Sull’Iliade di Omero tradotta in veneziano da Giacomo Casanova


Essay, 2012

20 Pages, Grade: 10


Excerpt

INTRODUZIONE

Giacomo Casanova, come è noto, fece due traduzioni, o per meglio dire rifacimenti, dell' Iliade, ambedue in ottava rima. La prima traduzione è in toscano, comprendente diciotto dei ventiquattro canti di Omero, di cui diciassette furono da Casanova personalmente curati e pubblicati in tre tomi a Venezia negli anni tra il 1775 e il 1778; questi tomi furono sottoscritti da molti illustri nomi, ma il quarto, che avrebbe dovuto contenere i sette ultimi canti, non fu mai pubblicato. La seconda traduzione è in veneziano, comprendente otto canti su ventiquattro dell’originale, e rimasta inedita fino al 20051. Questi otto canti dell' Iliade in veneziano sono tramandati nel manoscritto autografo Umschlag (faldone) 25, fascicoli 1-72, conservati nel fondo lasciato dallo stesso Casanova al Conte di Waldstein nel Castello di Dux, ora nazionalizzato e custodito nell'Archivio di Stato di Praga.

Scopo di questo lavoro è tentare di ridare una fisionomia al motivo che spinse Giacomo Casanova alla redazione di una traduzione dell’ Iliade di Omero in lingua veneziana, in un’epoca e in un clima culturale segnati profondamente, e talvolta anche aspramente, dal dibattito letterario, dalla famosa Querelles des Ancients et des Modernes prima e dalla questione primitivista poi, da cui prese le mosse il dibattito sui vari orientamenti relativi alla traduzione delle opere omeriche. La questione di Giacomo Casanova traduttore omerico può essere, a mio avviso, affrontata in modo stratificato, concentrandosi su quelli che si possono considerare come tre piani di lettura. Il primo livello, nel mio intendimento, è quello letterale dell’opera, in cui risiedono le motivazioni che l’autore dichiara in prima persona, inerenti allo scopo e alle modalità che lo indussero a imbarcarsi in una simile operazione letteraria. Indipendentemente dalla veridicità di queste dichiarazioni, vorrei cercare di capire quali informazioni sono deducibili in relazione al dato biografico dell’autore e agli scopi reali che questo perseguiva. Direttamente connesso con quanto appena detto, il secondo piano di analisi è rappresentato dall’approfondimento delle radici letterarie della traduzione. Queste, non per forza in contrasto con le istanze precedentemente considerate, ma ad esse complementari, sono da intendere non come il “vero motivo” che indusse l’avventuriero- libertino-patriota-letterato veneziano alla traduzione omerica, bensì come l’insieme delle contingenze culturali, sia quelle più immediate che quelle di più ampio respiro, che innescarono il lavoro, in stretto legame anche se non in rapporto speculare, con le prime ragioni considerate, che del pensiero casanoviano costituiscono l’espressione di facciata. È questo un punto piuttosto delicato della ricerca svolta. La traduzione dell’ Iliade di Casanova in lingua veneta, infatti, costituisce un fenomeno non particolarmente preso in considerazione dall’accademia, (se non, con un buon approfondimento, da Gilberto Pizzamiglio), all’interno della produzione letteraria dell’avventuriero, con relativa scarsità di fonti al riguardo. Oltre a questo, all’interno del secondo punto, vorrei cercare di delineare come l’ Iliade casanoviana si inserisce all’interno del dibattito sulla traduzione omerica con le altre traduzioni del secolo

XVIII, che precedettero e seguirono quella di Casanova. Il terzo piano di lettura che voglio affrontare nella comprensione dell’ Iliade veneziana di Giacomo Casanova riguarda invece il rapporto che l’opera stabilisce con il clima politico dell’epoca partendo dall’area veneta, terra d’origine dell’autore, e approdando a quella italiana ed europea. Vorrei fare una precisazione riguardo ai tre passaggi appena schematizzati: il filo rosso dell’elaborato resterà il tentativo di rispondere alla domanda circo il motivo per cui Casanova abbia tradotto l’ Iliade in veneziano, usando un vernacolo, nel momento in cui la cultura italiana si dispiega in modo compiuto ai grandi orizzonti filosofici e letterari internazionali. A che livello si inserisce quest’opera all’interno del dibattito coevo sulla traduzione omerica e sulle querelles culturali in voga all’epoca? Quali risvolti, nel caso ne avesse, si dispiegano in ambito politico in un opera di tale portata?

PARTE PRIMA

‹‹ Un libro che non pu ò esser di utile alcuno ›› 3

1.1 IL RITORNO A VENEZIA.

Ritengo utile e doveroso iniziare tracciando un profilo del contesto storico e biografico dell’autore negli anni precedenti e contemporanei alla redazione della traduzione in vernacolo veneziano della sua Iliade. Con la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo XVIII si chiude per Casanova un periodo all’insegna dell’amore e dell’avventura, mentre sta per aprirsene un altro più impegnato in attività letterarie e fatiche d’altro genere4. Casanova nel 1769 tornò in Italia dopo le peripezie francesi e polacche, recandosi dapprima a Livorno, poi a Napoli, Salerno, Roma, Firenze e Bologna. Sono questi anni di attesa, il suo unico sogno era invero quello di ritornare a Venezia dopo la rocambolesca fuga dai Piombi avvenuta nel 1756. Nel 1772 si recò a Trieste, città nella quale, durante l’anno 1774, ricevette la notizia della grazia concessagli ufficialmente a riconoscimento degli utili servigi di mediazione che riuscì a compiere tra l’Austria e il governo veneziano, contribuendo a mantenere tra i due stati cordiali relazioni. Dedicò, nella città giuliana, molte ore ai suoi progetti letterari, in particolare alla stesura della Istoria delle turbolenze della Polonia dalla morte di Elisabetta Petrowna fino alla pace fra la Russia e la Porta Ottomana, di cui era iniziata la pubblicazione presso l'editore De' Valeri di Gorizia. Di quest'opera incompiuta si conoscevano solo i primi tre volumi, pubblicati nel 1774. Finalmente, il 14 settembre di quello stesso anno, Giacomo Casanova poté rivedere la sua amata città dopo 18 anni di esilio. Era però un Casanova molto mutato, per esperienza o per necessità, dall’avventuriero galante reso celebre dalle Memorie, le quali, proprio nel 1774, interrompono la loro narrazione. Non trovo privo di interesse il dato secondo cui l’atteggiamento tenuto da Casanova era in questi anni diverso rispetto a quello per cui divenne famoso. Ora l’attitudine era quella del suddito zelante e del cristiano timorato. Si leggono in questo periodo, non senza meraviglia, certe sue moralistiche denunce, come nella "riferta" del 1º dicembre 1776: ‹‹Non vidi ne' Teatri eccessive licenze o scandali degni di essere riferiti alla sapienza di VV. EE., ma ne scoprii bensì d'importanti nel Teatro a San Cassiano aperto sei giorni fa. Donne di mala vita e giovinotti prostituiti commettono ne' palchi in quarto

ordine que' delitti che il governo, soffrendoli, vuole almeno che non sieno esposti all'altrui vista. Così avviene dopo l'opera. Un provido comando, che il Teatro non debba rimanere oscuro se non dopo che tutti sieno usciti da' palchi potrebbe essere un facile rimedio ad una parte di questo male. Quegli uomini che hanno l'incombenza di visitare i palchi dopo terminata la rappresentazione, potrebbero eccitare ad uscirne quelli de' quali la soverchia dimora può facilmente essere sospettata››5. Va dunque tenuto conto dello spartiacque che nella vita di Casanova rappresenta il rientro a Venezia nel 1774, anno in cui termina anche la narrazione contenuta nell’ Histoire de ma vie. Ciò al fine di comprendere meglio, senza lasciarsi prendere troppo la mano da facili conclusioni, che significato ebbe la traduzione dell’ Iliade nella sua vita.

1.2 UNA DATAZIONE CONTROVERSA.

Una questione interessante, al fine di comprendere cosa significò questa traduzione, è rappresentata dal tentativo di tracciare un profilo cronologico della redazione dell’opera. Nell’ Aviso, riportato qui di seguito, Casanova dichiara, in proposito alla versione in veneziano, di aver impiegato otto anni per scriverla. Nel tomo primo dell’ Iliade in italiano il traduttore afferma però di aver sostenuto fatiche di studio per un periodo di ben undici anni. Se guardiamo alla Vita, Casanova scrive che nel 1764 si recò a studiare i poemi omerici nella biblioteca ducale di Wolffenbüttel e che sfruttò poi gli appunti presi per la sua traduzione dell’ Iliade. In un passo successivo, sempre contenuto nell’autobiografia, egli aggiunge anche che, lasciata l’Inghilterra nel 1764, si dedicò a leggere l’ Iliade in lingua originale e che nel 1771 ebbe l’idea di tradurla in ottave italiane. Le affermazioni di Casanova quindi sembrerebbero concordare: gli studi omerici preparatori alla traduzione, durati undici anni, vanno dal 1764 (dalla frequentazione di Wolffenbüttel) alla pubblicazione del primo volume della traduzione in toscano nel 1775. Se così è, quindi, come sarebbe possibile collocare gli otto anni che egli dichiara aver impiegato per la traduzione in veneziano? Studiosi come Aldo Ravà sostengono che, poiché nell’ Aviso egli afferma di voler stampare il libro per ‹‹mostrar al mio Principe che gli son fedel suddito›› , scrisse la traduzione in veneziano per ingraziarsi il governo veneto, perciò prima di pubblicare la Confutazione della storia del Governo Veneto (1769) e prima di rientrare in patria nel 1774, precisamente negli anni 1757-1764. A questa datazione è possibile pervenire facendo la seguente sottrazione: anno 1775 (pubblicazione tomo primo in toscano) - 11 anni (tempo occupato per gli studi omerici inerenti) = 1764. Dall’anno 1764 andrebbero poi tolti gli 8 anni della stesura della versione in veneziano per ottenere la datazione 1757/1764. Nell’opinione di Carlo Odo Pavese questa datazione sarebbe ‹‹ben lungi dall’essere cogente, almeno per tre chiare ragioni: anzitutto perché gli undici anni citati nel proemio si devono intendere come complessivamente dedicati agli studi su Omero piuttosto che alla traduzione dell’ Iliade solamente, inoltre le due traduzioni, italiana e veneziana, non devono essere nettamente separate e successive l’una all’altra, ma possono anche intrecciarsi, cioè essere almeno parzialmente contemporanee tra loro, e infine l’autore aveva certamente buon motivo per mostrarsi fedele suddito non soltanto prima di pubblicare la Confutazione (1769), ma anche dopo quella pubblicazione, negli anni in cui si adoperava per rientrare in patria (1771-74), e per vero anche dopo esservi rientrato e stabilito››6. A queste ragioni addotte da Pavese ne andrebbe aggiunta un’ulteriore: la frenesia del ritmo di vita di Casanova negli anni tra il 1756 ed il 1764. Questi anni furono i più tumultuosi della sua vita. Sarebbe lungo riportare un

elenco di tutte le tappe dei suoi spostamenti, che mostrerebbero quanto poco compatibili fossero le sue attività con lo svolgimento di un lavoro che avrebbe richiesto un certo raccoglimento e una certa frequentazione di carte, libri, biblioteche e tempo. Gli anni più indicati sembrano piuttosto quelli tra il 1771 e il 1774. La verità è che non ci sono prove schiaccianti, ma si possono solo formulare ipotesi sulla base di quei pochi indizi che possediamo. 1) Nella Vita III 149 Casanova narra di aver cominciato gli studi omerici nella biblioteca di Wolffenbüttel a Brunswich nel 1764, termine prima del quale difficilmente si può andare per datare l’inizio dei lavori di versione. 2) Il punto in cui, nell’ Aviso, scrive: ‹‹quell’io che fè tanto parlar l’Europa per imbrogli, fughe, e duelli, si meschia anche di scrivere››, pare redatto dopo il famoso duello del 1766, con il conte Branicki. 3) Sempre nella Vita III 878ss. dichiara, a proposito del soggiorno a Firenze nel 1771, che, dal tempo della sua partenza dall’Inghilterra nel 1764, la lettura dell’ Iliade in greco costituiva una sua abitudine quotidiana per una o due ore al giorno.

Per concludere si può quindi ipotizzare che i canti in veneziano siano stati redatti negli stessi anni in cui sono stati scritti quelli in toscano, nel periodo che sembra andare dal 1767 al 1775 o dal 1771 al 1778; il lavoro si sarebbe più probabilmente concentrato tra gli anni 1771 e 1774.

1.3 UNA PREFAZIONE MASCHERATA:

LO AVISO AL LETTORE. Una volta tracciato il profilo evenemenziale che accompagnò la redazione della traduzione dell’ Iliade di Casanova, ritengo sia utile cominciare con l’affrontare direttamente il testo per vedere quali siano le dichiarazioni dell’autore e per poterle paragonare con quanto di lui si è scritto e con quanto si è avuto modo di affermare in precedenza. Comincio riportando per esteso la prefazione casanoviana alla traduzione in vernacolo: lo Aviso al lettore, all’interno della quale Casanova dà voce alla sua personale opinione sulla versione dell’ Iliade.

‹‹Ma poi supponendo anche che potessi risolvermi, e che ardissi farla questa prefazzione, cosa mai saprei dire a proposito d’una traduzione? Ecco quello che potrei dire. Pubblico, cui dò questa traduzione stampata, perdonami se abuso della facilità de’ torchi offrendoti un libro che non può esser a nessuno dei membri tuoi di utile alcuno. Lo scrissi non sapendo che fare, e quest’opera di uno sfaccendato non può esser che l’occupazione di un ozioso. Io non so la lingua greca né molto né poco, onde quest’è copia di copia, ritratto tirato da sei altri ritratti; immaginati dunque di non poter leggendola qualche cosa di nuovo imparare. L’ho scritta in Veneziano perché essendo io Veneziano mi costa assai meno fatica che se avessi dovuto scriverla in idioma Toscano, che se so, so a stento perché non l’ebbi dalla natura, ma procurai di acquistarlo con lo studio. Mi parve cosa più facile, scrivendo in Veneziano d’esser il primo scrittore nel mio Dialetto, di quello che poter annoverarmi seduto a scranna nell’ultimo luogo fra Toschi. Se m’inganno pazienza. Sappi pubblico, che questa mia traduzione mi piace, e che le viscere di padre faranno che non potrà mai dispiacermi, quand’anche tu la condannassi. Sappi che a scriverla non ho fatto fatica, tanto è vero che v’impiegai ott’anni, perché quando il verseggiare mi diveniva lavoro, gettavo via sbadigliando la penna, e andavo a sdraiarmi sul letto, riflettendo alla felicità di quelli che trovano il loro bene e il loro almo riposo in non far nulla, felicità delle quale il sangue mio, l’attività dei miei nervi, e la pregiudicata mia educazione non mi rende capace. Io dò alle stampe questo libro, perché sono stanco di leggerlo, e correggerlo sempre. Quando sarà stampato, tutto sarà finito. Ti dirò ancora che lo stampo per occuparmi, per assistere ad una stampa, e perché voglio che il pubblico sappia che quell’io che fè tanto parlar l’Europa per imbrogli, fughe, e duelli, si meschia anche di scrivere, e perché voglio aver un’occasione di mostrar al mio Principe che gli son fedel suddito, e che cerco l’occasione di fargli omaggio. Pubblico caro, spero che comprerai il mio libro, e non mi pare d’esser ardito soverchio in sperarlo, perché la maggior parte del tuo denaro è sempre gettata al vento. Non ti parlo del libro e delle erudizioni in esso inserite, perché questo avviso avrebbe allora l’aria d’una vera prefazione, e come ti dissi, prefazioni non voglio farne. Addio. T’auguro un prossimo cambiamento perché se ti mantieni così le cose anderanno sempre di male in peggio››7.

È rintracciabile nelle parole di Casanova quella vis polemica che Francesca Serra sostiene vada intesa alla lettera. Colui che ‹‹si meschia anche di scrivere››, secondo la Serra, è letteralmente colui che ‹‹entra in zuffa››, che fa ‹‹mischia››, in una vera e propria arena letteraria che diventa per Casanova un terreno di conquista8. Questa analisi risponde perfettamente all’ambizione letteraria e mondana del Cavaliere de Seingalt, il quale si faceva strada ormai da tempo all’interno della Repubblica delle Lettere da vero outsider9. Il duello di penna, nell’intendimento casanoviano, rappresentava il perfetto riflesso e la sublimazione del duello di spada, a cui peraltro il galantuomo non fu per nulla estraneo. La stessa temperie intellettuale, fertile di titanici scontri culturali a partire dal più noto: la Querelle des Ancients et des Modernes, suggeriva ai suoi figli, soprattutto quelli illegittimi - apolidi in cerca di cittadinanza nella Repubblica delle Lettere - di impugnare la penna piuttosto che la spada per farsi strada in quel mondo erudito. Si sa quale sensibilità Casanova nutrisse riguardo alla nobilitazione, filo rosso del suo errare, ricerca continua sia pel sangue che per l’ingegno. Tra i tratti specifici della produzione letteraria casanoviana è rintracciabile uno spiccato gusto per la controversia. Lui che, di umili origini, non possedeva che le proprie meningi per farsi strada nella spietata arena salottiera settecentesca, ingaggia la parola rendendo la tenzone da istrionica, cavalleresca. Non è tutto. Fin dalle prime righe della prefazione Casanova si esprime con tono baldanzoso, insolente, provocatorio e con forte attitudine interlocutoria, da intendersi, come fa notare la Serra, sia in senso confidenziale sia antagonistico10. Casanova non ci prende in giro. Al contrario di quello che si potrebbe dedurre da alcune dichiarazioni fatte all’interno delle sue memorie11, egli afferma qui apertamente di non conoscere il greco e di operare la sua traduzione da altre fonti, come viene confermato anche da Gilberto Pizzamiglio, soprattutto le traduzioni di Salvini, Pope e Mme. Dacier12. Mi soffermerò più avanti sul rapporto che Casanova aveva con queste traduzioni. I quesiti a cui mi interessa rispondere ora sono questi: cosa attribuire di vero e cosa di dissimulato a codesto primo piano di interpretazione letteraria della prefazione all’ Iliade in veneziano? Quanto e cosa rivelano queste dichiarazioni sulla genesi della traduzione omerica operata da Casanova? Partirò per comodità dalle ipotesi fatte proprie da Francesca Serra nel suo saggio. Secondo la Serra, Casanova opterebbe per la traduzione dell’ Iliade per due motivi. Il primo: tentare un’impresa di carattere commerciale, in aggressiva competizione con la concorrenza. Il secondo: ottenere una grande risonanza pubblica grazie al clima culturale di un’epoca durante la quale, sul problema delle traduzioni omeriche, si battagliava da tre quarti di secolo; epoca in cui la cifra della battaglia tra gli Antichi e i Moderni si rifletteva nello scontro sul metodo e lo stile della traduzione dei classici, il quale a sua volta non era che uno scontro sulla traduzione omerica13. Nonostante l’ipotesi dell’operazione commerciale sia ritenuta valida dalla maggior parte degli studi considerati, per citarne alcuni: quelli di Michele Mari, il quale sostiene che ‹‹l’iniziativa di tradurlo (Omero) nacque principalmente da motivazioni di tipo economico››14 ; quello di Piero Chiara, che sposa la medesima ipotesi15 ; quello di Gilberto Pizzamiglio, secondo il quale sarebbe poco credibile una preminente finalità economica. Quest’ultima è l’idea che ritengo più plausibile. Pizzamiglio sottolinea che ‹‹i generi delle due opere e il pubblico al quale si rivolgevano non erano tali da far realisticamente pensare a un riscontro di questo tipo, né a Casanova si possono concedere simili ingenuità in materia››16. Pizzamiglio mette in evidenza che gli scritti in grado di rendere guadagni erano di tutt’altro genere: i romanzi alla Chiara o alla Piazza, i testi teatrali o quelli giornalistici17. D’altronde l’epoca in cui Casanova traduce in veneziano, il secondo Settecento, è ancora un’epoca in cui ‹‹le parlate locali vigoreggiano, l’uso scritto dei dialetti non è una manifestazione di popolani, ma di letterati, ben consci di servirsi a fine d’arte di un mezzo particolare››18 e in uno stato, la Repubblica di Venezia, in decadenza sì, ma fiero del suo conservatorismo, in cui la lingua veneziana è ancora la lingua ufficiale dello stato. Per citare ancora Francesca Serra, Casanova usa ‹‹l’entrata in dialogo polemico […] per radiografare lo scheletro di tipo teatrale di ogni comunicazione letteraria››19. È in effetti individuabile in Casanova una analogia tra la lingua e il costume di scena. Casanova, da buon attore e perfomer, ben conosceva l’importanza del fatto che ‹‹un’evidenza di tipo puramente persuasivo da sola legittima il diritto alla parola››20, e sapeva che ‹‹vincere un torneo di credibilità comporta un’entrata di diritto nel consorzio dei gentiluomini››21. Quella che Casanova a mio avviso lancia nel testo prefatorio alla traduzione veneziana dell’ Iliade, mascherandola da opera scritta svogliatamente e per diletto, è una sfida al mondo erudito di cui sentiva forte il richiamo e al quale voleva mostrare di poter competere a degni livelli. Egli interloquisce e chi ‹‹interloquisce ha l’intimità di spartire qualcosa, e spartire vuol dire anche contendere, come ben sanno i soggetti dediti allo scambio del conversare, insieme atto di comunanza e competizione››22. Non credo dunque, come Francesca Serra asserisce, che Casanova abbia tradotto in veneziano l’ Iliade per farne

[...]


1 Giacomo Casanova, Iliade d ’ Omero tradotta in veneziano, a cura di Carlo Odo Pavese, Venezia, Presso Edizioni della Laguna, 2005.

2 Carlo Odo Pavese, La “ Protasis dell ’ Iliade ” in veneziano di Giacomo Casanova, Letteratura e dialetti, Anno 2008 - n. 1, pp. 107-111.

3 Piero Chiara, Il vero Casanova, Milano, Mursia, 1977, p. 137.

4 Dizionario Biografico Treccani on-line, Giacomo Casanova, al 02/05/2011.

5 Dizionario Biografico Treccani on-line, Giacomo Casanova, al 02/05/2011.

6 Giacomo Casanova, Iliade d ’ Omero tradotta in veneziano, a cura di Carlo Odo Pavese, Venezia, Presso Edizioni della Laguna, 2005, p. 19.

7 Piero Chiara, Il vero Casanova, Milano, Mursia, 1977, p. 138.

8 Francesca Serra, ‹‹ Quell ’ io che si meschia anche di scrivere ››. Casanova polemista e traduttore, In A gara con l ’ autore. Aspetti della traduzione nel Settecento, a cura di Arnaldo Bruni e Roberta Turchi, Bulzoni Editore, Roma, 2004, p. 167.

9 Ivi, p. 167.

10 Ivi, p. 181.

11 Gilberto Pizzamiglio, Casanova, Cesarotti e alcune traduzioni dell ’ ‹‹ Iliade ›› , in Il filo della ragione. Studi e testimonianze per Sergio Romagnoli, a cura di Enrico Ghidetti e Roberta Turchi, pp. 242-243.

12 Ivi. p. 243.

13 Francesca Serra, ‹‹ Quell ’ io che si meschia anche di scrivere ››. Casanova polemista e traduttore, in A gara con l ’ autore. Aspetti della traduzione nel Settecento, a cura di Arnaldo Bruni e Roberta Turchi, Bulzoni Editore, Roma, 2004, p. 188.

14 Michele Mari, Momenti della traduzione fra Settecento e Ottocento, Istituto propaganda libraria, Milano, 1994, p. 135.

15 Piero Chiara, Il vero Casanova, Milano, Mursia, 1977, p. 137.

16 Gilberto Pizzamiglio, Casanova, Cesarotti e alcune traduzioni dell ’ ‹‹ Iliade ›› , in Il filo della ragione. Studi e testimonianze per Sergio Romagnoli, a cura di Enrico Ghidetti e Roberta Turchi, pp. 238-239. Le ‹‹due opere›› a cui si riferisce Pizzamiglio sono la traduzione in toscano e quella in veneziano.

17 Ivi, p. 239.

18 Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Bompiani, Milano, 2004, p. 471.

19 Francesca Serra, ‹‹ Quell ’ io che si meschia anche di scrivere ››. Casanova polemista e traduttore. In A gara con l ’ autore. Aspetti della traduzione nel Settecento, a cura di Arnaldo Bruni e Roberta Turchi, Bulzoni Editore, Roma, 2004, p. 186.

20 Ivi, p. 178.

21 Ivi, p. 178.

22 Ivi, p. 181.

Excerpt out of 20 pages

Details

Title
Sull’Iliade di Omero tradotta in veneziano da Giacomo Casanova
Course
Italian Literature
Grade
10
Author
Year
2012
Pages
20
Catalog Number
V186902
ISBN (eBook)
9783668716292
ISBN (Book)
9783668716308
File size
469 KB
Language
Italian
Tags
sull’iliade, omero, giacomo, casanova
Quote paper
David Salomoni (Author), 2012, Sull’Iliade di Omero tradotta in veneziano da Giacomo Casanova, Munich, GRIN Verlag, https://www.grin.com/document/186902

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