berberi, spagnoli indigeniesoldati di ventura dall’Europa occidentaleeorientale, tra cui gli slavi. Ovviamente, dal punto di vista puramente quantitativo, “es mayoritarioelelemento indígeno, hispanorromano-visigodo, que, sinembargo, no se impone culturalmente a los musulmanes, sino que adopta su modo de vida, aunque realice algunas aportaciones de gran interés. La transformación de la sociedad anterior a la invasiónes completa, pero conviene advertir que Al- Andalus ofrecerà una personalidad propia dentro del Islam; peculiaridad que no consiste únicamenteen la diferencia polìtica qued genera un gobierno omeya frente al resto del mundo islàmico regido por los abasidas” (11).

Il fattore multietnico non va visto, a nostro avviso, solo nella sua valenza negativa, determinata dal fatto cheesso fu “uno de los factores más importantes que impide la consolidación de un Estado andalusí” (12), poiché, va detto che comunque questa società multietnicaecosmopolita aveva il suo centro nell’istituzione del califfato omayyade di Cordova. Intorno alla corte del califfo viera infatti l’élite andalusa di famiglie che rivendicavano un’origine araba, discendenti dei primi coloniecon ricchezzeepotere sociale derivanti da incarichi governativiedal controllo delle terre da coltivare.

Fu alla corte degli ultimi omayyadienella loro cerchia che fece la sua prima comparsa una cultura caratteristicaeraffinata. Da quanto accennato, si può facilmente dedurre che il declino della dinastia che si fece poi sentire agli inizi dell’XI. secolo, dopo la morte del più grande uomo politicoedi stato dell’epoca, l’emiro al-Hajib-al-Mansur, deceduto nel 1002, significò anche un relativo “arresto” dal punto di vista culturale. Si assistette alla disgregazione politica del regno in diversi principatieal progressivo rafforzamento della Reconquista cristiana, alla quale possiamo purtroppo solo accennare, senza descriverla in dettaglio.

Si tratta di un duplice declino: sia della cultura araba che dell’Islam, un declino che riguarda insieme la linguaela religione. Infatti “los dos grandes fuerzas sobre las que se asentara todo poderen Al-Andalus,el Islam, comunidad de creyentesen igualdad que non distinguíaentre árabes, berberiscos o godosenel seno de la 'Umma, yel arabismo, que aportaba la identidad cultural de su lenguaje yel sentido aristocràtico de sus clanes, sufrieron un declive paralelo” (13).

L’ultima roccaforte musulmana di Spagna cadrà, però, appena quattro secoli dopo, nel 1492: si tratta di Granada, ultima traccia del potere politicoereligioso musulmano in seguito per sempre svanito dalla Penisola anche se rimasto in numerosi aspetti culturalied artistici fino ai giorni nostri.

Retrospettivamente, comunque, si può dire con Hitti che “the reigns of Abd-al-Rahman II and his successor al-Hakam II (961-76), together with the dictatorship of al-Hajib al-Mansur (977-1003), mark the apogee of Moslem rule in the West. Neither before nor after this was Moslem Spain able toexercise the same political influence in European and African affairs” (14).

Possiamo in questo contesto solo accennare agli ambiti della vita sociale, culturaleedeconomica che conobbero un notevole sviluppo al momento culminante del potere omayyade nella Spagna musulmana. Basti pensare all’agricoltura, alle manifatture, ai commerci, all’evoluzione intellettualeescientifica, alla poesia, all’amministrazioneealla politica.

Ci fu, inoltre, uno sviluppo notevole delle universitàedella ricerca scientificaeletteraria, prodottaesostenuta dalla simbiosi culturale presente nella Spagna musulmanaedalla diversità religiosaelinguistica tra i suoi abitanti.

Dalle rovine del califfato omayyade di Spagna,emerse poi nella seconda metà dell’XI. secolo, un agglomerato di piccoli stati che si scontravano in battaglie fratricide, cosa che favorì l’avanzata cristiana dal Nord, che, con il movimento della Reconquista, mirava al dominio politicoereligioso su tutta la Spagna musulmana,eche, come abbiamo visto, sarà realizzato definitivamente all’indomani della caduta della Granada musulmana nel 1492. Questi piccoli regni vengono detti in arabo “muluk al-tawa ’ if”, termine tradotto in spagnolo con “reyes de taifas”.

Dal punto di vista politico, “la desintegración del califato,en 1031,en diversos gobiernos indipendentes, supone una radical transformaciónen la concepción del poderen Al-Andalus” (15).

Il potere infatti non è più legittimo, né pretende diesserlo. Nessuno di questi regni mira a ricostituire l’Andalus o a rivendicare il titolo di califfato. Nascono solamente diversi titoli onorifici, quali adesempio malik (re)edemir (principe). Va da sé che questo periodo storico detto dei “reyes de taifas” significò per l’Andalus un’epoca di relativa indifferenza religiosaedottrinale, cheebbe le sue ripercussioni anche sulla vita culturaleeintellettuale,essendoci in terra andalusa ancora un vivo fermento filosoficoepoetico.

Successivamente a questaepoca di disintegrazioneeframmentazione del potere politico, ci fu nuovamente la ripresa del dominio dinastico affermato da due invasori nordafricani: la dinastia degli almoravidi (1090-1147), seguita da quella degli almohadi (1147-1269). Le due dinastie berbere di Spagnaebbero due caratteristiche comuni: il rigore religiosoela lotta contro i sovrani cristiani di Spagna, che siera interrotta durante il periodo dei reyes de taifas, poteri locali illegittimi.

Infatti, questi ultimi “abandonan una de las misionesesenciales del gobernante musulmàn: la defensa de la comunidad frente a susenemigos” (16), stipulando in diverse occasioni dei trattati con le potenze cristiane in opposizione al Maghreb islamico. La conseguenza di questa caduta degli ideali coranici implicò anche un atteggiamento culturale di indifferenza religiosa.

Per quanto concerne gli almoravidi, si trattava di una dinastia militare di origine berbera, di rigorosa ispirazione religiosaemorale coranica, ma presto decaduta a causa delle lotte intestine tra le sue fazionieper la dilagante corruzione. Essa degenerò infatti in un dispotismo militaree, dal punto di vista religioso, in un vuoto nomo-centrismo senza più la dimensione della pura fede islamica.

Come opposizione agli almoravidi si sviluppò la dinastia almohade, anch’essa maghrebina, che iniziò a conquistare il Marocco almoravide negli anni quaranta del XII. secolo, giungendo poi anche nelle regioni dell’Andalus. Fu una dinastia che, citandone l’elementoessenziale, si basava sul mahdismo, l’ideologia profetica propagata da Ibn Tumart, intrisa di ortodossiaedi iconoclastia. Al-Andalus fu però, nell’insieme, poco influenzata da questa propagande almohade,ed il malikismo continuò a dominare il suo panorama giuridico.

Il fondatore della dinastia muwahiddita (così viene detta in arabo, in riferimento a wahid, che significa affermazione dell’unicità di Dio) fu poi il successore di Ibn Tumart, Abd-al- Mu’ib Ibn Ali, con capitale in Marocco,edestensione territoriale fino all’Algeria. Fu un periodo di decadenza dottrinale, devianza dall’Islam sunnita,e, dal punto di vista culturale, un’epoca di stagnazione per la scienza, la poesiaela letteratura in generale.

Ibn Quzman visse a cavallo tra le due dinastie nordafricane.

Dal punto di vista politico-religioso, i califfi muwahidditi di Spagna, cercarono di realizzare - anche se con scarso successo - l’ideale coranico della guerra santa contro le invasioni cristiane. L’esercito della Reconquista riuscì infine a sconfiggere del tutto la dinastia muwahiddita nel periodo del califfo Muhammad al-Nasir (1199-1214).

La Spagna musulmanaera ormai - nella metà del Duecento - inglobata nei regni cristiani che, col passare del tempo, frammentarono la sua unità. Con il declino degli almohadi, un potere musulmano andaluso autonomo, riprese comunque spazio, all’inizio sotto la leadership dei Banu Hud a Cordova,ed infine sotto quella dei Banu Nasr (nasridi) a Granada, i quali “provided the last representative of Moslem authority in the peninsula” (17).

A partire dalla seconda metà del XIII. secolo, si assiste infatti a due fenomeni che segnalano l’irrecuperabile disgregazioneeframmentazione dell’Andalus: la cristianizzazione della Spagnaela sua progressiva unificazione politicaeculturale. Ci fu un processo di forte assimilazione dell’elemento musulmano a quello cristiano dei conquistatori.

Rimasero però ancora, fino alla loro definitivaespulsione dalla Spagna, i mudejares, i musulmani non convertiti al cristianesimo, che preservavano ancora le loro leggiecredenze, nonostante la sottomissione politica ai cristiani. Dal punto di vista linguistico, questo periodo segna una marcataevoluzione verso l’assimilazione, se non soppressione, della lingua araba. Infatti, “many of the Mudejars were now forgetting their Arabic, adoptingexclusively the Romance tongue and becoming more or less assimilated to the Christians” (18).

L’unificazione delle corone di CastigliaeAragona nel 1469, segnò l’inizio della fine della Spagna musulmana. Il regno nasride di Granada viveva anche una crisi interna, manifestata dalla successione rapida di molti califfi, simbolo della rovina del califfato granadino. L’assedio di Granada pose fine alla Spagna musulmana nel gennaio del 1492.

In contrapposizione al modello della dhimmaedella tolleranza religiosa dell’Islamedella sua legislazione protettiva rispetto alle religioni del Libro, gli Imperatori cattolici di Spagna, diedero inizio, nel 1499, con la leadership del Cardinale Ximénez de Cisneros, alla loro spietata campagna di conversioni forzate.

Ciò significò la fine per la cultura arabaela letteratura arabico-spagnola. Fu la fine anche della tolleranza religiosa,etnicaeculturale tipica dell’Andalus, contraddistinta dal cosmopolitismoedal plurilinguismo. Per quanto riguarda in particolare la conversione, notiamo invece come la conversione all’Islam, con la conquista arabo-berbera della Spagna dopo il 711, fosse del tutto contrapposta a questa riconversione forzata al cristianesimo.

Per citare unesempio a sostegno della nostra tesi a favore della tolleranza linguistica, religiosaesociale islamica, vorremmoesaminare quanto afferma A. G. Palencia: “Estos primeros convertidos debieron de notar muy pocoel cambio a la nueva fe, ya que su vida mejoróenel aspecto jurídico y social, pasandoelesclavo a libre, yestandoel libre casiexento de pechos y tributos, causasestas que facilitaron la rápida islamización de la Península” (19).

A Granada si procedette a mettere al rogo i manoscritti arabi. I pochi musulmani che rimasero in Spagna, venneroetichettati come Moriscos, fino alla loro definitivaespulsione dalla Spagna cattolica. Gli spagnoli musulmani usavano un idioma dialettale romanzo, anche se scrivevano con caratteri arabi. Il clima di intolleranzaera talmente pesante che, una parte dei mudejares, segregati insieme ai Moriscos, “became crypto-Moslems, professing Christianity but secretely practising Islam” (20).

L’apice della cristianizzazione forzata si raggiunse nel 1556, con la legge promulgata da Filippo II., che imponeva ai musulmani rimasti in Spagna di abbandonare la propria lingua, la religione, le istituzioniela propria maniera peculiare di vivere. Mezzo secolo dopo, nel 1609, seguì l’ordine diespulsione generale di tutti i musulmani della Spagna cattolica.

Il noto storico Lane-Poole descrive questaevoluzione con la seguente metafora: “The Moors were banished; for a while Christian Spain shone, like the moon, with a borrowed light, then came theeclipse, and in the darkness Spain has groveledever since” (21). Si tratta a nostro avviso di una metafora molto calzante per descrivere l’evoluzione della Spagna musulmana in rapporto all’azione della Reconquista cristiana.

Concludiamo la nostra breve introduzione sullo sviluppo storico dell’Andalus con le parole di Lane-Poole, dedicandoci ora, nelle due parti seguenti del nostro lavoro, alla poesia dello zagial di Ibn Quzmaneal suo fenomeno di multilinguismo, fondamentale sia per gli arabisti che per i filologi romanzi.

Infatti, concordiamo con Hitti quando afferma che “Moslem Spain were one of the brighest chapters in the intellectual history of medieval Europe” (22).

II. LO ZAGIAL DI IBN QUZMAN E LA SUA IMPORTANZA PER GLI STUDI DI ARABISTI E FILOLOGI ROMANZI

Dedichiamoci ora alla forma poetica dello zagial, sviluppatasi in terra andalusaedelaborataessenzialmente per opera del poeta Ibn Quzman (1080-1160). La vicinanza delle due lingue, quella spagnolaequella araba, ovviamente determinata da secoli di dominio arabo in Spagna, si palesa soprattutto in questa forma di poesia realisticaevicina alleespressioni sociali popolari, redatta in dialetto arabo andalusoeintrisa, come vedremo, di influenze ispanoromanze. Questa matrice popolare non deve però indurre a pensare a questo tipo di poesia come ad una poesia di derivazione popolare.

Infatti, come sottolinea il noto arabista italiano Francesco Gabrieli (23), Ibn Quzman, il più famoso autore di zagial, fu un uomo di cultura, che utilizzò l’elemento poetico popolaresco quale strumento per conferire dinamicitàerinnovare la tradizione poetica classica della lingua araba, oramai in forte stagnazione, agli inizi del XII. secolo. Sappiamo, infatti, che all’interno della storia linguisticaeletteraria araba, il XII. secolo segna un declino inarrestabile della filologiaepoesia araba, che aveva vissuto il massimo splendore nel primo periodo abbaside,ein quello omayyadeepre-islamico precedenti.

L’Andalus, nei secoli del dominio arabo, rappresentò non solo un ponte tra OccidenteeOriente, ma, come abbiamo avuto modo di vedere, anche un veroeproprio laboratorio linguistico di trasformazione di forme letterarieelinguistiche, in cui alla tradizione orientale si aggiunge infine qualcosa di proprio, di tipicamente occidentale, a cui si son di recente appuntati gli interessiegli studi dei comparativisti: la poesia stroficae, in ultima analisi accentuativa, sorella maggiore se non addirittura madre della lirica romanzaeuropea” (24).

Di conseguenza, dal punto di vista occidentale,e, in particolare, se consideriamo lo zagial dal punto di vista linguisticoefilologico spagnolo, notiamo come sia vero che l’elemento popolare romanzo in generaleespagnolo in particolare,entrasse nelle poesie di Ibn Quzman sotto forma di kharaj, cioè formula di congedo, ma, d’altra parte, vediamo che la genesi della poesia strofica romanza, dal punto di vista strutturaleeanche lessicale, sarebbe impensabile senza l’apporto linguisticoeculturale arabo.

[...]

Excerpt out of 44 pages

Details

Title
Aspetti linguistici nella Spagna Musulmana
Course
Geschichte der Literatur und Kultur in Andalusien
Grade
1,0
Author
Year
1997
Pages
44
Catalog Number
V232178
ISBN (eBook)
9783656484042
ISBN (Book)
9783656483977
File size
677 KB
Language
Italian
Notes
Tags
aspetti, spagna, musulmana
Quote paper
Dr. phil. Milena Rampoldi (Author), 1997, Aspetti linguistici nella Spagna Musulmana, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/232178

Comments

  • No comments yet.
Read the ebook
Title: Aspetti linguistici nella Spagna Musulmana


Upload papers

Your term paper / thesis:

- Publication as eBook and book
- High royalties for the sales
- Completely free - with ISBN
- It only takes five minutes
- Every paper finds readers

Publish now - it's free